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Posts Tagged ‘Anarchia Liberale’

Sarò liberista, ma…

Carlo Romano

“Il liberismo è in crisi, ma non è morto” dice Roberto Petrini nella prefazione al pamphlet di Emilio Carnevali e Pierfranco Pellizzetti Liberista sarà lei!. Sarebbe il caso di dire, piuttosto, che non è mai esistito fuori dal puro esercizio concettuale, che le stesse esperienze qui citate come “liberiste”, per quanto ne possano aver sostenuto segmenti di ispirazione, è del tutto abusivo pensare che l’abbiano compiutamente incarnato. Nulla da eccepire, o quasi, su quel che Carnevali e Pellizzetti constatano di Reagan e della Tatcher, casomai andrebbe capito quel che non dicono dello “Stato sociale”, della cui crisi quelle esperienze sono state l’effetto più che la soluzione. Sull’ordine di questa crisi paiono d’altronde essere oggi “tutti” d’accordo, compresi i nostri due libellisti, e sono eventualmente gli spunti di riforma a dividere. Quel che rimane fuori discussione non è tanto “il sociale” quanto “lo Stato”.
Il liberalismo (il “liberismo” altro non è che questo) è una teoria sulla limitazione dell’ingerenza statale che, nelle sue conseguenze logiche, conduce all’anarchia. Carnevali e Pellizzetti se la prendono con Friedrich Von Hayek, il quale non era per la verità così radicale – concepiva perfino una qualche forma di pianificazione – e del tutto arbitrariamente lo contrappongono a Luigi Einaudi e Ernesto Rossi. Ne danno inoltre una lettura grottesca sul piano biografico, come quella di uno studioso frustrato dal successo di Keynes che ha punte caratteriali di tale ripugnanza da aver fatto di Bruno Leoni un utile e servile idiota della Mont Pelerin Society. Nozick non se la cava meglio. Del resto la preoccupazione maggiore dei due pamphlettisti sembra essere quella di stabilire ciò che è elegante e ciò che non lo è (resta inteso che le loro scelte lo sono).

Al liberalismo si è sempre rimproverato di aver pensato al mondo come se fosse nato con lui e le condizioni di partenza fossero le stesse per tutti. Le cose non stavano proprio così? “La mano invisibile” avrebbe provveduto affinché si aggiustassero spontaneamente. Per equilibrare le circostanze, i liberali pensarono che un’altra mano, quella della filantropia, potesse aggiungersi a quella “invisibile”, poiché si trova sempre qualcuno disposto per generosità o convenienza a interessarsi degli svantaggiati, mentre nessuno accetta tranquillamente di subire la solidarietà per legge attraverso il sistema coercitivo delle tasse (si vada, per esempio, al libro di Machan). Le critiche a simili principi fideistici sono in fin dei conti le stesse che si fanno alle utopie, solo che in quest’ultime le società sono descritte solitamente come un meccanismo che ha nelle inquadrate (per non dire militarizzate) posizioni dei gruppi e dei singoli i suoi ingranaggi, mentre il liberalismo si fonda sui rapporti volontari. Soffermandosi su questo aspetto, non mi sembra che si dia prova di disumanità, si dimostra viceversa di avere a cuore la libertà.

L’ha fatto recentemente anche Wolfgang Sofsky in un libriccino pubblicato da Einaudi. Sofsky insegna sociologia a Gottinga, ma come sociologo – se corresse l’obbligo di chiamarlo così – appartiene a quella tradizione, ben radicata in Germania, di un ammaestramento dove i dati quantitativi sono perfettamente dissolti nel quadro delle idee, ciò per cui la definizione di filosofo o antropologo avrebbe lo stesso effetto. A lui si deve, a mio parere, uno dei maggiori studi dedicati alla violenza (Saggio sulla Violenza, Einaudi, Torino 1998), quantomeno uno di quelli che ho letto con maggiore coinvolgimento. Non tutto quel che in seguito ho scorso fra ciò che è scaturito dalla sua penna mi ha coinvolto nella stessa misura o mi ha convinto (e per quanto possa aver letto tutto ciò in traduzione, mi è sembrato di notare uno iato stilistico fra l’uno e gli altri). Ciò nondimeno, l’accusa di “banalità” che ho visto rivolgere in certe recensioni a In difesa del Privato mi sono apparse a loro volta “banali”. È vero che la primissima parte (“tracce”) è scritta con un fin troppo evidente occhio di riguardo nei confronti di certo stereotipato “kafkismo”, ma rimane suggestiva e calzante – e chissà che non sia tale proprio in ragione del suo essere stereotipata. I capitoli successivi sono costruiti in modo meno “narrativo” ma sempre chiaro (perciò “banale”?). Non si divaga mai e si passa piuttosto di ragionamento in ragionamento (letteralmente) attraverso una concatenazione che non teme il luogo comune o l’affermazione apodittica. si evochino le flatulenze, il libero pensiero o la proprietà.

Della proprietà Sofsky attesta quel fattore di integrazione fra le persone rivendicato dal liberalismo, non quello che secondo una certa critica le estraneerebbe. Certo la definizione stessa di “proprietà” è soggetta a riflessioni non da poco, soprattutto se si pensa che il fattore di cui sopra è principalmente un rapporto giuridico, non la semplice constatazione di un possesso. In quanto rapporto di questo tipo essa ha dato vita a formule sempre più complesse che i liberali stessi hanno contestato (i monopoli) come interferenze a un corretto svolgersi degli scambi e delle acquisizioni. In qualche misura è lecito chiedersi se quello che chiamiamo “sistema capitalista” è davvero la cornice appropriata del liberalismo e del libero mercato.

L’idea che sovietismo, fascismo, roosveltismo e sistemi definiti più o meno “liberali” siano aspetti diversi di un unico sistema, “capitalistico” per l’appunto, appartiene comunque a certa dissidenza che per semplicità si può definire genericamente socialista (Bruno Rizzi) prima ancora che a Hayek, come vogliono far credere Carnevali e Pellizzetti per screditarlo come “antidemocratico” in forza della sua avversione al new deal. E la letteratura che genericamente viene definita “socialista” è meno compatta su certi temi di come si possa pensare rifacendosi alle versioni dominanti per interminabili decenni, tanto che la caduta dei regimi di osservanza moscovita le ha scalfite solo superficialmente. La ripresa lenta di studi su Marx, anche con libri che hanno ottenuto un certo successo popolare – si pensi a quelli di Wheen e di Attali, e adesso a quello del giovane Fusaro – suscita in fondo ancora sorpresa, come se ogni discorso in merito si fosse chiuso definitivamente nel 1989. Che nelle nuove riflessioni ci sia una evidente continuità con le passate dissidenze non è messo, mi pare, nel giusto rilievo. Si preferisce pensare a interpretazioni totalmente nuove o altrimenti spericolate e sensazionalistiche. Ripensare a certe tematiche proprie di Marx fuori da un canone consolidato prima dalla socialdemocrazia e poi dal comunismo sembra una inutile avventura più che la riscossa postuma di ostinate minoranze e di Marx stesso. Così, per fare un solo esempio, un pensatore che nulla ha mai concesso all’egualitarismo, si è ritrovato per un secolo prigioniero dell’unico testo manipolabile in tal senso. Ciò che a Critica al Programma di Gotha è accaduto col suddetto canone.

Libri:
Carnevali – Pellizzetti: LIBERISTA SARÀ LEI, Codice, Torino 2010
Wolfgang Sofsky: IN DIFESA DEL PRIVATO, Einaudi, Torino 2010
Tibor R. Machan: GENEROSITÀ. VIRTÙ CIVILE, Liberilibri, Macerata 2010 Diego Fusaro; BENTORNATO MARX!, Bompiani, Milano 2009

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Capitalismo Pensante

Lo sbaglio di Rothbard

giugno 27, 2010 10 commenti

Murray Rothbard, “Nazioni per consenso” in AA.VV., “Nazione, cos’è”, Leonardo Facco Editore, 1996. – L. 12.000

citazione di un passo:

“Una società interamente privatizzata non avrebbe assolutamente frontiere aperte. Se ogni pezzo di terra in un paese fosse posseduto da qualche persona, gruppo o società ciò significherebbe che nessun immigrante potrebbe entrarvi se non è stato invitato ad entrare e se non ha ottenuto il consenso ad affittare od acquistare la proprietà. Un paese totalmente privatizzato sarebbe chiuso quanto i singoli abitanti e proprietari desiderano”.

critica:

Qualunque teoria della proprietà che voglia essere libertaria ed evitare l’effetto-gabbia non può che muovere da una premessa comunista: occorre cioè assumere che, in origine, tutti hanno in comune la proprietà del mondo. Rothbard riconosce la moralità di tale ipotesi, ma la respinge come irrealistica in nome della separatezza degli individui e dell’impossibilità che ognuno possa possedere effettivamente l’intero mondo; egli denota però così limiti di cultura giuridica, dato che l’istituto (privatistico) della comunione ben consente di immaginare che ognuno possa essere proprietario del mondo pro quota. Ecco allora che il comunismo originario non impedisce affatto che le quote possano circolare e dar vita a un mercato, consentendo detenzioni individuali ed eventualmente legittimando la stessa divisione della comunione.
Tale concezione (quella secondo cui il mondo è originariamente di proprietà comune di tutti gli uomini), è dominante nel cristianesimo primitivo, ma non è affatto estranea nemmeno alla tradizione del liberalismo classico. Non si spiega altrimenti, ad esempio, la “clausola di Locke”, in base alla quale l’appropriazione è illegittima se ne derivino privazioni per gli altri. E si noti che Rothbard, il quale fondamentalmente recepisce la concezione lockeana della proprietà, ne respinge proprio la “clausola” di ragionevolezza, aprendo così la strada alla aberranti conseguenze indicate.
Analoga impostazione si rinviene in tutti quei liberali classici (compreso Bastiat), per i quali il fondamento giustificativo della proprietà è nella produzione, dunque nell’utilità che, attraverso essa, si procura agli altri. Si veda ai tempi nostri la scuola dei property rights (Demsetz e Alchian), o James Buchanan, secondo i quali la proprietà scaturisce da un contratto, se si vuole da una convenzione, e non mai da un atto unilaterale di imperio accompagnato dall’enunciazione di un mistico diritto naturale.
Ma se nasce dallo scambio, la proprietà ne reca i segni, non essendo pensabile che dall’accordo possa scaturire il dominio di uno degli scambisti sull’altro, o il peggioramento delle condizioni di uno di loro. Nella peggiore delle ipotesi, il non proprietario si sarà quantomeno garantito un diritto di passaggio e di circolazione, nonché, si direbbe, di accesso a una quota di risorse naturali. Ciò intacca allora il mito dello ius excludendi alios, che a questo punto appare più un frutto “legislativo” e imperativo, che non il prodotto di libere interazioni di mercato.
Rothbard muove da una visione restrittiva della natura umana, imperniata attorno al concetto di lavoro stanziale, che attraverso, l’occupazione, fonda il diritto di proprietà. Il nomade non ha diritti sulla terra. Eppure l’uomo è anzitutto un animale dinamico, la sua azione implica movimento; nella sua natura non v’è domanda di proprietà fondiaria più di quanto non vi sia domanda di spazi aperti. Se perciò è lecito fondare diritti sulla natura umana, tra essi vi è sicuramente un qualche diritto di circolazione, che limita ab origine il diritto di proprietà altrui.

Citazione da: L’opinione di un libertarian di Fabio Massimo Nicosia

L’insostenibile idiozia della pseudo-anarchia

giugno 1, 2010 10 commenti

A seguito del crollo degli stati “comunisti” dell’Europa orientale e attraverso la diffusione di Internet, la concezione anarchica ha ripreso a circolare, discretamente ma in maniera sempre più ampia. La cosa è estremamente positiva perché molti di noi non ne possono più dello stato, della sua soffocante invadenza e del suo colossale marciume. Tuttavia, è proprio quando una concezione si espande che rischia di snaturarsi perché alcuni tra i nuovi venuti vi portano tutto il loro vecchio bagaglio fatto di miti duri a morire, pregiudizi incancreniti, contrapposizioni obsolete. Molti che si avvicinano all’anarchia provengono da esperienze qualificabili, in linguaggio corrente, di sinistra, socialista o comunista. Nell’anarchia essi cercano tutto ciò che hanno sperimentato nelle esperienze precedenti (l’antifascismo, l’anticapitalismo, l’egualitarismo, l’assistenzialismo, ecc.) e se non lo trovano ve lo introducono con estrema determinazione.

In questo essi hanno buon gioco perché ognuna di queste posizioni racchiude qualcosa che è anche all’interno della concezione anarchica originaria: l’antifascismo come opposizione al nazionalismo e all’autoritarismo; l’anticapitalismo come opposizione allo sfruttamento lavorativo e al parassitismo; l’egualitarismo come riconoscimento che tutti gli esseri hanno uguale diritto alla libertà; l’assistenzialismo inteso come aiuto volontario reciproco (mutual aid). Se le vecchie posizioni fossero così riformulate, allora una chiarificazione terminologica (ad es. antiautoritarismo invece di semplice antifascismo, antisfruttamento padronale invece di anticapitalismo, e così via) basterebbe a superare equivoci e malintesi riportando tutti nell’ambito del pensiero e della pratica dell’anarchia che mira alla promozione di individui liberi in condizione di effettuare libere scelte. Invece così non è.

Chiariamo allora le cose punto per punto. L’antifascismo di questi nuovi venuti, che d’ora in poi qualificherò come pseudo-anarchici, è una lotta violenta senza quartiere contro i cosiddetti fascisti che non possono neanche manifestare le loro idee. In sostanza è la riproposizione del più becero autoritarismo e dei metodi repressivi più odiosi in nome dell’anarchia. Per quanto riguarda l’anticapitalismo il discorso si fa ancora più ambiguo e intollerante dal momento che esiste, soprattutto negli USA, una corrente che si qualifica come anarco-capitalista. Gli pseudo-anarchici, totalmente accecati dall’intellettualismo parolaio e dalla superficialità propria degli etichettatori di professione, non si preoccupano nemmeno di analizzare quali sono le idee di base di questa corrente. Per loro basta la presenza del termine capitalismo per porre fine al discorso. La cosa, ripeto, sarebbe forse anche comprensibile (se intesa come semplice rigetto terminologico) considerando che sotto la voce capitalismo troviamo nel corso della storia anche ogni sorta di corporatismo, monopolismo, protezionismo e favoritismo dei padroni (i cosiddetti capitalisti) in combutta con lo stato.

Il fatto è però che gli pseudo-anarchici non solo rigettano il termine ma anche tutto ciò che gli anarco-capitalisti (e i fautori del free-market anticapitalism quali Kevin Carson e Roderick T. Long) sostengono e cioè il libero scambio, la libera circolazione di beni e persone dappertutto nel mondo, la libera attività e così via. In sostanza, così facendo gli pseudo-anarchici non rigettano tanto il capitalismo quanto i cardini essenziali su cui poggia l’anarchia. Gli anarchici (e in questo anche Marx) non sono mai stati anti-capitalisti nel senso di vagheggiare un ritorno a un passato pre-tecnologico (il capitale sono le macchine per chi non lo sapesse, non il gruzzolo in banca) e protezionista (contro il libero scambio) ma semmai fautori di uno sviluppo estremo del capitalismo che conducesse poi al suo superamento. In questo senso essi sono sia ultra-capitalisti che post-capitalisti in quanto, proprio sulla base dello sviluppo capitalistico e del libero scambio, a cui sono favorevoli, prevedono e auspicano un allargamento continuo della libertà, cioè delle libere scelte degli individui (passando per l’estinzione dello stato voluta non solo dagli anarchici ma anche da Marx e Engels).

Il rifiuto da parte degli pseudo-anarchici della libertà di attività e di scambio (vale a dire, per parlare in termini giornalistici, contro la libera impresa e il libero mercato) deriva dal fatto che questi nuovi venuti tentano di spacciare per anarchia concetti e pratiche che sono in definitiva puro statismo. Questo trova conferma nelle altre loro parole d’ordine: egualitarismo e assistenzialismo. Per egualitarismo essi concepiscono una redistribuzione forzata del reddito (una sorta di spartizione mafiosa del bottino ottenuto attraverso l’imposizione fiscale) il che richiede chiaramente, ohibò, l’esistenza di un entità superiore redistributrice. Gli anarchici invece ritengono che con la fine dei privilegi attribuiti dallo stato alle sue cricche si assisterà alla fine della concentrazione delle ricchezze, ad una sorta di diffusione del reddito, chiaramente penalizzando i ceti parassitari burocratici e premiando soprattutto i lavoratori-imprenditori produttivi e creativi.

Per quanto riguarda l’assistenzialismo gli pseudo-anarchici, come dimostrano le recenti dimostrazioni in Grecia in cui essi si sono pienamente riconosciuti, non vanno oltre lo stato assistenziale di cui difendono a spada tratta l’esistenza non rendendosi conto che così facendo lo stato che essi hanno fatto uscire a parole dalla finestra rientra trionfalmente dalla porta principale. Una delle affermazioni più note di Samuel Johnson, il lessicografo e saggista inglese, è: “Patriotism is the last refuge of a scoundrel.” (Il patriottismo è l’ultimo rifugio di un farabutto.) Per come le cose si stanno sviluppando riguardo al movimento anarchico potremmo dire che l’anarchia (cioè la pseudo-anarchia) sta diventando davvero l’ultimo rifugio dei farabutti dello statismo. Attraverso ciò che presentano come anarchia, essi stanno cercando di far passare tutto il peggio del Grande Fratello.

Recentemente un gruppo che si definisce anarchico ha posto all’ordine del giorno della discussione il collettivismo (di staliniana memoria) e l’anarchia sociale che non si capisce bene cosa sia se non l’ennesimo imbroglio parolaio degli pseudo-intellettuali statisti sempre intenti a vendere fumo pur di salvare lo stato (anche sotto altro nome) nei secoli a venire. Per questo, alle tre affermazioni propagandistiche del Grande Fratello War is Peace – La Guerra è Pace Ignorance is Strength – L’Ignoranza è Forza Freedom is Slavery – La Libertà è Schiavitù dovremmo forse aggiungerne una quarta, la più agghiacciante di tutte: Anarchism (pseudo-anarchy) is Statism – L’Anarchismo (ovvero la pseudo-anarchia) è lo Statismo. A questo punto dopo aver distrutto il socialismo trasformandolo in nazional-socialismo (nazismo) e il comunismo trasformandolo in comunismo reale (stalinismo) adesso gli intellettuali dello statismo sono intenti a distruggere l’anarchia trasformandola in anarchismo sociale (collettivismo burocratico) e apprestandosi così a effettuare la più grossolana e la più schifosa delle manipolazioni. Se ci riusciranno la colpa sarà unicamente nostra -cioè di tutti gli esseri dotati di ragione e di spirito critico e amanti della libertà-.

da: (http://spazi-altri.noblogs.org/post/2010/05/24/l-insostenibile-idiozia-della-pseudo-anarchia)

ANARCHICI SENZA BOMBE!

IL Possibilismo nella società Libertaria

febbraio 18, 2010 2 commenti


Il Possibilismo nella società Libertaria

Quando parliamo di Società libertaria intendiamo far analisi di una società ove le istituzioni imposte, soprattutto lo stato, siano assenti. Un modello libertario di gestione non lo ricerchiamo o ‘‘sogniamo’’ solo nella società del futuro ove lo stato scomparirà ma anche nella vita di tutti i giorni: dalle zone libere e autogestite a tutte le formule contro-economiche siano esse (ad esempio) il baratto, il mercato deregolato e nero, gestioni mutualiste, gruppi di mutuo appoggio e libero scambio..
Spesso mi dedico alle discussioni economiche usando il termine ‘liberoscambismo’ , con questo intendo ogni formula di gestione economica che si rifaccia ad una libera interazione o contrattazione tra individui, comunità o società in un regime di non regolamentazione e coercizione.
Un libertario liberoscambista non può essere che un possibilista economico. Il possibilista è colui che auspica molti modelli economici e sociali anche da sperimentare. Solo in zone libere ove lo stato e la coercizione mancano è possibile sviluppare possibilismo economico, ‘concorrenza’ e scelta volontaria di modelli quali il collettivismo, il mutualismo, la scelta o non di proprietà private, l’affidarsi ad agenzie private per dati servizi, ma anche la sperimentazione di modelli sociali quali l’ecologia sociale, modelli neo-primitivisti ecc…
Il tutto come dicevo attraverso una scelta libera e volontaria.
In una società o in un sistema di relazioni libertario e liberoscambista il possibilismo creerà libertà e non imposizione, pianificazione o fascio-libertarismo.
Mi piace ricordare Berneri quando auspicava una società della tolleranza ove la critica allo stato e la negazione del principio di autorità erano mete irrinunciabili, la forma economica anarchica doveva rimanere aperta, e che si dovesse sperimentare la libera concorrenza tra lavoro e commercio individuali e lavoro e commercio collettivisti. Interessante sarebbe analizzare la teoria Panarchica di Max Nettlau ove ogni individuo esprime il suo consenso su tutti gli aspetti gestionali che lo riguardano, ma questa è un’altra analisi….

Domenico Letizia
anarhkydom@hotmail.it
Dal Mensile Libertario Cererentola

LA CITTA’ VOLONTARIA!