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Le pubblicazioni dell’Archivio Berneri – Chessa

di Carlo Romano

Gigi Di Lembo, storico dell’anarchismo” ha definito Aurelio Chessa “il capostipite degli archivisti anarchici”. Nato nel 1913 in Sardegna, a Putifigari, Chessa si trasferisce a Genova e nel 1939 è incarcerato per insubordinazione. Nel capoluogo ligure (dove nasce la figlia Fiamma) diviene una figura di spicco dell’anarchismo locale, soprattutto della tendenza “anti-organizzatrice”. Insieme alla per niente generica attività militante – era stato, fra l’altro, fra i promotori di una lacerante scissione dalla Federazione Anarchica Italiana – e al rapporto speciale intrattenuto coi famigliari di Camillo Berneri – lo scolaro di Salvemini e l’amico anarchico dei Rosselli e di Ernesto Rossi morto in Spagna nel 1937 per mano stalinista – Aurelio Chessa è da ricordare anche per l’intensa attività “tipografica” e di studioso col contributo dato alle edizioni R.L., alla collana Vallera, alle riviste “Volontà” e “L’Internazionale” e a diverse altre pubblicazioni.

L’archivio che porta anche il suo nome, aggiunto alla sua morte avvenuta nel 1996, prende vita nel dopoguerra, quando Chessa comincia a raccogliere materiale anarchico. Giovanna Caleffi (moglie di Berneri) si stabilisce a Genova-Nervi nel 1957 e Chessa le suggerisce di rendere fruibile tutto l’archivio della Famiglia Caleffi-Berneri consistente in libri, periodici, documenti, corrispondenza varia. Alla morte di Giovanna nel 1962 l’unica figlia, Giliana che vive a Parigi, decide di lasciarlo a Chessa. Con gli anni a questi fondi originari se ne aggiungono altri, e non solo schiettamente anarchici, come quello del socialista Giuseppe Faravelli, uno dei grandi animatori di “Critica Sociale”. Importante acquisizione è un grosso fondo proveniente dalla Biblioteca del Circolo anarchico Pietro Gori di Genova-Rivarolo Di particolare rilievo sono le acquisizioni che si devono a Fiamma Chessa, come il fondo relativo a Vernon Richards e i due fondi di Leda Rafanelli.

Dopo la lunga permanenza a Genova, l’archivio segue i trasferimenti del suo fondatore-curatore, che morirà a Rapallo nel 1996: dapprima a Pistoia, quindi a Iglesias, di nuovo a Genova -Bavari, ancora a Pistoia, Canosa di Puglia, Cecina. Dal 1999 l’archivio donato dalla figlia Fiamma al Comune di Reggio Emilia, è locato in una sede indipendente dalla Biblioteca Comunale Panizzi, nata trent’anni fa, per iniziativa dell’amministrazione comunale, dall’accorpamento di due precedenti biblioteche, la Municipale e la Popolare. Ovviamente, l’attività editoriale dell’archivio si confonde per un lungo periodo con quella pubblicistica dello stesso Chessa – su Berneri, anarchismo e futurismo, Clemente Duval, Leda Rafanelli, Sante Pollastro, guerra di Spagna. Corre tuttavia l’obbligo di ricordare, fra le pubblicazioni precedenti a questa provvidenziale sistemazione, l’ Epistolario inedito di Camillo Berneri, edito in 2 volumi a Pistoia. Col trasferimento in Emilia, e con la cura di Fiamma Chessa, le pubblicazioni dell’archivio assumono una maggiore continuità e una fisionomia più precisa, dovuta, va detto, al raffinato progetto grafico di Nicoletta Fontanesi. C’è, prima di tutto, un volume descrittivo dei fondi archivistici (Storie di anarchici e di anarchia. L’archivio Famiglia Berneri – Aurelio Chessa, 2000). Ce n’è uno di testimonianze su Chessa stesso (Aurelio Chessa. Il viandante dell’Utopia, 2007) e ci sono gli atti di una giornata di studio dedicata a Berneri (Camillo Berneri. Singolare/plurale, 2005). Fin qui, pur con le caratteristiche di pregio che ho detto, si rimane nel territorio consueto di questo genere di volumi. Altri due volumi rivestono invece a mio parere un carattere di eccezionalità.

Il primo, di formato differente, per un opportuno adeguamento ai contenuti, è una strabiliante raccolta di 150 fotografie di Vernon Richards (l’italo-britannico Vero Recchioni, 1915-2001, cui si deve un classico sulla Guerra di Spagna: Lessons of the Spanish Revolution/Insegnamenti della Rivoluzione Spagnola, Collana Vallera).
Vero, compagno di Maria Luisa Berneri (figlia di Camillo), ritrae fotograficamente, fra gli altri, George Orwell, il quale gli permette di immortalarlo nella sua quotidianità e intimità. Sono sue le foto più note dello scrittore. Con Freedom Press pubblica quattro libri fotografici che raccolgono, divisi per temi, molte delle sue fotografie. Alla sua morte, per suo volere, tutto questo patrimonio fotografico, consistente in circa 5000 scatti, è stato donato a Fiamma Chessa, che ha fatto la scelta di lasciarlo all’Archivio.

Il secondo raccoglie gli atti del convegno di studi dedicato a Leda Rafanelli.
Trattasi in effetti di due libri differenti, riuniti in un solo tomo, il secondo dei quali è un’eccellente quanto rara iconografia, con immagini che coprono più di ottant’anni della sua vita. Nata a Pistoia nel 1880 e morta a Genova nel 1971, si può considerare uno dei più singolari personaggi dell’anarchismo italiano. Convertitasi all’Islam, abbigliata in modo eclettico e “orientaleggiante”, ha nei primi anni del secolo, relazioni col futuro Duce e con Carlo Carrà, e a torto è spesso è ricordata soltanto per questo. Col marito, Luigi Polli, sposato nel 1902, comincia una precisa attività editoriale di stampo radicale. Si lega in seguito all’editore Giuseppe Monanni , con il quale creerà la Casa Editrice Sociale. Verranno editati numerosi classici dell’anarchismo e del radicalismo sociale, ma anche Unamuno, Le Bon, Darwin e London. Usciranno fra l’altro in queste edizioni le opere di Georges Palante, di Giuseppe Ferrari e di Friedrich Nietzsche, prima edizione italiana delle 10 opere, con autorizzazione e prefazione della sorella dell’autore. Contemporaneamente al lavoro editoriale e alle proprie pubblicazioni di protesta, la Rafanelli si dedica alla letteratura per ragazzi, ai romanzi, alle opere teatrali, alle prose ritmiche. Si tratta in pratica di lavori autobiografici. Presso l’Archivio sono conservate moltissime opere inedite. Dopo la fine del rapporto con Monanni, si trasferisce a Sanremo e dopo pochi anni definitivamente a Genova, dove si occuperà dell’educazione dei suoi quattro nipoti insieme alla loro madre (l’unico figlio di Leda muore nel 1944). Si dedicherà alla scrittura e alla chiromanzia. Morirà nel 1971 nella casa in via Gorizia, dove abita ancora il nipote.

“Fogli di Via”, Novembre 2010

Segnaliamo che mentre si compilava il testo, erano in preparazione i seguenti volumi: Un libertario in Europa. Camillo Berneri: fra totalitarismi e democrazia, a cura di Giampietro Berti e Giorgio Sacchetti e Giovanna Caleffi Berneri, Un seme sotto la neve. Carteggi scritti. Dall’antifascismo in esilio alla sinistra eretica del dopoguerra, 1937-1962. Si ringrazia Fiamma Chessa per la collaborazione.

da: http://digilander.libero.it/biblioego/BerneriChessa.htm

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Ebraismo e anarchismo

novembre 16, 2010 3 commenti

La storia ebraica ha sempre collegato l’ebraismo al marxismo e ne ha trattato le origini e le ripercussioni storiche, ma da alcuni anni si è iniziato a studiare il rapporto tra anarchismo ed ebraismo. Tralasciando lo stupore che ogni volta “colpisce” chi sente accostare religione ed anarchismo, questa ricerca sta sviluppando risultati piacevoli che possiamo dividere in un analisi strettamente filosofica: Collegamenti tra anarchismo e ebraismo e un analisi più storica: Gli ebrei all’interno dei movimenti anarchici. Chi ha analizzato a fondo la religione ebraica e i suoi insegnamenti per ricavarne o ricercarne una chiave libertaria è Furio Biagini che recentemente ha pubblicato: Torà e libertà. Studio delle corrispondenze tra ebraismo ed anarchismo. Ritengo affascinate la particolare lettura che fa Biagini delle scritture interpretate libertariamente, Biagini evidenzia come l’idea di libertà sia centrale nella Bibbia facendo notare la prospettiva di superamento e miglioramento del presente, l’opera concentra la sua attenzione su un analisi dei movimenti radicali messianici sviluppatisi nelle comunità ebraiche soprattutto dell’Europa Orientale. Biagini centra la sua attenzione anche sulla figura di Jacob Frank, leader rabbinico definito e descritto dall’autore come personalità carismatica che predicava l’annullamento di ogni distinzione tra il sacro e il profano, interessante è l’analisi di Biagini che collega il pensiero del “nichilista di rara autenticità” Jacob Frank con il rivoluzionario anarchico Bakunin. Nei movimenti radicali e messianici Biagini fa notare come grande importanza sia data al fare quotidiano, alle azioni semplici, in cui ciascuno ha la possibilità di liberare, ricercare se stesso anche alla luce di una ricerca divina anche nelle piccole cose, per la ricerca della salvezza, salvezza che empiricamente si può ottenere soltanto concedendo libertà di parola, delle proprie idee, e la possibilità di difenderle, contro ogni autoritario dogmatismo. L’esempio pragmatico di questo modo di concepire “la vita e la propria religione” lo si ritrova analizzando la storica americana prendendo in considerazione il forte movimento ebraico e anarchico presente negli Stati Uniti. Il 9 ottobre 1866 venne fondata a New York la prima organizzazione anarchica ebraica denominata: “Pionieri della Libertà”. Questa Organizzazione assunse il compito di diffondere idee tra gli ebrei migranti dell’Europa dell’ Est avendo tra le fila personaggi come Emma Goldman e Berkman. Contemporaneamente nacquero altri gruppi anarchici ebraici a Fhiladelphia e fiorirono una marea di giornali e periodici anarchici in lingua yiddish come il settimanale: “Verità”. Sempre a New York nel 1910-11 fu fondata la Kropotkin Literary Society gestita da J. A. Maryson tra i principali teorici dell’anarchismo americano. L’originalità del pensiero di Maryson consisteva nello svincolare e nel rifiutare sistemi economici pianificati fissi e cristallizzati come il socialismo e il comunismo ritenendo centrale per il pensiero anarchico la sperimentazione e la “creazione” di modelli sociali partendo dal concetto di libertà in una forma totale e perfetta. Maryson si distaccava dall’ortodossia del pensiero ritenendo importante per gli anarchici partecipare alle elezioni quando necessario. Da analisi storiche e filosofiche risulta che sviluppare ricerche tra anarchismo e ebraismo può portare a sorprese come l’opera di Biagini e la ricerca storica dell’America della frontiera quindi relazioni tra anarchismo autoctono americano ed ebraico, d’altronde come non trovare collegamento con colui che viene definito tra i fondatori del pensiero individualista americano Thomas Jefferson che disse: “Il governo migliore è il governo che governa meno” e anche: “La ribellione ai tiranni è obbedienza a Dio”.

Domenico Letizia

Titolo: Ebraismo e anarchismo
Testata: Libertaria

Dalla crisi economia all’orgasmo sociale

novembre 9, 2010 5 commenti

Lo statalismo fa male, fa male economicamente ma soprattutto moralmente e culturalmente. Di questa crisi si è sentito parlare parecchio, soprattutto a sproposito e come sempre quando a far i danni sono i governi e il patriarca assoluto lo stato, semplicemente si addossa la colpa a qualcun altro, in questo caso “l’entità” Mercato. Che poi nessuno faccia nomi di chi di questo mercato oligarchico si è approfittato, coloro che si sono arricchiti alle spalle di milioni di individui è normale, semplicemente perché il colpevole di tanto artifizio è lo stato in quanto tale e il suo assistenzialismo capitalista, interventista: banche centrali, la creazione di moneta fasulla, l’intervento statalista per amici imprenditori e per clientele politiche, economiche e sindacali, insomma quello che è casta che però ha nome e cognome, soprattutto tra chi dovrebbe governare in nome del cittadino elettore. Ma la crisi è anche una nuova e risorgimentale opportunità, un opportunità di risveglio di orgasmo sociale, se la vita economica vissuta fin oggi è impossibile da perpetrare tocca ripartire dalle base, per r-inventare forme e sistemi economici partecipati, autogestiti, democratici insomma alternativi. Si ritorna a parlare di casse di solidarietà, di mutuo appoggio, di partecipazione, di mercato alternativo, di commercio solidale, insomma la crisi mette in luce di come ci sia bisogno di liberarsi da ciò che ha generato la crisi, soprattutto lo stato e lo statalismo riconsegnando il potere di gestione sociale al cittadino, all’individuo protagonista economico dei propri servizi e alla comunità in cui vive.
La partecipazione sociale è incentivata a svilupparsi proprio alla luce della perdita di scelta, dalla consapevolezza di un mercato ove il problema sussiste nella mancanza reale di mercato ( per intenderci, pensiamo alla circolazione della moneta, se non gira, se non è presente nelle fasce sociali il sistema economico monetario è in crisi). La libertà di scelta che può prodursi da questa crisi si ha sostenendo tutte quelle forme di mercato e mutualismo decentralizzato, solidale e autogestito.
Solo in questo modo la crisi economica si trasforma in orgasmo sociale con l’obiettivo di sviluppare l’autodeterminazione individuale delle scelte in tutti i campi dell’esistenza, questa libertà in tutti i campi produce un limite naturale allo stesso sistema “mercato”, cioè come illustrato da Pietro Adamo l’ideale “mercato” libertario si situa in un contesto in cui si incrociano istanze non solo economiche, ma etiche, politiche, sociali, e cosi via. Questa sperimentazione potenzia tutte le sfere in cui l’uomo agisce, non solo quella economica: proprio dall’interazione di queste sfere dovrebbe risultare una sorta di limite all’ambito del “mercato”.

Domenico Letizia

Mensile Libertario “Cenerentola” Novembre 2010

Camillo Berneri

ottobre 28, 2010 1 commento

Documentario relativo all’intellettuale anarchico Camillo Berneri. intervengono Carlo De Maria, Fiamma Chessa e Claudio Venza

L’anarchismo fra politica ed antipolitica

Stefano D’Errico
Il dominio del socialismo statalista ed autoritario che haimmancabilmente prodotto il capitalismo di stato in tutti i paesi in cui s’è imposto o la socialdemocrazia (per lo più integrata nelsistema di sfruttamento, compartecipe della spoliazione del TerzoMondo), non poteva che compromettere la sinistra su basi planetarie.Il giacobinismo moderno, succube di ciò che Camillo Berneri denunciò già negli anni Trenta come mito “operaiolatra”, ha da una partecorroborato la crescita selvaggia dell’industrialesimo, la crisiambientale ed il saccheggio indiscriminato delle risorse. Dall’altraha quasi imposto un marchio xenofobo contro i contadini (considerati“retrivi” e “piccolo borghesi”) e negato (come il colonialismo) leculture astatali libere dalla soccombenza alla produzione, considerate“involute” dallo stesso Marx. L’etnocentrismo occidentale ha cosìavuto mano libera nell’imporre su basi globali il proprio modellotecnologico, culturale e religioso come “marchio di fabbrica” ed unsistema mercantile assolutamente apocalittico e fine a se stesso.Il primo revisionismo (quello autoritario) ha “sdoganato” nelmovimento dei lavoratori la cosiddetta “statualità proletaria”, ovverol’utilizzabilità del principale veicolo del sistema di sfruttamento(poiché non sono le classi a produrre lo stato, ma è lo stato che nedetermina la nascita). In ambito politico, tutto ciò ha accreditatol’utilizzazione sconsiderata dell’autonomia del partito (nuova classedirigente) in funzione totalitaria. Con buona pace di Lenin, ilcomunismo autoritario ha imposto a milioni di persone un “pensierounico” ante litteram basato sull’assurdo di un materialismo cosiddettoscientifico considerato (su basi idealistiche e deterministe) perfettoed “invincibile”, negando al contempo il metodo sperimentale ed empiriocriticista (libertario e pluralista per definizione). Tali sonole radici della ragion di stato giacobina (del partito fatto stato) e dell’assurdo di una (presunta) eguaglianza conquistabile in assenza di libertà con la dittatura del (sul) proletariato. E vi sono elementi di prossimità anche con le inevitabili accezioni del resto della“modernità” involuta, rappresentate dai totalitarismi di destra (ugualmente statalizzatori) e dalle democrazie apparenti, blindate e consociative. Tali i punti di contatto con il pensiero unico attuale(neo-darwinismo sociale e revanche del capitalismo), impostosi dopo che il crollo del socialismo autoritario ha – nell’immaginario collettivo di una sconfitta “cosmica” – trascinato con sé anche l’incolpevole socialismo libertario. A questi si può imputare infatti solo un vizio sovrastrutturale ed indotto rispetto alla propria ideologia: quello di aver buttato il bambino (la politica intesa comeautogoverno della polis) insieme all’acqua sporca (il politicismo),impedendosi infine di esprimere in tempi e modi dovuti quella critica radicale e di classe al capitalismo di stato che è parte imprescindibile della sua base fondativa dai tempi di Proudhon e Bakunin.
Oggi occorre partecipare ai movimenti radicali, progressivi e d’emancipazione riconoscendone finalmente la necessaria e strutturale pluralità. Se vogliamo riprendere il cammino interrotto non possiamo abbandonarci alle subdole trappole del revisionismo storico, tanto meno dimenticare le nostre origini, come credono di poter fare i fanatici del “post” (“post-moderno, post-socialismo, post-anarchismo”). Né adottare la “religione” del “nuovismo” (“neo-socialismo,neo-anarchismo”), per sua natura troppo eterogeneo, caotico e indistinto. I movimenti (e non vanno trascurate le organizzazioni sindacali di base che adottano un metodo libertario ed autogestionario), devono ricominciare dalla loro autonomia rispetto alla politica, negando proprio la cosiddetta “autonomia del politico”. Se devono ripartire dai propri ambiti specifici e dal territorio, costruendo una rete di democrazia diretta solidarista, associazionistica e comunalista in alternativa al centralismo ed allo stato, occorre soprattutto che imparino onestamente a subordinare la politica all’etica, perché il fine non giustifica i mezzi. Ma, al tempo stesso, non possono negare di assumersi le responsabilità che tutti coloro che sviluppano azione sociale hanno di fronte alla storia. Devono svincolarsi dalla paura di“compromettersi”, da ciò che Berneri indicava come “fobia della degenerazione” (e lo diceva criticando giustamente anche il diktatonnicomprensivo dell’astensionismo). Occorre evitare la confusione fra giudizi di merito e giudizi di valore, ovvero che passi tattici assurgano al ruolo di principi (e che i principi stessi vengano considerati inamovibili persino a fronte di una loro eventuale confutazione, sedimentino un’ortodossia integralista). Quanti vogliono cambiare le cose devono aborrire particolarismi e soggettivismi e dotarsi di un’organizzazione e di un programma collettivo flessibile e sempre riformabile. Occorre ritornare alle basi del socialismo umanitario e libertario,moralmente intransigente, eppur tollerante ed aperto alla sperimentazione. Chi vuole cambiare il mondo deve accettare strutturalmente la necessità del pluralismo e del confronto qualie lementi inalienabili. Sarebbe bene convincersi del fatto che, se è giusto perseguire la perfettibilità, non esiste la perfezione assoluta. L’idea stessa di una società “trasparente” è assolutamente totalitaria. L’idea di potere deve ridursi al diritto di poter fare. Va apertamente rifiutata a priori qualsiasi forma di dittatura, palese o occulta che sia. Il totalitarismo, sotto qualsiasi forma, non può certo costruire la libertà né, tantomeno, l’eguaglianza. In nessun caso, neanche di fronte al cambiamento radicale o alla rivoluzione, si è da soli, ed anche qualora si fosse maggioranza (come capitò agli anarchici spagnoli), la cosa di per sé non esime dalla politica. Occorre quindi tener sempre presente a priori che sono necessarie delle alleanze, riconoscendo l’alterità delle forze in campo e delineando un progetto gradualista che non si ponga in contraddizione con il fine ultimo. Sapendo prefigurare e concordare percorsi comuni con altre forze, senza nessun tabù sulla politica né complessi d’inferiorità o chiusure settarie. Non si tratta di accettare quel riformismo che vuole solo “aggiustare” l’esistente, ma neppure di abbandonarsi ad un massimalismo totalizzante che nega la necessità di una politica dei piccoli passi. In ultimo, proprio il “fine” va concepito come un (problematico) inizio: non esistono palingenesi sociali.

Castel Bolognese: presentazione libro su Francesco Saverio Merlino

Sabato 9 ottobre, alle ore 16, la Biblioteca libertaria “Armando Borghi”, in collaborazione con la Biblioteca comunale “Luigi Dal Pane”, organizza la presentazione del libro “La fine del Socialismo? Francesco Saverio Merlino e l’anarchia possibile” a cura di Gianpiero Landi, Chieti, Centro Studi Libertari “Camillo Di Sciullo”, 2010. Il libro verrà presentato nel Teatrino del Vecchio Mercato (via Rondanini, 19) con interventi del curatore Gianpiero Landi e Roberto Zani.
Il volume contiene gli atti del convegno di studi tenutosi a Imola, nella Sala delle Stagioni, il 1° luglio 2000 per iniziativa dell’associazione “Arti e Pensieri”. Un confronto ad ampio raggio, in cui l’accurata ricostruzione storiografica si è intrecciata a riflessioni e dibattiti su nodi teorici di grande rilevanza e attualità. All’appuntamento del 2000 parteciparono studiosi di diversi orientamenti culturali e politici: Pietro Adamo, Giampietro Berti, Bruno Bongiovanni, Raimondo Cubeddu, Paolo Favilli, Gianpiero Landi, Luciano Lanza, Massimo La Torre, Natale Musarra, Emilio R. Papa, Luciano Pellicani, Nadia Urbinati, Enrico Voccia. In appendice sono presenti anche due scritti inediti di Bruno Rizzi. L’iniziativa si colloca nell’ambito della edizione 2010 della rassegna “Ottobre, piovono libri. I luoghi della lettura”.

Nuovo volume:”Cronache anarchiche”

Franco Schirone (a cura di)

Cronache anarchiche.
IL GIORNALE “UMANITA’ NOVA” NELL’ITALIA DEL NOVECENTO (1920-1945)con2dvd
Zeroincondotta, 2010

Non sarebbe pensabile ripercorrere la storia del movimento anarchico di lingua italiana nella prima metà del Novecento senza ripercorrere al tempo stesso la storia di «Umanità Nova». Difatti il quotidiano «Umanità Nova» è stato lo strumento di comunicazione e di coordinamento più importante: per le sue vicissitudini, per la sua rilevanza militante, per la sua capacità di affrontare lucidamente e puntualmente i fatti. Tutte le energie messe in campo per la sua nascita riflettono la capacità organizzativa e la tensione rivoluzionaria degli anarchici italiani in una delle fasi più difficili, ma anche più aperte alle spinte trasformatrici, vissute dal nostro paese. È significativo che proprio in tale momento gli anarchici avvertano la necessità di dotarsi di un organo di stampa all’altezza della situazione, riallacciandosi in questo alla consolidata tradizione dell’anarchismo, che nelle pagine dei giornali ha soprattutto espresso la propria progettualità. Indubbiamente la loro parola risuona anche nelle piazze, nei comizi e nei luoghi di lavoro, nelle camere del lavoro e nelle università popolari, ma, come emerge dagli scritti pubblicati in questo volume, è soprattutto nelle pagine di «Umanità Nova» che sono riposte le maggiori attese, a fronte delle pressanti richieste provenienti da una società in pieno fermento rivoluzionario. Scritti di De Agostini, Di Lembo, D’Errico, Galzerano, Guerrini, Ortalli, Pagliaro, M.Rossi, Sacchetti, Scaliati e Schirone. Nei due DVD allegati è contenuta la raccolta completa, digitalizzata, del quotidiano anarchico «Umanità Nova» (1920-1922), edizione di Milano e Roma. Seguono le edizioni dell’esilio: USA (1924-1925), Argentina (due numeri unici, 1930 e 1932) e Francia (1932-1933). Il lavoro si conclude con la raccolta di «Umanità Nova» pubblicata in Italia nel periodo della Resistenza: Firenze (1943-1945), Genova (numero unico in occasione dell’insurrezione contro il nazifascismo, 22 aprile 1945) e Roma (1944-maggio 1945…ancor oggi in corso di pubblicazione).

(http://bub.ilcannocchiale.it/2010/09/29/umanita_nova.html)