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Chi non dimentica

dicembre 17, 2009 3 commenti


Chi non dimentica, un piccolo ricordo.

“Il cattolicesimo reale”

Lunedì 25 maggio ’09 ore 21
Presentazione del libro di Walter Peruzzi,
“Il cattolicesimo reale”

attraverso i testi della Bibbia, dei papi, dei dottori della Chiesa, dei concili Roma, Odradek edizioni, 2008, pp. 524, € 32.00

Ascolta l’audio della serata in Mediateca ( mp3 ):

http://isole.ecn.org/ponte/mediateca/mediateca.html

Sotto la scorza dell’Anarchico


Paolo Maurizio Bottigelli continua a vestire di nero, come gli esistenzialisti francesi e gli anarchici di allora. Scrive poesie, legge molta letteratura e parte dalla fine, quando il movimento si perse per strada, perché ognuno cercava un rifugio, un posto. Alcuni lo trovarono nel terrorismo, altri in banca. Proprio come in una canzone di Antonello Venditti, “Compagno di scuola”. Che ancora oggi riporta indietro nel tempo.
Cos’hanno rappresentato, per te, quegli anni?
Tanto, tantissimo. Ma voglio partire da un libro, “Il viaggio”, di Bernward Vesper, un autore tedesco che mi ha consolato quando finì la nostra voglia di rivoluzione, nel senso che il sistema ci inglobò. Ebbene, quel libro lo porto spesso con me, è stato una sorta di aiuto, di conforto. Un libro strano, diverso, che forse meglio di ogni altro ha saputo interpretare il disagio di noi giovani di allora, quando ci accorgemmo che era finito tutto e che bisognava rientrare. Qualche amico non è più rientrato, penso a Gianni Metti che nei primi anni Ottanta, dopo un percorso di droga piuttosto brutto, decise di farla finita sull’argine del Po, a bordo della sua Renault 4. Aveva attaccato il tubo del gas a quello di scappamento e si era chiuso in auto, lasciando una lettera commovente che il Comune pubblicò e distribuì nelle scuole, come monito per i giovani. Quella lettera si intitolava “Vi amo, addio”, ed era dedicata in particolare al padre. E insieme a lui un altro amico, Ivano Moreno, che dagli ideali rivoluzionari finì in un tunnel da cui non uscì più e venne trovato morto in casa, una mattina. Tanti giovani sono finiti così, altri hanno abbracciato la lotta armata. E da quel giorno in cui entrarono nel terrorismo decisero di morire, per sempre, imbracciando un mitra o una pistola, rapinando una banca per finanziare una rivoluzione che non sarebbe più arrivata. Perché la vera rivoluzione la stava facendo il capitale. Questa è l’amara realtà, e parlarne oggi mi lascia tanta tristezza nel cuore.
Come iniziò la tua esperienza di anarchico?
Con alcuni amici ascoltavamo i racconti di vecchi partigiani, come Pietro Giacobbi, Giacomo Canepari, Emilio Cammi e ci iscrivemmo al circolo “Emilio Canzi”. Questa piccola associazione aveva sede in via Mazzini, all’angolo con via S. Rocchino, e lì conoscemmo gli autori dell’anarchismo internazionale: da Bakunin a Cafiero, ma ascoltavamo anche Radio Montecarlo con Herbert Pagani, popolare cantautore milanese che troppo presto ci ha lasciati, che ci insegnava il ruolo dirompente della musica. Gli Who, i Rolling Stones, Bob Dylan e brani come “My generation”. C’era stato, qualche anno prima, l’episodio de “La Zanzara”, il giornale sfornato dagli studenti di un liceo milanese. Erano i primi segnali di una rivolta che sarebbe venuta avanti inesorabilmente. Ma quegli anni, trasversalmente, toccarono tutti noi giovani. C’erano quelli del Psiup (i fratelli Mantovani e Carlo Berra), i militanti di Lotta Continua tra i quali voglio ricordare Adriano Corsi, i ragazzi di “Servire il Popolo” di cui rammento Marioluigi Bruschini, quelli del Movimento Studentesco, penso a Ivano Tagliaferri e gli esponenti del maoismo, con il Partito Marxista Leninista d’Italia, Massimo Cardani e i fratelli Manin, ma anche Democrazia Proletaria con Gianni Gandola e Giuliano Guidi. Ma prima ancora c’erano stati quelli di Vietnam Libero e figure come Cristiano Dan, Luigi Redalelli e gli esponenti della Comunità di San Lazzaro. Ricordo che una sera, al Municipale, nel 1967, venne il poeta Raphael Alberti: un mito, per noi giovani anarchici e i ragazzi di allora. Le sue poesie erano pane per i nostri denti. Ebbene, contestammo la sua presenza perché si era esibito nel tempio della borghesia cittadina. Penso sbagliassimo, ma allora andava così. Io ero spesso insieme al mio amico Giuseppe Ranza, detto Pigi, prima in via Mazzini e poi al Circolo Enal di San Bartolomeo. A proposito di quel circolo, ricordo che una sera arrivò Lucio Dalla, voleva salutare Manolo, lo strumentista piacentino che lo accompagnava nelle tournée. Sembra molto strano, ma in fondo è tutto vero e sembra di aver vissuto un sogno.
Tu hai conosciuto anche Nello Vegezzi, che ricordo hai riferito a lui, in quegli anni?
Nello era un anarchico allo stato puro. Aveva fatto l’esperienza di scuola di cinematografia a Parigi ed era tornato a Piacenza, quando c’erano i cortei e le manifestazioni era lui a chiudere con la sua bandiera nera, bandiera anarchica. Il suo slogan era molto semplice: pane e salame. Quasi a voler racchiudere nella semplicità di queste parole concetti veri, autentici, contro il linguaggio a volte eccessivo dei tanti gruppi che appartenevano alla cosiddetta ultrasinistra. Era semplice, modesto, molto intelligente. A volte sosteneva che la salvezza avrebbe potuto essere rappresentata con la frase “Tutto il potere alla poesia”, e alcuni suoi versi furono apprezzati da scrittori quali Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia e Dacia Maraini. Era un uomo molto colto e profondamente mite, con una grande vena artistica. Romano Gobbi, che oggi gestisce la Libreria Internazionale, espose i “Sassi colorati” del Nello, e penso abbia avuto delle grane con la censura.
Come vi muovevate all’interno della città?
Io facevo capo a Lotta Anarchica. Si andava a volantinare davanti alle fabbriche, e a predicare l’autogestione. In particolare andavamo davanti alla Safta e all’ex Arbos, citando l’esempio di un’azienda in Belgio che riuscì a proseguire e a sopravvivere per un anno in completa autogestione. E poi mi ero specializzato in scritte sui muri, soprattutto tra la zona di via Mazzini e via Sant’Eufemia. Una sera arrivò una volante della polizia, vide che stavo scrivendo e ingoiai i gessi. Ricordo un comizio quando venne l’onorevole Caradonna a Piacenza, c’erano schierati i celerini del battaglione Padova, mentre io da solo stavo per scagliarmi contro questo esercito di elmetti e di scudi, mi fermò e credo sia il caso di dirlo, mi salvò, Lorenzo Tacinelli, col quale ho sempre avuto un ottimo rapporto. Si andava a mangiare nei posti in cui c’erano soprattutto compagni e amici: da Giulio il Rosso a Barriera Torino, alla trattoria S. Stefano dove c’era uno strano personaggio che veniva definito “il geometra”, alla Muntà di Ratt. Personaggi particolari, gente semplice, uomini che credevano in un futuro migliore. E poi, al bar Taverna, conobbi partigiani quali Enrico Cademartori e anche l’avvocato Felice Trabacchi. Ci vedevamo quasi tutti i sabati nel suo studio, era bravo, Trabacchi: era stato in grado di colmare il gap generazionale esistente tra i giovani e gli adulti. Ho un ottimo ricordo di lui, ma anche di tanti altri partigiani. Avevamo rispetto per politici quali Umberto Terracini, Lelio Basso e Sandro Pertini. Per un certo periodo trasferimmo la nostra sede in via Mazzini, avevamo una biblioteca molto fornita. Tanti libri di letteratura. Volevamo mettere in piedi un centro di lettura di quartiere. In casa di Pier Giorgio Poisetti scoprii un volume che cambiò la mia vita, “Juke box all’idrogeno”. Ma leggevo anche Cesare Pavese, Jean Paul Sartre e Friedrich Nietszche: l’immagine del superuomo era speculata all’immagine dell’individuo liberato dai tabù. Ma ascoltavo anche il rock, Jimi Hendrix. Ricordo che andavo ad acquistare gli ellepì sotto la galleria della Borsa, al Club 33gestito da Maurizio e Tiziano Sesenna. Quest’ultimo, purtroppo, rimase vittima di un incidente d’auto a Parigi. Molti amici di allora se ne sono andati, altri hanno fatto carriera. Io ho cercato di portare avanti le mie idee con coerenza. Ricordo che dopo gli studi all’Agrario venni assunto in banca e mi presentai con i capelli lunghi, i miei maglioni neri: fui sospeso diverse volte, fortunatamente venni sempre riammesso. Non ne volevo sapere di adeguarmi al sistema, ma ne facevo parte.
Tu hai frequentato anche Andrea Valcarenghi e hai vissuto l’esperienza di “Re Nudo”?
Sì, è vero. Era l’ala più libertaria, più freak di allora. Con Valcarenghi c’erano Fiorella Gentile e Claudio Rocchi, che qualche anno dopo ebbe una breve stagione come cantautore. Ma ho conosciuto anche l’anarchico Pinelli, era una persona onesta, leale, credeva nella solidarietà e nella giustizia. Nel ’69, quando vi fu la strage di piazza Fontana, si volle far ricadere la colpa sugli anarchici, ma noi capimmo che il disegno era un altro. E lo si è scoperto, purtroppo, più avanti. Di certo, Pinelli entrò in Questura da solo e non ne è mai più uscito. Anni duri, di lotte e di scontri. Anni di diffidenza da parte dei partiti tradizionali nei nostri confronti, ma noi non eravamo violenti. Anzi, proprio l’opposto: eravamo contro la violenza per una società più giusta, impostata sull’individuo. Ho conosciuto anche Riccardo Bauer e ricordo, a Milano, una contestazione pesantissima ad Alberto Bevilacqua. Tutto ciò che era omologato non ci piaceva. Volevamo una cultura nuova, non paludata, ma soprattutto volevamo essere protagonisti. In quel tempo era forte la spinta antifascista del movimento anarchico soprattutto per il garrottamento di Puig da parte di Franco che era al governo in Spagna e l’Italia non aveva mosso un dito di fronte alla crudele esecuzione. A Parma era stato assassinato Michele Lupo, un militante di Lotta Continua, e noi anarchici eravamo considerati alla stregua dei Freak; ruotavano attorno al Movimento anche personaggi incredibili. Io mi ricordo Tamara Baroni di Parma, mantide caliente e donna spregiudicata, “pasionaria” e bellissima, capelli neri corvini e un corpo splendido, guardarla era come imboccare la via del Paradiso. Ci piacevano, poi, le belle ragazze. Una in particolare, la Leopolda, che con le sue minigonne vertiginose e il suo volto splendido aveva conquistato il cuore di tutti noi, giovani innamorati della Rivoluzione.

Il ’68 francese raccontato da Jean-Luc Godard


Al Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa

Si guarda «Le jolie mois de mai», girato in presa diretta dal regista oggi ultrasettantenne insieme ad Alain Resnais e Chris Marker
«Sul quarantennale del ’68 è gia cominciato un chiacchiericcio reducistico da un lato e dall’altro un revisionismo che tende a cancellare i veri valori di quegli anni, così abbiamo deciso di partire dal film di Jean-Luc Godard, Alain Resnais e Chris Marker che è una pietra miliare nella discussione». Così Mauro Decortes, portavoce dello storico Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, presenta una vera e propria chicca per storici e cinefili, «Le jolie mois de mai», girato in presa diretta nel maggio del ’68 a Parigi. Il film, copia unica in pellicola, è stato proiettato mercoledì 16 alle 21 nella sede del circolo, in viale Monza 255. Alla macchina da presa, una 35 millimetri portata a spalla nelle strade del quartiere Latino e nella assemblee della Sorbona, in quel maggio ’68 si alternarono Godard, oggi ultrasettantenne regista della Nouvelle Vague, Resnais, celebre per film come «L’anno scorso a Marienbad» e Marker, uno dei massimi esponenti del cinema-verité.
VALORI – «Partiamo da questo film, intitolato in italiano “Il dolce mese di maggio” -spiega Decortes – per introdurre nel dibattito sul ’68 un documento storico di riflessione su quell’anno cruciale in cui tutto cambiò nel tessuto sociale. Perché ci interessa sottolineare come valori quali la solidarietà e l’eguaglianza, che oggi qualcuno vorrebbe cancellare, furono le vere molle di quella rivoluzione che coinvolse milioni di giovani». La serata è stata introdotta da Enrico Livraghi della Cineteca Obraz, storica sala dove il film fu proiettato nel ’75.

Testimonianza di Pasquale Valitutti su Pinelli


Dopo l’ultima sentenza sulla strage di Piazza Fontana, una sentenza politica che non tiene conto della realtà dei fatti (ma ci si poteva aspettare altro?) ci sembra doveroso e soprattutto utile, riportare la testimonianza di Pasquale Valitutti, uno dei moltissimi anarchici (tra cui Pinelli) ad essere portato in questura subito dopo l’esplosione della bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura il 12 dicembre 1969: a poche ore dalla strage la polizia aveva già trovato i colpevoli… Pasquale è l’ultimo compagno ad avere visto Pinelli vivo: la sua testimonianza è fondamentale per capire l’assassinio di Pino. Quella che segue è la trascrizione dell’intervento di Valitutti nel corso dell’iniziativa “verità e giustizia” svoltasi il 18 marzo 2004e organizzata dal Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa e dal Centro Sociale Leoncavallo. In alcuni tratti la qualità della registrazione scade e alcune (poche) parole risultano non comprensibili, le abbiamo sostituite con (…). Il senso dell’intervento, in ogni caso, rimane chiarissimo.
Buona sera, sono molto contento di essere qui. Non immaginate quanto. Sono commosso e contento. Vorrei prima di tutto ringraziare il Leoncavallo per lo spazio, poi vorrei ringraziare Mauro, senza di lui non sarei qua. Lui mi ha aiutato, spinto, incoraggiato. Poi vorrei ringraziare Licia, la moglie di Pino Pinelli, senza il suo coraggio che dura da 34 anni, senza la sua ferma determinazione probabilmente non saremmo qua stasera a parlare di questo caso e vorrei ricordare due compagni carissimi che non ci sono: Pietro a cui sono legato da affetto e Augusta, chi l’ha conosciuta la ricorda. L’ultima volta che ho parlato di Pino è stato molto tempo fa, era un momento molto diverso da questo, mi ricordo il periodo: l’Italia aveva appena vinto i mondiali di calcio del 1982; ero in Nicaragua verso il 19 di luglio, avevano fatto un battaglione di riserva ( formato dai ragazzi dei quartieri ) andava alla frontiera, nella foresta nicaraguense a difendere quel paese dai mercenari pagati dagli americani. E, nel mio spagnolo terribile, parlai a questi ragazzi dei compagni italiani che lottavano. Loro non capivano “Ma non è un paese democratico l’Italia? Non è un paese libero?” Allora gli ho spiegato un po’ di cose…Ma questo non è importante, l’importante è che c’è stasera lo stesso spirito che c’era là . Uno spirito strano, uno spirito speciale che ci riunisce tutti quando il potere diventa arrogante, diventa superbo, diventa presuntuoso. Là il potere era diverso, li erano gli americani, qua è il nostro potere, quello contro cui combattiamo. C’è lo stesso spirito perchè loro sapevano e noi sappiamo di avere ragione. Non abbiamo il 99% di ragione abbiamo il 100%. Chiediamo giustizia per un compagno assassinato. Mi si dice che io sono uno dei testimoni di quella sera, ma io vorrei che da stasera in poi ci fossero tanti testimoni. Io cercherò di portare via con me, in quella notte, tutti voi, cercherò di farvi capire quello che è successo, di farvelo vivere,di farvelo sentire. E vorrei che diceste “anch’io c’ero, anch’io sono testimone”. Io ho sentito con le mie orecchie, ho capito quello che è successo. Voi sapete il preambolo: la strage di Piazza Fontana, subito dopo hanno fatto una grandissima retata solamente con gli anarchici. Sembrava ci fossero solo gli anarchici potenziali bombaroli. Hanno riempito la questura di Milano di tantissimi anarchici e di tanto in tanto li interrogavano, li mandavano a casa, qualcuno lo mandavano a casa senza interrogarlo, arriva la sera del 15 dicembre e siamo rimasti solo io e Pino Pinelli, gli altri erano tutti andati a casa. Vediamo insieme come era il posto: l’ufficio politico della questura di Milano era un appartamento: c’era una porta di ingresso, c’era un lungo corridoio, su questo corridoio da un solo lato c’erano varie stanze. Io ero in una stanza che era più vicina alla porta d’ingresso rispetto alla stanza vicina dove poi sarebbe stato stato interrogato Pino. è sera tardi non c’è riscaldamento, non c’è assolutamente nessuno, c’è un silenzio agghiacciante. Sono seduto al tavolo con Pino lui è tranquillissimo, serenissimo. Lui è un compagno più grande di me e mi incoraggiava: io dicevo “siamo qui da diverso tempo” lui diceva “ma no, siamo rimasti noi, adesso tra un attimo ci chiamano e ci lasciano, ce ne andiamo a casa e finisce sta storia” era tranquillo, sereno, parlava cosi. Verso le 10 e mezzo vengono e portano Pino per l’interrogatorio. Erano il commissario Calabresi, altri 2.Io resto solo, assolutamente solo nella stanza. Davanti a me non c’è una finestra,o una porta. Ho una parete completamente aperta, con una grande apertura, con quattro finestre, molto più asse delle finestre, su un corridoio, completamente vuoto davanti a me. Da questo corridoio passano, portando Pino, Calabresi e gli altri, e vanno nella stanza vicino. Chi dice che Calabresi non era in quella stanza sta mentendo, nel più spudorato dei modi. Calabresi è entrato in quella stanza, è entrato insieme agli altri, nessuno più uscito. Io ve l’assicuro, era notte fonda, c’era un silenzio incredibile, qualunque passo, qualunque rumore rimbombava, era impossibile sbagliarsi, lui era in quella stanza.Dopo circa un’ora che lui era in quella stanza, che c’era pino in quella stanza, che non avevo sentito nulla, quindi saranno state le 11 e mezzo, grosso modo, in quella stanza succede qualcosa che io ho sempre descritto nel modo più oggettivo, più serio, scrupoloso, dei rumori,un trambusto, come una rissa, come se si rovesciassero dei mobili, delle sedie, delle voci concitate. Non ho sentito quello che hanno detto e non mi sono inventato quello che hanno detto, non li ho sentito e non l’ho detto non ho detto una virgola che non sia la più chiara e assoluta verità . Qualcosa è successo in quella stanza. Dopo circa 20 minuti ho sentito un rumore. Io non voglio fare retorica, era un rumore sordo, muto, cupo, io non sapevo cosa fosse,non sapevo proprio neanche lontanamente avevo immaginato che cos’era quel rumore, e subito immediatamente vengono due poliziotti, mi mettono con la faccia contro la parete e mi dicono “si è buttato”allora realizzo che quel rumore era il corpo di Pino che cadeva, che moriva, un rumore sordo, cupo,bruttissimo… e e nessuno è uscito da quella stanza fino a quel momento, nessuno. Quando io ho detto queste cose, perchè dopo mi hanno preso e mi hanno portato subito a San Vittore,perchè era scaduto il tempo del fermo, e il giorno dopo mi han fatto uscire nessuno mi ha interrogato, non ho mai saputo perchè fossi rimasto là fino a quell’ora di notte… quando io ho detto queste cose io non sapevo niente, che il commissario Calabresi aveva detto che lui non c’era in quella stanza. Non lo potevo immaginare e neanche sognare.Mi hanno detto “è uscito qualcuno?” l’avvocato “No, sicuramente non è uscito nessuno”. Perchè una volta che è entrato Pino stavo in attenzione, perchè dopo sarebbe toccato a me, volevo andare a casa, stavo attentissimo a quello che succedeva,e ve lo posso giurare, non è uscito nessuno, erano ancora là dentro tutti, assolutamente tutti. (…)in quel momento è successo questo compagni. Sicuramente. Non c’è dubbio su quello che è successo, la realtà è questa. (…) Qualcuno ha fatto qualcosa a un compagno. Io non so se gliel’ha fatto apposta, se ha sbagliato la misura, e quindi non posso dirlo, non posso scaricare lo sdegno su questo, perchè non lo so, ma qualcosa è successo, qualcosa hanno fatto a un compagno. Poi è successa una cosa schifosa, orribile, indecente, che non ha parole, hanno preso un compagno svenuto, incosciente, e per nascondere (…) l’han buttato dalla finestra. Qualunque altra versione è falsa. Questo è esattamente quello che è successo là dentro, è la sola cosa che può spiegare quello che è successo. Hanno organizzato questi miserabili per nascondere il loro crimine prendono e buttano un compagno inerme, e lo buttano giù dalla finestra. E’ caduto sulla testa, non si è difeso, non era cosciente (…) inerme e l’han buttato giù. E nel frattempo, a Roma succedeva questo a quel povero Pietro, me l’ha detto, c’era anche la Pia, una compagna dolcissima e carinissima che anche lei mi ha rubato un po’ l’anima, come tutti i compagni, lei in particolare una compagna straordinaria, c’era anche lei quando Pietro mi diceva (…)ero là ha Roma, mi avevano fermato, e c’era il solito poliziotto, e mi diceva “Guarda Pietro, non te preoccupà ” all’improvviso a mezzanotte mi saltano addosso, mi mettono a faccia in giù, mi mettono le manette, mi dicono “sei tu, sei tu l’assassino”. Tre delitti sono successi quella sera. Prima, prima hanno fatto del male a un compagno, poi l’hanno buttato giù per nascondere il primo crimine e hanno arrestato Valpreda per dare un senso al secondo crimine. Forse qualcuno di voi non si ricorda e altri non possono sapere, la prima persona della polizia di Milano, subito dopo la morte di Pino ha detto “si è buttato dalla finestra gridando “Valpreda è colpevole, è l’anarchia è finita”. Hanno mentito tutti, dal questore a tutti gli altri che erano nella stanza. Poi, no, la versione è cambiata, i bugiardi hanno detto un’altra cosa. Ma quale credibilità può avere gente che ha mentito subito quando poi dice un’altra cosa? Sicuramente nessuna. Dopo avere fatto questo cos’è successo? Ci hanno anche preso in giro (…) guardate a che punto si può arrivare… continuano a mentirci, e a dirci una serie di cose che non sono assolutamente neanche lontanamente vere. Quello che ha detto il compagno Mauro è verissimo: è importante ristabilire la verità . Compagni, io non esprimo opinioni, le opinioni le lascio a voi, io dirò i nomi degli assassini del compagno Pinelli, uno per uno e vi dico che sono degli assassini, perchè chi ammazza un essere innocente è un assassino, se no poi le missioni di guerra imperialista diventano missioni di pace. Ognuno deve prendersi il nome che si merita. Panessa, Mainardi, Muccilli, Lograno, Calabresi, Caracuta siete tutti degli assassini. Noi vogliamo, continuiamo a volere, a pretendere giustizia per i nostri morti, per tutti, per Pinelli, per i ragazzi morti e anche per i morti di piazza Fontana, perchè la strage è stata una strage di stato.