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Posts Tagged ‘Fabio Massimo Nicosia’

Per l’inventario e la contabilizzazione in bilancio di tutti i beni comunali

Petizione che potete presentare in tutti i Comuni, chi vuole partire con questa petizione mi faccia sapere.
Domenico Letizia

All’Amministrazione di ….,
Al Comune di…..,

Per l’inventario e la contabilizzazione in bilancio di tutti i beni comunali di ……
Già nel 1896, Antonio Labriola scriveva che, con l’evoluzione storica, lo Stato “è dovuto divenire una potenza economica”, in particolare “nella diretta proprietà del demanio”, oltre che “nella razzia, nella preda, nell’imposizione bellica”. Oggi questo demanio è sterminato: strade e autostrade, porti e aeroporti, impianti energetici, beni storici e artistici, coste, acque territoriali, fiumi, laghi, risorse naturali degli enti locali, miniere, cave e, per accessione, rete elettrica e cavi telefonici (almeno potenzialmente) presenti in tutti i comuni italiani. L’art. 2424 c.c. impone che i cespiti immobiliari siano iscritti in bilancio all’attivo, ma i Comuni, come gli altri enti territoriali, non applicano a sé il codice civile e quindi non iscrivono quei beni, perché non li trattano da ricchezze quali sono, ma solo da oneri. Con la seguente petizione chiediamo all’amministrazione di …….. di stilare un inventario di tutti i beni di proprietà comunale stabilendo per ognuno il valore di mercato di estimo, con conseguente iscrizione in bilancio di questo valore in modo da rendere finalmente pubblico, trasparente, reale e senza ipocrisie la ricchezza comunale della Città di ………. .

Contatti:
Domenico Letizia: anarhkydom@hotmail.it

Una teoria Libertaria del diritto

di Domenico Letizia

Una teoria libertaria parte dal presupposto antiautoritario che l’imposizione e la coercizione sono danno per l’individuo, da queste considerazioni ogni “legge” è ritenuta non legittima perché imposta da una maggioranza su una minoranza, non condivisa e non adatta ad ogni situazione “localistica” ma programmata, pianificata, centralizzata e istituzionalizzata. Il libertarismo è contro la legge, ma non contro le regole, anzi ciò che il movimento anarchico ha insegnato all’umanità è proprio la condivisione e la partecipazione alla creazione e alla sperimentazione di regole, capacità di autorganizzazione e regole di convivenza comune, una sorta di diritto etico, non monopolizzato e in continuo cambiamento in rapporto alle situazioni e alle condizioni. Per i libertari legge e diritto non sono e non rappresentano la stessa cosa. Il diritto risulta essere il frutto dell’esperienza di vita, il risultato di un percorso razionale di conoscenza e sperimentazione. La tradizione anarchica ha ben illustralo ciò che rappresenta diritto e ciò che rappresenta imposizione. Proudhon ha tenuto distinte le nozioni di legge e di diritto dove la prima è manifestazione dell’esercizio della forza monopolizzata dallo stato, mentre il secondo comprende tutte le forme di regolazione, di mediazione e di amministrazione dei rapporti, degli interessi e dei conflitti che occupano le vicende umane, una concezione libertaria del diritto che definisco basata su rapporti antigerarchici e consensualisti. Una teoria del diritto libertaria che superi l’eterna contraddizione tra utilitarismo e giusnaturalismo e dia approccio ad una condizione giuridica di consenso e di accettazione, di “tolleranza giuridica”. L’esperto di diritto Fabio Massimo Nicosia ha cercato di strutturare tal teoria su concezioni consensualiste e di “mercato” ( inteso come frutto dell’accordo e del libero scambio). Secondo quest’ottica consensualista il “mercato”, infatti, è un meccanismo regolatore ed autoregolato delle azioni umane che funziona anzitutto come ordine politico e giuridico. Le stesse norme di comportamento o le lingue in uso presso i vari gruppi umani sono il prodotto di questo meccanismo acefalo ed autopoietico. Tutto secondo tal concezione teorica risulta essere il frutto del confronto; tutto viene, cioè, da attive e dinamiche transazioni che si possono definire, in senso lato, “di mercato”; pertanto, la stessa proprietà nasce dal mercato, non dal diritto naturale, ma quale utile, temporanea convenzione. Ma, se una convenzione è tale, non ha nulla di sacro e di definito, “perenne” e, in mutate condizioni, il “mercato” ( inteso come sintema dinamico di confronto, indipendentemente dal fatto che si tratti di merci, di idee o usi, costumi, linguaggi, ecc. ) può rivedere le proprie “decisioni” che sono sempre frutto del consenso, dell’accordo e del confronto. Tali riflessioni senza cadere in speculazioni troppo filosofiche e teoriche risultano interessanti proprio a confermare di come la legge sia frutto di un imposizione coercitiva e di come stesso le Costituzioni possono essere create, cambiate e discusse su base volontaristiche e di confronto. L’anarco-individualista americano Lysander Spooner descriveva di una costituzione senza autorità, Spooner muoveva la critica alla Costituzione Americana da un presupposto “realistico”: secondo lui un contratto, per essere valido, deve essere stipulato da persone fisiche in rapporto tra loro, messo per iscritto, firmato dalle parti. Senza questa procedura un contratto non ha alcuna autorità e non produce alcun obbligo, insomma non è frutto del confronto e della tolleranza. Interessante, insomma, sarebbe avviare un dibattito tra libertari sul diritto e sulla sua applicazione libertaria.

A Rivista Anarchica, Marzo 2011

CHI SONO I LIBERTARI!

settembre 19, 2010 9 commenti

di Fabio Massimo Nicosia

L’egemonia della “sinistra” (rigorosamente da virgolettare) sul mondo dell’industria culturale in Italia e’ fatto noto.
Basta visitare un “remainders” per rendersi conto della marea di libri inutili (lotta di classe in Nicaragua, prospettive della produzione in Angola, ecc.), che i vari Einaudi e Feltrinelli hanno sfornato negli ultimi venticinque anni. Altrettanto riconosciuta è la marginalità in tutti questi anni, anche per la subalternità del “liberalismo” ufficiale, della cultura non marxista e non “democratica” nel mercato editoriale.
Tale deprimente stato di cose fa si che siano da noi quasi totalmente sconosciuti i filoni più vitali del moderno pensiero liberale e libertario, occultando il loro possibile proporsi come radicale alternativa alle grigie ideologie dominanti, ravvivando con dosi di radicalità libertaria la tuttora incerta cultura politica delle forze politiche anti-stataliste e anti-burocratiche.
Ci riferiamo qui in particolare a un originale filone di pensiero, giunto ormai da decenni a maturazione negli Stati Uniti, denominato libertarianism o, più specificamente, anarchocapitalism.
Benché non si tratti in senso stretto di un sistema (sennò che libertarismo sarebbe?), sorprende l’organicità di un pensiero, il quale, muovendo dai diritti inviolabili di proprietà dell’individuo, giunge a implicazioni conseguenti in ogni campo: economia, giustizia e sicurezza, tutela dell’ambiente, ecc.
Il tutto con una freschezza e una vivacità, oltre che in termini francamente affascinanti, da suggerire di proporre con forza il pensiero libertarian non solo come criterio di giudizio della bontà delle scelte di governo, ma anche come strumento che, nel proporre soluzioni pratiche, è in grado, al contempo, di “farci sognare”.
Il più noto libertarian e anarco-capitalista contemporaneo è Murray Rothbard, morto a 68 anni il 7 gennaio 1995. Economista, filosofo morale, politico e del diritto, allievo del grande economista della scuola liberale austriaca von Mises, ha scritto diversi saggi e trattati, i più noti dei quali sono Man Economy and State (1962), Power and Market (1969), For A New Liberty -The Libertarian Manifesto (1973), nonché The Ethics of Liberty (1982), tradotto dalla casa ed. Liberilibri di Macerata. La sua produzione è vastissima, e comprende saggi sui cicli economici, sulla moneta, sul fisco, ecc.
La sua teoria politica costituisce uno sviluppo coerente della dottrina di Locke dell’autoproprietà. Il diritto di proprietà in senso ampio (proprietà anzitutto di sé e dei frutti del proprio lavoro) è il caposaldo della teoria rothbardiana; a partire dalla titolarità di tale diritto fondamentale si sviluppa il libero mercato, rappresentato dalla rete degli scambi volontari e pacifici dei titoli di proprietà. A fronte della trama contrattuale fondata sul consenso degli interessati, si pongono gli “aggressori” e gli “invasori”, tutti coloro i quali esercitano i “mezzi politici” della coercizione in luogo dei “mezzi economici” della cooperazione. E il più pericoloso di tali aggressori e’ lo stato.
L’antico interrogativo della filosofia politica (“che cosa consente di distinguere lo stato da una banda di briganti?”) è risolto da Rothbard in danno dello stato: lo stato è peggio di una banda di briganti, perché l’oppressione che assicura nei confronti di un dato territono ha caratteri di continuità e di sistematicità che nessuna “banda” sarebbe in grado di esprimere. Sicché può dirsi che lo stato non è che una banda di briganti, che riesca a imporre il proprio dominio monopolistico in un dato territorio.
Lo stato è infatti l’unica organizzazione la quale rivendica il potere legittimo di acquisire risorse non attraverso il consenso (atti di scambio o di donazione), ma attraverso la coercizione. Noi accettiamo dallo stato comportamenti che considereremmo criminali ove posti in essere da qualsiasi altro soggetto: sottrarre coattivamente risorse attraverso la tassazione dei frutti del proprio lavoro, espropriare e confiscare terre, ecc.
Rothbard ha denunciato con decisione il ruolo che gli intellettuali hanno svolto nei secoli per giustificare innanzi all’opinione pubblica l’idea di stato e di governo, rafforzando la credenza che “non si può fare a meno del governo”, attraverso formule mistificatorie quali “lo stato siamo noi”.
Nozioni come quella di “stato”, di “governo” e di “collettività'” sono esse stesse mistificatorie, dato che tali entità non “esistono”, esistendo solo i singoli individui. Dire che il “governo” ha il potere di far questo o quello significa perciò solo riconoscere tale potere a singoli individui.
Da qui la negazione del concetto di proprietà pubblica dei beni. Se il “pubblico” non esiste, la proprietà è sempre di qualcuno. Se di un bene si afferma il carattere “pubblico”, vuol dire perciò che si sta occultando il vero “proprietario”, di chi prende le decisioni sull’uso del bene, che è il politico o il burocrate.
Da qui la proposta che tutti i beni, ivi comprese le strade, siano posseduti privatamente e che tutte le attività, ivi compresi i servizi di giustizia e di sicurezza, siano forniti da privati in regime di concorrenza, dato che non v’è attività che sia attualmente svolta dallo “stato” che non possa essere svolta da un privato. E ciò per la semplice ragione che, “stato” o “privato”, saranno sempre uomini concreti a svolgere quell’attività; con la differenza, però, che lo stato rivendica il monopolio nell’esercizio di quelle attività e considera criminale chi gli fa concorrenza; mentre il privato non può impedire a nessuno di porsi in competizione con lui, e il cittadino potrà sempre scegliere – anche con riferimento alla giustizia e alla sicurezza – di cambiare fornitore.
Va sottolineato come le pagine di Rothbard, ma anche di altri anarco-capitalisti come David Friedman, sono ricche di argomenti e di esempi di come in concreto tali servizi possano funzionare in regime di concorrenza. E’ costante nei libertarians il tentativo di dimostrare come le loro proposte non siano affatto utopistiche e inattuabili, avendo la storia conosciuto momenti importanti di organizzazione libera della società e di produzione non coercitiva e monopolistica del diritto e della giustizia.
Di grande interesse appaiono in particolare le riletture della vicenda del (per parafrasare il titolo di un noto saggio libertario) “non così selvaggio, selvaggio west”. Il suo sistema di organizzazione privata della comunità – dimostrano recenti indagini empiriche – era molto più efficiente di quanto non si sospetti; e gli stessi morti uccisi furono assai meno di quanto non appaia dalla cinematografia, la quale pure ha mostrato la plausibilità di una società fondata sul rispetto dei diritti di proprietà e sulla fornitura privata dei servizi di sicurezza e giustizia, come già propose nel 1849 l’economista laissez-faire Gustave de Molinari. Infine, va ricordato che, secondo gli anarco-capitalisti, il rispetto della proprietà privata è il criterio migliore per tutelare l’ambiente (l’insieme delle singole proprietà) dall’aggressione dell’inquinamento. Strano, dunque, che i verdi siano collettivisti in economia e schierati a sinistra.

Contraddizione di Rothbard

luglio 1, 2010 4 commenti

Le riflessioni tratte da Fabio Massimo Nicosia

Lo sbaglio di Rothbard

giugno 27, 2010 10 commenti

Murray Rothbard, “Nazioni per consenso” in AA.VV., “Nazione, cos’è”, Leonardo Facco Editore, 1996. – L. 12.000

citazione di un passo:

“Una società interamente privatizzata non avrebbe assolutamente frontiere aperte. Se ogni pezzo di terra in un paese fosse posseduto da qualche persona, gruppo o società ciò significherebbe che nessun immigrante potrebbe entrarvi se non è stato invitato ad entrare e se non ha ottenuto il consenso ad affittare od acquistare la proprietà. Un paese totalmente privatizzato sarebbe chiuso quanto i singoli abitanti e proprietari desiderano”.

critica:

Qualunque teoria della proprietà che voglia essere libertaria ed evitare l’effetto-gabbia non può che muovere da una premessa comunista: occorre cioè assumere che, in origine, tutti hanno in comune la proprietà del mondo. Rothbard riconosce la moralità di tale ipotesi, ma la respinge come irrealistica in nome della separatezza degli individui e dell’impossibilità che ognuno possa possedere effettivamente l’intero mondo; egli denota però così limiti di cultura giuridica, dato che l’istituto (privatistico) della comunione ben consente di immaginare che ognuno possa essere proprietario del mondo pro quota. Ecco allora che il comunismo originario non impedisce affatto che le quote possano circolare e dar vita a un mercato, consentendo detenzioni individuali ed eventualmente legittimando la stessa divisione della comunione.
Tale concezione (quella secondo cui il mondo è originariamente di proprietà comune di tutti gli uomini), è dominante nel cristianesimo primitivo, ma non è affatto estranea nemmeno alla tradizione del liberalismo classico. Non si spiega altrimenti, ad esempio, la “clausola di Locke”, in base alla quale l’appropriazione è illegittima se ne derivino privazioni per gli altri. E si noti che Rothbard, il quale fondamentalmente recepisce la concezione lockeana della proprietà, ne respinge proprio la “clausola” di ragionevolezza, aprendo così la strada alla aberranti conseguenze indicate.
Analoga impostazione si rinviene in tutti quei liberali classici (compreso Bastiat), per i quali il fondamento giustificativo della proprietà è nella produzione, dunque nell’utilità che, attraverso essa, si procura agli altri. Si veda ai tempi nostri la scuola dei property rights (Demsetz e Alchian), o James Buchanan, secondo i quali la proprietà scaturisce da un contratto, se si vuole da una convenzione, e non mai da un atto unilaterale di imperio accompagnato dall’enunciazione di un mistico diritto naturale.
Ma se nasce dallo scambio, la proprietà ne reca i segni, non essendo pensabile che dall’accordo possa scaturire il dominio di uno degli scambisti sull’altro, o il peggioramento delle condizioni di uno di loro. Nella peggiore delle ipotesi, il non proprietario si sarà quantomeno garantito un diritto di passaggio e di circolazione, nonché, si direbbe, di accesso a una quota di risorse naturali. Ciò intacca allora il mito dello ius excludendi alios, che a questo punto appare più un frutto “legislativo” e imperativo, che non il prodotto di libere interazioni di mercato.
Rothbard muove da una visione restrittiva della natura umana, imperniata attorno al concetto di lavoro stanziale, che attraverso, l’occupazione, fonda il diritto di proprietà. Il nomade non ha diritti sulla terra. Eppure l’uomo è anzitutto un animale dinamico, la sua azione implica movimento; nella sua natura non v’è domanda di proprietà fondiaria più di quanto non vi sia domanda di spazi aperti. Se perciò è lecito fondare diritti sulla natura umana, tra essi vi è sicuramente un qualche diritto di circolazione, che limita ab origine il diritto di proprietà altrui.

Citazione da: L’opinione di un libertarian di Fabio Massimo Nicosia

Norberto Bobbio, un filosofo per la partitocrazia

di Fabio Massimo Nicosia

Sapete perché negli Stati Uniti hanno Posner, Dworkin, Axelrod, Rawls, Nozick, Rothbard, e noi abbiamo Bobbio? Perché gli americani hanno scelto prima. Hanno scelto, cioè, la libertà della ricerca, e non il conformismo accademico. Quando scrive di filosofia del diritto (jurisprudence) o della politica, un autore americano sa che sarà tanto più apprezzato, quanto più si interrogherà sui fondamenti ultimi della disciplina e contribuirà alla sua evoluzione; da noi invece chi propone punti di vista inediti è percepito come uno stravagante velleitario, che ignora la prima regola della nostra “ricerca”: mai esprimere, se non dubitativamente e scusandosi con il lettore, un proprio pensiero, e preferibilmente illustrare il pensiero altrui. Sicchè oggi, non essendoci veruno che esprima un pur tenue pensiero proprio, non è più possibile nemmeno scrivere sul pensiero altrui!

Pensate a Bruno Leoni: l’unico nostro filosofo del diritto davvero grande e originale, nonché l’unico coerentemente liberale in questo secolo, è tuttora del tutto assente dai manuali nostrani (naturalmente negli Stati Uniti è considerato pensatore fondamentale: chiedete a James Buchanan). Ma Leoni non era bobbiano; sicchè il nostro vate si è permesso di ignorarlo, come nella sua recente autobiografia, ove si limita a una sola, ingiuriosa segnalazione come “giurista”. Piccole meschinità; e dire che, in un momento di sincerità, Bobbio ammise di non essere “mai venuto a capo” delle idee di Leoni!

Sia chiaro che non mi interessa nulla della vicenda del Bobbio “fascista”, che scrive a Mussolini per ottenere la cattedra. Non l’aspetto etico è preoccupante, ma quello scientifico e ideale: il fatto che Bobbio sia considerato un grande filosofo, nonché un grande liberale. Il fatto è che Bobbio non è né grande, né liberale. Chiunque di media cultura abbia letto “Destra e sinistra” (Donzelli, 1994), non può non aver provato imbarazzo di fronte a un simile Harmony della scienza politica, zeppo di massime immortali come le seguenti: “Nietzsche, ispiratore del nazismo” (pag. 23); “Gli estremi si toccano” (pag. 27); “Nel linguaggio politico i buoni e, rispettivamente, i cattivi possono trovarsi tanto a destra quanto a sinistra” (pag. 48). Per non parlare delle prese di posizioni più pensose, come quella secondo la quale gli “estremisti” essendo “autoritari” e i “moderati” “libertari”, i libertari-egualitari si collocherebbero nel centro sinistra (pag. 81). Chissà come reagirebbero Bakunin e Stirner, se sapessero di essere rispettivamente di centro-sinistra e di centro-destra! Naturalmente, nello schema del “liberale” Bobbio l’elemento rappresentato dallo Stato, questo piccolo dettaglio della modernità, non trova alcuna collocazione critica, ma è visto come un dato naturale a priori, come i vulcani e i terremoti (170 milioni di morti provocati dagli Stati nel XX secolo, e la tassazione al 60%, saranno di destra o di sinistra?)

Il bijou di Destra e Sinistra si trova peraltro, come spesso capita ai capolavori, in una nota: la 5 di pagina 78, nella quale il Maestro sostiene che l’art. 3 della Costituzione, secondo il quale “Tutti i cittadini hanno parità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, non determinerebbe l’incostituzionalità di una “fantastica” normativa che discriminasse gli “estroversi”; e ciò perché l’art. 3 non indica esplicitamente l’estroversione tra i motivi di non discriminazione. Che l'”estroversione” possa farsi rientrare nella nozione di “condizioni personali e sociali” non sfiora il nostro grande filosofo del diritto (Bobbio non è mica un “giurista” qualsiasi).

Il Bobbio più noto è quello degli ultimi anni, ulivista e veltroniano, sempre intento a meditare sulle sorti della Democrazia, della Repubblica e della Stampa. Ma il Bobbio davvero importante, che “rimarrà”, è quello delle dispense universitarie e dei saggi gius-filosofici. Bobbio non ha mai scritto un libro che sia uno (i suoi sono tutte raccolte di saggi o di lezioni), e questo non è detto sia un difetto; mi fa specie piuttosto -devo ripetermi- che Bobbio sia considerato un filosofo del diritto liberale. Del liberalismo di Bobbio si doveva già dubitare ai tempi di Politica e cultura: per anni i nostri maggiori ci hanno additato come esempio di rigore anticomunista gli scritti raccolti negli anni ’50 in quell’antologia. Senonchè quel poco di cultura liberale che si aggira nel nostro Paese ha ben poco di che inorgoglirsi di fronte a genuflessioni al cospetto togliattiano, del tipo “sulle divergenze tra il compagno Viscinskij e noi”, quali le seguenti: “Le dichiarazioni di Stalin sul movimento dei Partigiani della Pace… confermano alcuni dubbi che sono stati più volte formulati sulla natura e sull’efficacia di questo movimento. Data l’autorità della voce da cui questi dubbi traggono conferma,…” (pag. 72); “…nonostante le tesi ufficiali sembra che siano stati fatti dal regime sovietico grandi passi verso lo stato di diritto via via che esso si è venuto consolidando” (pag. 155). E così via. Ciò che più in generale colpisce è la timidezza, l’atteggiamento subalterno, con il quale Bobbio va compitando le sue banalità “liberali” (della serie “la libertà è un valore universale”) rivolte ai suoi ben più agguerriti e motivati interlocutori comunisti.

Ma torniamo al filosofo del diritto. Bobbio è anzitutto considerato, con riferimento soprattutto alla sua prima fase, un “filosofo analitico”, sostenitore di un approccio linguistico al diritto. In realtà, chi pretendesse di rinvenire nel Nostro le sottigliezze argomentative dei veri filosofi analitici (da Austin a Searle), sbaglierebbe indirizzo. In Bobbio, l'”analisi” si riduce a una generica invocazione al “rigore” nell’approccio linguistico-normativo; ma non riesce a evitare cadute grossolane, come quando nega il carattere empirico della norma giuridica, in quanto regola sul comportamento “futuro” e non rappresentazione di un evento accaduto (Scienza del diritto e analisi del linguaggio, in Riv. Trim. Dir. Proc. Civ., 1950, pag. 354): quasi che il riferimento al “futuro” fosse elemento incompatibile con il carattere empirico di una proposizione. La confusione tra “empiricità” e “attualità” di un enunciato è un vero e proprio strafalcione: non occorre infatti la volumetria cranica di Wittgenstein o di Carnap, per comprendere che “Domani pioverà” è enunciato empirico non meno di “Oggi piove”, pari essendo la verificabilità di entrambi: basta un po’ più di pazienza nel primo caso.

Il fatto è che, negando il fondamento empirico della norma giuridica, Bobbio vuole salvaguardare la sovranità del legislatore, svincolandolo da ogni limite di contenuto: da qui il suo malinteso “positivismo giuridico”. Bobbio è infatti considerato, almeno per una certa sua fase, un kelseniano (poi ha seguito tutte le mode, dal funzionalismo al neo gius-naturalismo in nome dell’O.N.U.). Un formalista-realista come Kelsen, peraltro, non si sarebbe mai sognato di scrivere: “La nostra vita si svolge in un mondo di norme. Crediamo di esser liberi, ma in realtà siamo avvolti in una fittissima rete di regole di condotta, che dalla nascita sino alla morte dirigono in questa o quella direzione le nostre azioni” (Teoria della norma giuridica, Giappichelli, 1958, 3). Come si vede, abbiamo qui l’idea di un diritto un po’ Mago Merlino e un po’ new age; affascinante, ma il liberalismo che c’entra? La verità è che l’impostazione di Kelsen, pur con le sue rigidità, era assai più liberale di quella di Bobbio; per Kelsen non v’era sovranità possibile al di fuori del diritto, e su questo si scontrò con Schmitt; ora, da un punto di vista “realistico”, Schmitt era dalla parte della ragione; ma in termini di cultura liberale il tentativo kelseniano di costruire lo Stato-tutto-diritto, benchè utopico e fallace, merita rispetto. Bobbio invece continua a dirsi “liberale” e “kelseniano”, ma è in realtà schmittiano, o meglio, ciellennistico. Bobbio insomma si cura che l’idea del diritto e del costituzionalismo non si spinga sino a mettere in discussione la supremazia dei partiti e delle classi politiche dominanti, che hanno “fatto” e “custodiscono” la Costituzione repubblicana. Si veda come Bobbio massacra il delicato concetto logico-empirico kelseniano di “norma fondamentale” (Grundnorm): “La norma fondamentale… stabilisce che bisogna ubbidire al potere originario (che è lo stesso potere costituente). Ma che cosa è il potere originario ? E’ l’insieme delle forze politiche che in un determinato momento storico hanno preso il sopravvento e hanno instaurato un nuovo ordinamento giuridico… Parlando di potere originario parliamo di forze politiche che hanno instaurato un determinato ordinamento giuridico” (Teoria dell’ordinamento giuridico, Giappichelli, 1960, 61). Insomma, in nome della gius-filosofia, è obbligatorio ubbidire alla partitocrazia. E sempre così sia.

Nasce il Centro Studi Libertari Claustrofobia per ‘rifondare’ l’anarchismo

maggio 24, 2009 7 commenti


Di Domenico Letizia

Ecco ci siamo, alla presentazione di questo nuovo progetto: il Centro Studi Libertari Claustrofobia, che trovate all’indirizzo: http://www.claustrofobia.org/
Claustrofobia è un centro che si ripropone di analizzare o di ricanalizzare il pensiero anarchico e libertario in un ottica originaria, individualista, liberale o semplicemente pura: si tratta di riconoscere nei fondamentali della “civiltà liberale” gli elementi base per la demolizione della cultura degli assoluti categorici. Base della nostra proposta è, quindi, l´autodeterminazione dell´individuo in ogni campo, sia pure non in una visione solipsistica, ma tale da sottolineare le reciproche interdipendenze, accettando alcuni spunti sia dell’anarcocapitalismo che del pensiero anarchico classico. Ci si ritrova a studiare una società statale e a cercar ipotesi di società senza stato, tutto basato su documentazione ed analisi.
Claustrofobia prende il nome della rivista Claustrofobia cinque numeri usciti alla fine degli anni ’70, frutto dell’opera solitaria di Riccardo La Conca, e rifacendoci un po’ allo scalpore che una simile rivista produsse in quei anni, Claustrofobia vuole inserirsi come una voce all’interno dell’anarchismo, analizzarlo e praticarlo.
Ecco cosa troviamo sul sito, alla voce ‘Chi siamo’: Claustrofobia.org nasce da un’alleanza tra libertari possibilisti liberoscambisti, si propone di creare un luogo di studio e di azione politica riunendo e conciliando, pur mantenendo le dovute differenze, anarcosindacalisti, mutualisti, agoristi e anarcoliberali rifacendosi all’individualismo anarchico e al liberalismo delle origini, alla tradizione dell’autosufficienza, delle comunità locali, del volontarismo federativo e della decentralizzazione, si propone di creare una struttura economica nuova, decentralizzata e autonoma, invitando i lavoratori a ritirarsi in una struttura economica non politicizzata dalle logiche statali, costruire la società giusta nel guscio di quella vecchia. Siamo uniti in un’opposizione allo Stato, al militarismo e all’intolleranza culturale (discriminazione sessuale, razzismo) basando la nostra strategia per la liberazione creando movimento e istituzioni alternative e rifiutando la politica elettorale.
E’ nato, ringrazio tutti dal gentilissimo creatore del sito al dott. Luigi Corvaglia tra i fondatori del nostro Centro. Ora oltre D. Letizia, D. Fidone, e speriamo presto anche F. Massimo Nicosia e lo stesso Riccardo La Conca, rivolgo l’invito a partecipare con critiche, proposte e analisi tutto il mondo anarchico e libertarian, personalmente spero anche in una partecipazione di Pietro Adamo, Nico Berti e nell’aiuto di alcune grandi riviste del libertarismo Italiano. Ma soprattutto spero nella partecipazione di tutti coloro che si sentono libertari, i presupposti per iniziare ci sono già: Iniziamo.