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L’insostenibile idiozia della pseudo-anarchia

giugno 1, 2010 10 commenti

A seguito del crollo degli stati “comunisti” dell’Europa orientale e attraverso la diffusione di Internet, la concezione anarchica ha ripreso a circolare, discretamente ma in maniera sempre più ampia. La cosa è estremamente positiva perché molti di noi non ne possono più dello stato, della sua soffocante invadenza e del suo colossale marciume. Tuttavia, è proprio quando una concezione si espande che rischia di snaturarsi perché alcuni tra i nuovi venuti vi portano tutto il loro vecchio bagaglio fatto di miti duri a morire, pregiudizi incancreniti, contrapposizioni obsolete. Molti che si avvicinano all’anarchia provengono da esperienze qualificabili, in linguaggio corrente, di sinistra, socialista o comunista. Nell’anarchia essi cercano tutto ciò che hanno sperimentato nelle esperienze precedenti (l’antifascismo, l’anticapitalismo, l’egualitarismo, l’assistenzialismo, ecc.) e se non lo trovano ve lo introducono con estrema determinazione.

In questo essi hanno buon gioco perché ognuna di queste posizioni racchiude qualcosa che è anche all’interno della concezione anarchica originaria: l’antifascismo come opposizione al nazionalismo e all’autoritarismo; l’anticapitalismo come opposizione allo sfruttamento lavorativo e al parassitismo; l’egualitarismo come riconoscimento che tutti gli esseri hanno uguale diritto alla libertà; l’assistenzialismo inteso come aiuto volontario reciproco (mutual aid). Se le vecchie posizioni fossero così riformulate, allora una chiarificazione terminologica (ad es. antiautoritarismo invece di semplice antifascismo, antisfruttamento padronale invece di anticapitalismo, e così via) basterebbe a superare equivoci e malintesi riportando tutti nell’ambito del pensiero e della pratica dell’anarchia che mira alla promozione di individui liberi in condizione di effettuare libere scelte. Invece così non è.

Chiariamo allora le cose punto per punto. L’antifascismo di questi nuovi venuti, che d’ora in poi qualificherò come pseudo-anarchici, è una lotta violenta senza quartiere contro i cosiddetti fascisti che non possono neanche manifestare le loro idee. In sostanza è la riproposizione del più becero autoritarismo e dei metodi repressivi più odiosi in nome dell’anarchia. Per quanto riguarda l’anticapitalismo il discorso si fa ancora più ambiguo e intollerante dal momento che esiste, soprattutto negli USA, una corrente che si qualifica come anarco-capitalista. Gli pseudo-anarchici, totalmente accecati dall’intellettualismo parolaio e dalla superficialità propria degli etichettatori di professione, non si preoccupano nemmeno di analizzare quali sono le idee di base di questa corrente. Per loro basta la presenza del termine capitalismo per porre fine al discorso. La cosa, ripeto, sarebbe forse anche comprensibile (se intesa come semplice rigetto terminologico) considerando che sotto la voce capitalismo troviamo nel corso della storia anche ogni sorta di corporatismo, monopolismo, protezionismo e favoritismo dei padroni (i cosiddetti capitalisti) in combutta con lo stato.

Il fatto è però che gli pseudo-anarchici non solo rigettano il termine ma anche tutto ciò che gli anarco-capitalisti (e i fautori del free-market anticapitalism quali Kevin Carson e Roderick T. Long) sostengono e cioè il libero scambio, la libera circolazione di beni e persone dappertutto nel mondo, la libera attività e così via. In sostanza, così facendo gli pseudo-anarchici non rigettano tanto il capitalismo quanto i cardini essenziali su cui poggia l’anarchia. Gli anarchici (e in questo anche Marx) non sono mai stati anti-capitalisti nel senso di vagheggiare un ritorno a un passato pre-tecnologico (il capitale sono le macchine per chi non lo sapesse, non il gruzzolo in banca) e protezionista (contro il libero scambio) ma semmai fautori di uno sviluppo estremo del capitalismo che conducesse poi al suo superamento. In questo senso essi sono sia ultra-capitalisti che post-capitalisti in quanto, proprio sulla base dello sviluppo capitalistico e del libero scambio, a cui sono favorevoli, prevedono e auspicano un allargamento continuo della libertà, cioè delle libere scelte degli individui (passando per l’estinzione dello stato voluta non solo dagli anarchici ma anche da Marx e Engels).

Il rifiuto da parte degli pseudo-anarchici della libertà di attività e di scambio (vale a dire, per parlare in termini giornalistici, contro la libera impresa e il libero mercato) deriva dal fatto che questi nuovi venuti tentano di spacciare per anarchia concetti e pratiche che sono in definitiva puro statismo. Questo trova conferma nelle altre loro parole d’ordine: egualitarismo e assistenzialismo. Per egualitarismo essi concepiscono una redistribuzione forzata del reddito (una sorta di spartizione mafiosa del bottino ottenuto attraverso l’imposizione fiscale) il che richiede chiaramente, ohibò, l’esistenza di un entità superiore redistributrice. Gli anarchici invece ritengono che con la fine dei privilegi attribuiti dallo stato alle sue cricche si assisterà alla fine della concentrazione delle ricchezze, ad una sorta di diffusione del reddito, chiaramente penalizzando i ceti parassitari burocratici e premiando soprattutto i lavoratori-imprenditori produttivi e creativi.

Per quanto riguarda l’assistenzialismo gli pseudo-anarchici, come dimostrano le recenti dimostrazioni in Grecia in cui essi si sono pienamente riconosciuti, non vanno oltre lo stato assistenziale di cui difendono a spada tratta l’esistenza non rendendosi conto che così facendo lo stato che essi hanno fatto uscire a parole dalla finestra rientra trionfalmente dalla porta principale. Una delle affermazioni più note di Samuel Johnson, il lessicografo e saggista inglese, è: “Patriotism is the last refuge of a scoundrel.” (Il patriottismo è l’ultimo rifugio di un farabutto.) Per come le cose si stanno sviluppando riguardo al movimento anarchico potremmo dire che l’anarchia (cioè la pseudo-anarchia) sta diventando davvero l’ultimo rifugio dei farabutti dello statismo. Attraverso ciò che presentano come anarchia, essi stanno cercando di far passare tutto il peggio del Grande Fratello.

Recentemente un gruppo che si definisce anarchico ha posto all’ordine del giorno della discussione il collettivismo (di staliniana memoria) e l’anarchia sociale che non si capisce bene cosa sia se non l’ennesimo imbroglio parolaio degli pseudo-intellettuali statisti sempre intenti a vendere fumo pur di salvare lo stato (anche sotto altro nome) nei secoli a venire. Per questo, alle tre affermazioni propagandistiche del Grande Fratello War is Peace – La Guerra è Pace Ignorance is Strength – L’Ignoranza è Forza Freedom is Slavery – La Libertà è Schiavitù dovremmo forse aggiungerne una quarta, la più agghiacciante di tutte: Anarchism (pseudo-anarchy) is Statism – L’Anarchismo (ovvero la pseudo-anarchia) è lo Statismo. A questo punto dopo aver distrutto il socialismo trasformandolo in nazional-socialismo (nazismo) e il comunismo trasformandolo in comunismo reale (stalinismo) adesso gli intellettuali dello statismo sono intenti a distruggere l’anarchia trasformandola in anarchismo sociale (collettivismo burocratico) e apprestandosi così a effettuare la più grossolana e la più schifosa delle manipolazioni. Se ci riusciranno la colpa sarà unicamente nostra -cioè di tutti gli esseri dotati di ragione e di spirito critico e amanti della libertà-.

da: (http://spazi-altri.noblogs.org/post/2010/05/24/l-insostenibile-idiozia-della-pseudo-anarchia)

Il ruolo del governo nella crisi finanziaria

Di Kevin Carson

George Soros sta progettando di aprire un istituto di economia all’Università di Oxford – con lo scopo, apparentemente, “di allontanare la disciplina dai campioni del mercato libero e della deregulation che, così crede il finanziere miliardario, hanno la colpa della crisi economica globale.” È frustrato “dal modo in cui i mercati finanziari globali lavorano sulla premessa che i mercati possono essere lasciati ai loro meccanismi.”
Ian Goldin, direttore della James Martin 21st Century School, ha applaudito questa mossa considerando che “avrebbe allargato il dibattito.”
Dobbiamo allargare il dibattito, benissimo. In particolare, dobbiamo allargarlo oltre i due lati – i neoliberali e i “progressisti” – secondo i quali il capitalismo finanziario globale che abbiamo avuto negli ultimi decenni era “un mercato libero.”
Tanto per cominciare, il mercato delle assicurazioni sui mutui è quasi interamente una creazione del governo federale. Prima che i federali creassero Freddie Mac per garantire i MBS (Mortgage-Backed Securities), questi erano evitati come troppo rischiosi dalla vasta maggioranza degli investitori. Sino a quel momento, i derivati erano principalmente obsoleti investimenti in futures di materie prime usati dagli agricoltori come forma di assicurazione contro un crollo catastrofico dei prezzi.

Ai sensi dell’accordo di Basilea II, che è entrato in effetto nel 2004, un mutuo ipotecario diretto di una banca locale per un cliente con una soddisfacente stima del credito comporta una valutazione di rischio del 35%. Un’assicurazione su un mutuo, dall’altro lato, comporta una valutazione di rischio di soltanto il 20%. Così i requisiti di riserva erano fissati più in alto per i mutui in mano all’originaria banca di emissione (che ha “richiedeva conoscenza locale,” come precisa Sheldon Richman) rispetto ai MBS comprate da altre banche. Il minore requisito di riserva per i MBS significava che una maggiore quantità di denaro era disponibile per essere prestata contro una riserva data, il che ha fornito alle banche un forte incentivo a vendere i propri mutui il più rapidamente possibile ed investire sui MBS. Per dirla con Les Antman, “Basilea II ha virtualmente imposto alle banche di vendere i loro prestiti se volevano rimanere competitive.”
Ma il ruolo del governo è molto più a monte. Comprende l’intervento del governo per imporre il diritti di proprietà artificiali che hanno reso la terra e il capitale artificialmente limitati e costosi relativamente alla forza lavoro e quindi l’indebolimento del potere contrattuale del lavoro. Comprende politiche di governo per incoraggiare la produzione di massa centralizzata e onerosa per mezzo di costosi macchinari specifici piuttosto che una produzione decentralizzata che integrasse versatili macchinari elettrici con i metodi dell’artigianato. Comprende politiche che promuovono l’iper-accumulazione di capitale e la cartellizzazione dei mercati, al punto che l’industria della produzione di massa non riesce a smaltire i propri prodotti in un mercato libero.
È stato a causa di questi precedenti interventi che abbiamo una classe plutocratica con enormi quantità di denaro investito, ed una scarsità di opportunità d’investimento vantaggiose. In un’economia con una più larga distribuzione della ricchezza ed una capacità produttiva decentralizzata, dove la capacità della produzione è stata determinata dalla richiesta locale e da un più alto livello di potere d’acquisto per i lavoratori, la maggior parte delle precondizioni per la nostra FIRE (Finance, Insurance, and Real Estate: Finanza, Assicurazioni, Beni Immobili, ndt) economy gonfiata non sarebbero neppure esistite.

(da: http://gongoro.blogspot.com/)

L’idea liberale di mercato distorta dallo stato

Un bel dibattito tra Domenico Letizia e Luciano Nicolini sul mercato, l’anarchia e lo stato, sulle pagine del mensile Cenerentola: http://www.cenerentola.info/archivio/numero112/articoli_n.112/dib.html

L’idea liberale di mercato distorta dallo stato

Ogni volta che mi dedico al dialogo definendomi anarchico liberale quindi liberoscambista e possibilista noto sempre da parte di chi ascolta una sorta di perplessità che a volte diventa stupore. Dove sta la perplessità? In due semplici paroline: Libero Mercato.
La concezione del libero mercato e del liberoscambismo non è estranea al movimento anarchico, anzi ne è una parte fondante, certo è importante definire cosa intendiamo con libero mercato e ancora più importante è analizzare perché con l’attuale crisi tutti si prestano dai repubblicani ai democratici, dai liberali ai socialisti, dai marxisti ai non-marxisti, tutti proprio tutti, si prestano a gettare la colpa del cataclisma economico al libero mercato.
Il mercato, lo scambio è la cosa più naturale che avviene tra gli uomini, l’uomo è fatto e basa la sua esistenza sullo scambio dalle opinioni al commercio. Quello che lo stato sta cercando di abbattere è l’idea di mercato non il capitalismo perché il capitalismo come lo conosciamo è sempre esistito in quanto collaboratore dello stato e suo strumento, il vero mercato è quello non assistito, quello libero, quello decentrato, contro i cartelli e monopoli, insomma quel mercato che appartiene all’idea del liberalismo classico mai applicato dai governi. Le politiche attuali, anche quelle più liberali, sono tutte unite nel dire che il mercato è fallito e c’è bisogno di stato: ecco cosa cercano veramente i governi nella loro totalità, cercano di rafforzarsi, cercano di divenire ancora più forti, di far capire che l’istituzione e lo stato sono essenziali per la vita dei cittadini che altrimenti vivrebbero circondati dal caos.
E’ qui che noi dobbiamo fermarci e riflettere, tocca a noi anarchici e amanti della libertà riprenderci l’idea di libero mercato, ovviamente creando un nuovo mercato, creando una nuova concezione anarchica e liberale. Di passi ne vedo specialmente nella cultura libertaria americana, l’esponente del mutualismo contemporaneo Kevin Carson si definisce a favore di un “libero mercato anticapitalista”, ritenendo che il capitalismo come comunemente inteso sarebbe impossibile senza stato, pertanto il libero scambio non comporterebbe rischio di sfruttamento.
Anche la tradizione storica dell’anarchismo europeo va ricordata bene, Bakunin esalta il liberismo nordamericano (non erano ancora sorti i trust), e dice “La libertà dell’industria e del commercio è certamente una gran cosa, ed è una delle basi essenziali della futura alleanza internazionale fra tutti i popoli del mondo”. E ancora: “I paesi d’Europa ove il commercio e l’industria godono comparativamente della più grande libertà, hanno raggiunto il più alto grado di sviluppo”. L’entusiasmo per il liberismo non gli impedisce di riconoscere che fino a quando esisteranno i governi accentrati e il lavoro sarà servo del capitale “la libertà economica non sarà direttamente vantaggiosa che alla borghesia”. Ancora oltre si spinge colui che definisco il libertario dei libertari Camillo Berneri secondo cui (n.d.r.) la forma economica anarchica doveva rimanere aperta, e che si dovesse sperimentare la libera concorrenza tra lavoro e commercio individuali e lavoro e commercio collettivisti. La collettivizzazione coatta era quindi da condannare se frutto dell’imposizione e non della libera scelta: l’anarchia non doveva portare ad una società dell’armonia assoluta, ma alla società della tolleranza.
Oggi più di prima è compito degli anarchici conservare e sviluppare idee di mercato diverso e libero e non far i giochetti dei governi che tutti insieme da destra a sinistra condannano il mercato per il controllo e il rafforzamento dello stato, a dir il vero questa direzione è già intrapresa; Pietro Adamo ha ripetuto più volte la necessità di recuperare l’idea di liberalismo e quindi anche di mercato, un nuovo sguardo all’esperienza del Novecento che non si fermi agli effetti pratici recenti del neoliberismo. Una concezione di mercato libertario in cui si incrociano istanze non solo economiche, ma etiche, politiche, sociali, e cosi via. La libera sperimentazione anarchica potenzia tutte le sfere in cui l’uomo agisce, non solo quella economica: proprio dall’interazione di queste sfere dovrebbe risultare una sorta di limite all’ambito del “mercato”. Saremo identificati come nuovi liberisti? Sì, curandoci di sottolineare, ogni qualvolta ne avremo l’occasione, la differenza tra noi e loro.
Recuperare un anarchismo che sia liberale, possibilista e di mercato curandoci di differenziarci sempre dagli pseudo-liberisti, che nei fatti non lo sono, delle forze di centrodestra. Tocca a noi recuperare quello che di buono c’è nel liberalismo e farlo divenire libertario. Rudolf Rocker scriveva agli inizi degli anni Trenta: “Tante strade conducono alla dittatura dalla democrazia e nessuna di queste strade parte dal liberalismo”.

Domenico Letizia

Non concordo

Che la concezione del libero mercato e del liberoscambismo non sia estranea al movimento anarchico è vero; che ne sia una parte fondante è notoriamente falso. Il movimento anarchico, in prima approssimazione, rappresenta la tendenza libertaria del movimento socialista, per cui, sempre in prima approssimazione, è sostenitore di un’economia pianificata. Che poi una pianificazione basata sul libero accordo (e quindi non imposta dallo stato) possa contenere elementi di contrattazione tra i produttori e, quindi, di mercato, è cosa che a chiunque conosca il mondo e, soprattutto, gli uomini che lo abitano, appare ovvia. Ma da qui ad affermare che il liberoscambismo sia “una parte fondante del movimento anarchico”…
Non mi risulta, inoltre, che “con l’attuale crisi tutti si prestano, dai repubblicani ai democratici, dai liberali ai socialisti, dai marxisti ai non-marxisti, tutti proprio tutti (…) a gettare la colpa del cataclisma economico al libero mercato”. In verità, fino a pochi mesi fa tutti, proprio tutti, tranne una piccola parte dei marxisti e gli anarchici, sostenevano che il libero mercato fosse la panacea di tutti i mali; ed anche ora, di fronte a una crisi economica di proporzioni gigantesche, continuano a dire che lo stato deve intervenire per sostenere, o al più per “correggere le storture” del mercato, non certo per abolirlo.
Non conosco le opere di Kevin Carson. Concordo con l’affermazione che “il capitalismo come comunemente inteso sarebbe impossibile senza stato”, rimango invece perplesso rispetto all’affermazione che “il libero scambio non comporterebbe rischio di sfruttamento”: il libero scambio può portare all’arricchimento di alcuni a scapito di altri; e l’arricchimento di alcuni può portare alla costituzione di stati, anche molto feroci, finalizzati al mantenimento delle differenze sociali venutesi a creare e all’instaurazione di un regime basato sullo sfruttamento.
Non mi stupisce il fatto che Bakunin abbia esaltato “la libertà dell’industria e del commercio”. All’epoca lo facevano anche i marxisti, convinti che si trattasse di un passaggio necessario per il superamento del capitalismo. Quanto a Berneri che, è bene ricordarlo, fu ucciso dagli stalinisti proprio per la sua strenua difesa delle collettivizzazioni, era favorevole al lavoro e al commercio individuali soltanto a patto che non comportassero l’utilizzo di manodopera. Probabilmente tale posizione era dovuta alla (giusta) convinzione che, anche all’interno di una ipotetica “società dell’armonia”, ci sarebbe comunque chi preferisce lavorare in proprio, e che sarebbe assurdo, oltre che assai poco libertario, negargliene la possibilità.

Luciano Nicolini

Arti&Mestieri. Dall’Usi un nuovo esempio di libero mercato

Arti & Mestieri - Le nostre Pagine Gialle!

Noi Libertari Possibilisti o Anarchici di Mercato liberoscambisti da sempre sosteniamo e animiamo tutte quelle proposte e battaglie di vero libero mercato o per dirla alla Kevin Carson: Libero mercato Anticapitalista.
Che sia il mercato nero, una proposta agorista, una giornata di libero scambio, un’ iniziativa mutualista, o sia un vero programma di liberalizzazioni, insomma tutto ciò che sia mercato e non capitalismo statalista, da noi trova appoggio.
Un buon esempio questa volta ci viene da un sindacato di base l’Usi (Unione Sindacale Italiana), sindacato da sempre con un anima libertaria e qualche volta, questo ci piace di meno, un po’ troppo legato a concezioni marxiste.
Ma oggi parliamo del progetto lanciato dall’Usi con commercianti, semplici cittadini e piccoli imprenditori cioè il sito: http://www.artiemestieri.info/index.php
Questo sito nasce su basi mutualiste, di libero scambio volontario e consapevole, senza nessuna presenza di autorità pubblica o statale, insomma uno di quei tanti esempi di libero mercato anarchico che raffigurano il mercato e lo scambio al di fuori dello Stato. Partire dalla creazione di una rete telematica che vada a sviluppare relazioni tra individui e gruppi di individui e così facendo arrivare a costruire sul territorio dei veri e propri empori che collegati tra di loro costituiranno una base concreta per costruire quindi un’ economia diversa, che garantisca l’espressione di una socialità diversa, che trasformi il quotidiano giorno dopo giorno elevando sempre più la qualità della vita, che dimostri in maniera inequivocabile che si può, che l’utopia è un’invenzione del Potere, che l’Emancipazione è realmente nelle nostre mani, che la Rivoluzione è una cosa banale come andare a lavorare e che quindi tutti la possono fare giorno dopo giorno.
Importante pubblicizzare questo progetto per tutti coloro che guardano al mercato sia come un male e basta e sia a coloro che pensano al mercato solo in ottica monopolista, protezionistica e squisitamente statalista.

Il monopolio dei dazi e delle tariffe


Di Kevin Carson

Come coi brevetti, siamo interessati agli aspetti delle tariffe che Tucker trascurò: il suo effetto nella promozione della monopolizzazione dell’industria. Nel seguente capitolo sul capitalismo monopolizzato, vedremo i veri effetti di quello che Schumpeter chiamò “il capitalismo monopolizzato dipendente dell’esportazione”. Questo termine si riferisce ad un sistema economico nel quale l’industria con cartelli è protetta dietro barriere doganali; vende i suoi prodotti all’interno del paese per un prezzo da monopolio considerevolmente più alto di un mercato senza interventi, per ottenere superbenefici a costo del consumatore; e liquida all’estero la sua produzione invendibile, vendendolo sotto costo quando se ne presenta la necessità.
La tariffa fu chiamata “la madre dei monopoli” per i populisti dei secoli scorsi, dovuto all’efficacia con cui facilitò la coalizione tra grandi produttori nazionali e la creazione di oligarchie economiche. Mises, nell’Azione Umana, descrisse la dipendenza dei cartelli delle barriere doganali, soprattutto agendo congiuntamente con altri monopoli mantenuti dallo Stato come ad esempio i brevetti.
Ovviamente, con la sua enfasi abituale “a beneficio dei commerci”, Mises trattò delle grandi compagnie industriali, come i beneficiari passivi di una politica statale protezionista diretta principalmente all’aumento dei salari lavorativi. La sua opinione è simile a quella dei primi industriali capitalisti
Secondo l’opinione di Kolko nel ”Trionfo del Conservatorismo”, i grandi monopoli all’inizio del secolo XX furono capaci di mantenere la loro quota di mercato contro imprese più piccole e più efficienti. La stabilizzazione della maggior parte delle industrie su un modello di oligarchia economica politica era possibile, alla fine, solo con l’aiuto addizionale delle regolamentazioni anticompetitive dell’Era “Progressista”. Il fatto che i monopoli fossero tanto instabili, nonostante gli effetti dei cartelli, delle tariffe e dei brevetti, sta ad indicare l’alta influenza di intervento statale necessaria per mantenere il capitalismo monopolistico. Ma senza l’influenza combinata di tariffe, brevetti, e sovvenzioni alle ferrovie, è improbabile che siano stati capaci di un tentativo credibile di organizzare tali monopoli.

Mutualismo al completo

Kevin Carson ha pubblicato Organization Theory: A Libertarian Perspective. Per descrivere la grandezza di questo libro mi affido ad un commento di Joel Schlosberg:
Sono sicuro che questo libro avrà un gran impatto e sarà un classico libertario e anarchico dei prossimi anni.

Carson presenta questo libro come frutto di quattro anni di lavoro, dopo la pubblicazione del libro: Studies in Mutualist Political Economy. Nella rete, in italiano non ho trovato ancora alcuna informazione, ma riporto l’opinione di Víctor L:
‘‘Per quello che ho letto in internet, il libro è un’autentica meraviglia, finisce col completare il pensiero mutualista: se negli Studies si occupa soprattutto dell’intervento statale nell’economia, nell’Organization Theory tutta l’ argomentazione gira attorno all’impresa cooperativa, con numerosi riferimenti alle esperienze argentine, spagnole ed italiane (Zanon, etc..) benché, ovviamente, non smette di analizzare l’influenza dello Stato nell’ organizzazione imprenditoriale attuale, con novità interessanti. Include anche appunti sul benessere, la sanità, l’educazione, l’agricoltura e la tecnologia decentrata.’’
Dopo questo libro il mutualismo ha un fondamento teorico completo.
L’unica pecca da segnalare è che Carson, come negli Studies, offre una visione quasi esclusivamente americana -ed in parte britannica -, senza riferimenti all’Europa, America Latina,Asia o Africa.

Lettera aperta del Movimento dei Left-libertarian ai lavoratori della Francia


L’agorista del Movimento dei Left-Libertarian, (Movimento della sinistra libertaria -o libertariana ) Brad Spangler, scrisse in occasione delle rivolte studentesce e operaie francesi (http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=488) una lettera aperta agli studenti e lavoratori consigliando come intraprendere questa conflittualità sociale.
Studenti e lavoratori Francesi, il professore Roderick Long scrisse una volta:
“Marx descrisse il governo francese come una compagnia per lo sfruttamento della ricchezza nazionale della Francia in beneficio dell’elitè borghese, egli ripeteva solamente quello che i libertari stavano dicendo da decenni.”
Questo sono La Francia e tutte le altre Nazione che esistono oggi. Voi e noi viviamo in un mondo dove la libertà e l’opportunità economica esistono solo nel consenso di una classe politica che ci permette solo una piccola parte di ”economia” per la sua convenienza e prende il resto mediante la forza e la coercizione attraverso il suo (proprio) parassitismo.
La liberazione dal mercato sovvenzionato per lo Stato è una barzelletta crudele. La legislazione contro la quale protestate e vi ribellate cerca restrizioni totali sulla vostra libertà che se fossero abolite queste restrizioni, vivreste la vostra prosperità. Crediamo che voi e noi possiamo essere utili insieme, attraverso una cooperazione e competizione pacifica.
Per queste ragioni, i firmatarii di questa lettera vi offrono la loro solidarietà e vi si presentano come Movement of the Liberertarian Left (MLL) che appoggia una forma rivoluzionaria di anarchismo di mercato o “agorismo.”
Non staremo a dirvi come dovete intraprendere la vostra rivoluzione contro la tirannia. Abbiamo alcuni suggerimenti, tuttavia; una versione di strategia economica e politica chiamata “contro-economía”. Raccomandiamo umilmente il piccolo libro del fondatore del MLL Samuel Edware Konkin III sull’ agorismo, la contro-economía e la rivoluzione “The” New Libertarian Manifestò nella speranza che possiate trovarlo utile o di ispirazione. È disponibile on-line.

Firma
The Movement of the Libertarian Left
Agorà! Anarchia! Azione!

Brad Spangler, Diane Warth, Thomas L. Knapp, Adem Kupi, Wally Conger, J. Freeman Smith, Kevin Carson, M.D MacKenzie, Roderick T. Long, Jeremy Weiland, M.R Jarrell

(Note: Il MLL si è sciolto nel 2007 per dar vita all’Alliance of left-libertarian)