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L’insostenibile idiozia della pseudo-anarchia

A seguito del crollo degli stati “comunisti” dell’Europa orientale e attraverso la diffusione di Internet, la concezione anarchica ha ripreso a circolare, discretamente ma in maniera sempre più ampia. La cosa è estremamente positiva perché molti di noi non ne possono più dello stato, della sua soffocante invadenza e del suo colossale marciume. Tuttavia, è proprio quando una concezione si espande che rischia di snaturarsi perché alcuni tra i nuovi venuti vi portano tutto il loro vecchio bagaglio fatto di miti duri a morire, pregiudizi incancreniti, contrapposizioni obsolete. Molti che si avvicinano all’anarchia provengono da esperienze qualificabili, in linguaggio corrente, di sinistra, socialista o comunista. Nell’anarchia essi cercano tutto ciò che hanno sperimentato nelle esperienze precedenti (l’antifascismo, l’anticapitalismo, l’egualitarismo, l’assistenzialismo, ecc.) e se non lo trovano ve lo introducono con estrema determinazione.

In questo essi hanno buon gioco perché ognuna di queste posizioni racchiude qualcosa che è anche all’interno della concezione anarchica originaria: l’antifascismo come opposizione al nazionalismo e all’autoritarismo; l’anticapitalismo come opposizione allo sfruttamento lavorativo e al parassitismo; l’egualitarismo come riconoscimento che tutti gli esseri hanno uguale diritto alla libertà; l’assistenzialismo inteso come aiuto volontario reciproco (mutual aid). Se le vecchie posizioni fossero così riformulate, allora una chiarificazione terminologica (ad es. antiautoritarismo invece di semplice antifascismo, antisfruttamento padronale invece di anticapitalismo, e così via) basterebbe a superare equivoci e malintesi riportando tutti nell’ambito del pensiero e della pratica dell’anarchia che mira alla promozione di individui liberi in condizione di effettuare libere scelte. Invece così non è.

Chiariamo allora le cose punto per punto. L’antifascismo di questi nuovi venuti, che d’ora in poi qualificherò come pseudo-anarchici, è una lotta violenta senza quartiere contro i cosiddetti fascisti che non possono neanche manifestare le loro idee. In sostanza è la riproposizione del più becero autoritarismo e dei metodi repressivi più odiosi in nome dell’anarchia. Per quanto riguarda l’anticapitalismo il discorso si fa ancora più ambiguo e intollerante dal momento che esiste, soprattutto negli USA, una corrente che si qualifica come anarco-capitalista. Gli pseudo-anarchici, totalmente accecati dall’intellettualismo parolaio e dalla superficialità propria degli etichettatori di professione, non si preoccupano nemmeno di analizzare quali sono le idee di base di questa corrente. Per loro basta la presenza del termine capitalismo per porre fine al discorso. La cosa, ripeto, sarebbe forse anche comprensibile (se intesa come semplice rigetto terminologico) considerando che sotto la voce capitalismo troviamo nel corso della storia anche ogni sorta di corporatismo, monopolismo, protezionismo e favoritismo dei padroni (i cosiddetti capitalisti) in combutta con lo stato.

Il fatto è però che gli pseudo-anarchici non solo rigettano il termine ma anche tutto ciò che gli anarco-capitalisti (e i fautori del free-market anticapitalism quali Kevin Carson e Roderick T. Long) sostengono e cioè il libero scambio, la libera circolazione di beni e persone dappertutto nel mondo, la libera attività e così via. In sostanza, così facendo gli pseudo-anarchici non rigettano tanto il capitalismo quanto i cardini essenziali su cui poggia l’anarchia. Gli anarchici (e in questo anche Marx) non sono mai stati anti-capitalisti nel senso di vagheggiare un ritorno a un passato pre-tecnologico (il capitale sono le macchine per chi non lo sapesse, non il gruzzolo in banca) e protezionista (contro il libero scambio) ma semmai fautori di uno sviluppo estremo del capitalismo che conducesse poi al suo superamento. In questo senso essi sono sia ultra-capitalisti che post-capitalisti in quanto, proprio sulla base dello sviluppo capitalistico e del libero scambio, a cui sono favorevoli, prevedono e auspicano un allargamento continuo della libertà, cioè delle libere scelte degli individui (passando per l’estinzione dello stato voluta non solo dagli anarchici ma anche da Marx e Engels).

Il rifiuto da parte degli pseudo-anarchici della libertà di attività e di scambio (vale a dire, per parlare in termini giornalistici, contro la libera impresa e il libero mercato) deriva dal fatto che questi nuovi venuti tentano di spacciare per anarchia concetti e pratiche che sono in definitiva puro statismo. Questo trova conferma nelle altre loro parole d’ordine: egualitarismo e assistenzialismo. Per egualitarismo essi concepiscono una redistribuzione forzata del reddito (una sorta di spartizione mafiosa del bottino ottenuto attraverso l’imposizione fiscale) il che richiede chiaramente, ohibò, l’esistenza di un entità superiore redistributrice. Gli anarchici invece ritengono che con la fine dei privilegi attribuiti dallo stato alle sue cricche si assisterà alla fine della concentrazione delle ricchezze, ad una sorta di diffusione del reddito, chiaramente penalizzando i ceti parassitari burocratici e premiando soprattutto i lavoratori-imprenditori produttivi e creativi.

Per quanto riguarda l’assistenzialismo gli pseudo-anarchici, come dimostrano le recenti dimostrazioni in Grecia in cui essi si sono pienamente riconosciuti, non vanno oltre lo stato assistenziale di cui difendono a spada tratta l’esistenza non rendendosi conto che così facendo lo stato che essi hanno fatto uscire a parole dalla finestra rientra trionfalmente dalla porta principale. Una delle affermazioni più note di Samuel Johnson, il lessicografo e saggista inglese, è: “Patriotism is the last refuge of a scoundrel.” (Il patriottismo è l’ultimo rifugio di un farabutto.) Per come le cose si stanno sviluppando riguardo al movimento anarchico potremmo dire che l’anarchia (cioè la pseudo-anarchia) sta diventando davvero l’ultimo rifugio dei farabutti dello statismo. Attraverso ciò che presentano come anarchia, essi stanno cercando di far passare tutto il peggio del Grande Fratello.

Recentemente un gruppo che si definisce anarchico ha posto all’ordine del giorno della discussione il collettivismo (di staliniana memoria) e l’anarchia sociale che non si capisce bene cosa sia se non l’ennesimo imbroglio parolaio degli pseudo-intellettuali statisti sempre intenti a vendere fumo pur di salvare lo stato (anche sotto altro nome) nei secoli a venire. Per questo, alle tre affermazioni propagandistiche del Grande Fratello War is Peace – La Guerra è Pace Ignorance is Strength – L’Ignoranza è Forza Freedom is Slavery – La Libertà è Schiavitù dovremmo forse aggiungerne una quarta, la più agghiacciante di tutte: Anarchism (pseudo-anarchy) is Statism – L’Anarchismo (ovvero la pseudo-anarchia) è lo Statismo. A questo punto dopo aver distrutto il socialismo trasformandolo in nazional-socialismo (nazismo) e il comunismo trasformandolo in comunismo reale (stalinismo) adesso gli intellettuali dello statismo sono intenti a distruggere l’anarchia trasformandola in anarchismo sociale (collettivismo burocratico) e apprestandosi così a effettuare la più grossolana e la più schifosa delle manipolazioni. Se ci riusciranno la colpa sarà unicamente nostra -cioè di tutti gli esseri dotati di ragione e di spirito critico e amanti della libertà-.

da: (http://spazi-altri.noblogs.org/post/2010/05/24/l-insostenibile-idiozia-della-pseudo-anarchia)

  1. giugno 1, 2010 alle 10:03 pm

    Bel, bel, bel, bel pezzo😉

  2. giugno 1, 2010 alle 10:13 pm

    Grazie della visita,
    solo una considerazione: l’intento dell’articolo non è assolutamente quello di prendere le difese dell’anarco-capitalismo ma invece quello di rafforzare/difendere l’anarchia contro un magma dogmatico anarco-comunista tout-court negando ad ogni movimento libertaio (anarchico) che deviasse da questo principio il diritto a tale nome. Berneri insegna. E’ un omaggio all’anarchia e alla tolleranza.

    Personalmente l’unica cosa che correggerei quindi è il tag che hai scelto per l’articolo, nel senso che l’avrei messo sotto la voce “anarchia” – il blog però lo gestisci tu quindi decidi pure come ti pare…
    Alla prossima!🙂

  3. Domenico Letizia
    giugno 2, 2010 alle 2:18 am

    infatti interessante che queste delucidazioni arrivino direttamente dall’anarchismo classico o simili……..

  4. Balandran
    giugno 2, 2010 alle 10:39 am

    A parte che il comunismo reale non è altro che il comunismo “ideale” applicato (oltretutto… moderatamente)

  5. Domenico Letizia
    giugno 2, 2010 alle 11:10 am

    Personalmente l’unica cosa che correggerei quindi è il tag che hai scelto per l’articolo, nel senso che l’avrei messo sotto la voce “anarchia”

    Vito ho inserito il tutto sia con il tag anarchismo sia con il rag anarcocapitalismo.
    questi articoli sono di un interesse eccezionale, perchè mostrano all’area anarcocapitalista come certi settori dell’anarchismo classico non vadano trascurati e considerati come dei semplici stalinisti.
    queste considerazioni per me sono la prova che quell’articolo: Alla Sinistra Libertaria! pubblicato sul sito del movimento Libertario ( movimento anarcocapitalista ) può essere preso in considerazione, anzi…..
    E il mio lavoro di diffusione all’anarchia lo svolgo in tutti i settori in quello anarcocomunista e in quello anarcocapitalista, letto è quell’articolo che pubblicai su Cenerentola:(http://www.claustrofobia.org/?p=79), a cui rispose Luciano Lanza in segiuto

  6. ddd
    giugno 11, 2010 alle 1:44 pm

    Sì, bel pezzo!

    Ciao DOME’!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

  7. Ingmar
    luglio 6, 2010 alle 5:11 pm

    L’importante è che per anarchia si intenda una mentalità antigerarchica. E la gerarchia, anche qualora si sconfiggesse quella burocratica, rischia di rientrare dalla porta principale sottoforma di differenze di potere contrattuale. Fortunatamente, sembra che questo articolo sostenga lo stesso capitalismo che sostengo io, ovvero il capitale umano e delle idee. Una buona idea deve essere sostenuta finanziata e il suo “vendere” è la sua utilità così come il suo profitto, chi lavora a quella idea merità il frutto del lavoro di qualcun altro. Non so se mi son fatto capire, ma penso che talvolta in altri blog l’anarco capitalismo liquidi l’argomento dello sfruttamento capitalista come qualcosa che non c’è, e se non ti piace il tuo stipendio vai da un altro, sarà il mercato a decidere.

  8. novembre 10, 2011 alle 1:51 am

    Scrivo perché molte cose di questo articolo mi lasciano alquanto perplesso.

    Mi dichiaro, anzitutto, per correttezza ed onestà intellettuale: sono un lavoratore precario anticapitalista e socialista che, dopo una breve parentesi anarchica, si è avvicinato a realtà organizzate di ispirazione marxista.

    Non l’ho fatto certo perché sia un amante della burocrazia o del centralismo totalitario, ma soltanto perché penso che la lotta di classe che oppone lavoro e capitale sia oggi più reale, concreta e tangibile che mai, e che l’unico modo per “vincerla” sia, oggi come sempre, organizzarsi in modo serio e sistematico, su basi concrete, in relazione ai movimenti e alle lotte dei lavoratori e della gente comune.

    Per prima cosa, quindi, vorrei smentire il ritratto di Marx “ultra-capitalista e post-capitalista”, persino favorevole al libero scambio, offerta da Domenico. Cito testualmente: “in generale ai nostri giorni il sistema protezionista è conservatore, mentre il sistema del libero scambio è distruttivo. […] Il sistema delle libertà di commercio affretta la rivoluzione sociale. E’ solamente in questo senso rivoluzionario, signori, che io voto in favore del libero scambio” (K. Marx, “Discorso sulla questione del libero scambio”, 1848).

    Quindi Marx non è affatto “favorevole” al libero mercato; lo preferisce al protezionismo soltanto perché, a differenza di quest’ultimo, può accelerare quei processi e approfondire quelle contraddizioni che porteranno al rovesciamento del capitalismo… e all’abbandono del libero mercato.

    Detto questo, recentemente ho dedicato una parte del mio tempo e delle mie letture sia a pensatori mutualisti e anarco-individualisti (Proudhon, Josiah Warren e Kevin Carson), sia ad alcune figure del liberalismo e dell’anarco-capitalismo che, persino negli ambienti Left Libertarians americani, vengono visti a volte come pensatori di riferimento (Friedrich von Hayek, Ludwig von Mises, Murray Rothbard).

    E già qui, secondo me, c’è un’altra precisazione da fare: un pensatore come Kevin Carson, che pur nelle divergenze ammiro molto, non mi sembra affatto etichettabile come un anarco-capitalista; Carson rivendica anzi il carattere anticapitalista della sua prospettiva e lancia strali su strali nei confronti di Rothbard.

    Sto condensando le mie considerazioni su questi autori in una serie di articoli che pubblico nel mio blog. Facendo un condensato del condensato, penso che l’errore fondamentale del “freed-market anarchism” consista nel ridurre il mercato ad una “pratica sociale”, dando così per buone le varie robinsonate dell’economia liberale, popolata di individui, liberi e proprietari, desiderosi di scambiare i propri surplus sulla piazza del mercato.

    Una ricostruzione del funzionamento delle dinamiche dello scambio che non solo non ha alcun riscontro storico e antropologico, ma che oltre a questo ignora completamente la dipendenza *inscindibile* fra libero scambio (fonte del potere economico) e istituzioni borghesi (fonte del potere politico), dimostrabile sul terreno storico. Qui il link al primo articolo della serie, per chi è interessato: http://sos-iety.blogspot.com/2011/11/il-primo-volto-del-mercato-lo-scambio.html

    Essere anticapitalisti, quindi, è per me una scelta “totale”: se si critica il sistema politico liberale-borghese che affama i lavoratori e conculca le libertà, la critica al modo capitalistico di produzione e al libero mercato (ossia al sistema di scambio connesso alla produzione capitalistica) non è un optional.

    Inoltre, secondo me, è impossibile immaginare un “mercato liberato” come quello prefigurato dai Left Libertarians senza una corrispondente trasformazione della società in società socialista, ossia senza la *socializzazione dei mezzi di produzione*. Se i mezzi di produzione restano nelle mani dei privati, nella forma della *proprietà* (ius utendi et abutendi, come dice bene, peraltro, lo stesso Proudhon), sarà sempre consentito, a questi ultimi, di ricavare un profitto dallo sfruttamento della forza lavoro impiegata, poiché disporranno di un potere di ricatto nei suoi confronti.

    Ma eccoci arrivati al punto: come si passa da una società capitalista ad una società socialista? Gli anarchici mirano ad una trasformazione politica (abolizione dello stato) per mezzo di una trasformazione economica (e questo in tutte e tre le varianti fondamentali dell’anarchismo, comunista, collettivista e mutualista); i marxisti puntano ad una trasformazione economica (superamento del modo di produzione capitalistico) attraverso una trasformazione politica (dello stato borghese in stato proletario, destinato comunque ad estinguersi).

    Al di là dei settarismi, quindi, la vera sfida, oggi, è capire come superare, nella pratica politica concreta, questa impasse che oppone due visioni nettamente contrapposte. Ma la vera domanda è, in realtà, un’altra: a quanti, oggi, interessa davvero fare la rivoluzione? Quanti davvero pensano, oggi, che una società socialista sia la sola soluzione al dramma sociale che la gente comune di tutto il mondo si trova oggi ad affrontare?

  1. giugno 2, 2010 alle 12:32 pm
  2. novembre 9, 2011 alle 3:55 am

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