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La “Proposta 14″

giugno 7, 2010 16 commenti

Subito una prova difficile per Mark Hinkle, neo eletto presidente del Libertarian Party. La California, infatti, a breve sarà chiamata ad esprimersi sulla “Proposta 14“: il referendum sarà sul meccanismo elettorale cosiddetto Top Two, che vuole limitare la scheda elettorale delle elezioni di novembre a due soli candidati, scelti precedentemente con primarie cumulative aperte a tutti i partiti.
Alcuni gruppi di interesse hanno investito milioni di dollari per promuovere questo progetto, in modo da non avere brutte sorprese: i due candidati, infatti, potrebbero in teoria (e plausibilmente in pratica) appartenere allo stesso partito.
“Questo – ha detto Hinkle – non è il cambiamento di cui abbiamo bisogno. Ora più che mai abbiamo bisogno di più voci e di una più ampia presenza politica sulla scheda elettorale di novembre, ma questa proposta fa proprio il contrario”.
“Il Libertarian Party della California – ha aggiunto – ha organizzato, attraverso l’impegno dei suoi volontari, una maratona di migliaia di telefonate agli elettori californiani incoraggiandoli a votare contro la Proposition 14. Questo continuerà fino alla elezione dell’8 giugno, e il Libertarian Party nazionale si è impegnato a sostenere finanziariamente la campagna per il no a questo referendum”.

da: http://invisig0th.wordpress.com/

PSICOLABILI, AGGRESSIONI E LEGGI!

Salvate Christiania

Per i mille abitanti di una delle ultime comunità hippy d’Europa è iniziata la guerra per la sopravvivenza. Il governo danese vuole liberarsi di loro, uomini, donne e bambini che da 40 anni abitano un quartiere nel pieno centro di Copenhagen animando un esperimento sociale unico al mondo.
È il 1971 quando sei giovani occupano i 34 ettari di una ex base militare nel cuore di Copenaghen fondando la “città libera” di Christiania. Un esperimento riuscito talmente bene che la comune circondata dai canali si popola di gente di ogni angolo del pianeta. Ancora oggi varcando la porta della cittadella sembra di essere catapultati negli anni Settanta. A Christiania si vive seguendo le stesse regole di allora: rifiuto dello Stato e della violenza, inesistenza della proprietà privata e guerra alle droghe pesanti. Il tutto scandito dalle decisioni dell’assemblea generale che delibera con la “democrazia del consenso”. E poi ci sono l’ufficio postale, l’asilo, i ristoranti, i bar, le imprese di artigianato, il cinema, i concerti, l’arte, la bandiera locale e la nazionale di calcio. Tutto rigorosamente autogestito.

A Christiania le abitazioni non sono di proprietà ma vengono affidate ai residenti per circa 200 euro al mese. I soldi finiscono nel “tesoro comune” con il quale la “città libera” paga luce, acqua e lavori di manutenzione. E chi vuole prendere un alloggio rimasto libero deve essere accettato dal severissimo comitato dei vicini.

Nel 1989 il Parlamento ha concesso a Christiania lo status di “esperimento sociale” e, aggrappandosi a questa delibera, gli avvocati degli hippy stanno negoziando un compromesso con il governo. Il 27 Maggio 2009 dopo decenni di schermaglie l’Alta Corte danese ha dato ragione al governo di centro-destra e torto all’ultima roccaforte hippie. Sfratto all’Utopia? Christiania, il posto più tranquillamente eversivo d’Europa con la sua Pusher Street ormai chiusa da anni e i tricicli dal carrello anteriore porta-bambino (uno se l’è comprato pure Angelina Jolie) e con la sua vita a misura d’uomo (auto proibite) così com’è non può andare avanti. Quei 34 ettari pittoreschi, abitati da onestissimi fuorilegge e visitati da un milione di turisti all’anno, non appartiene a chi quarant’anni fa con un’occupazione abusiva li «recuperò» dall’abbandono.

Ma adesso la «città libera» (Fristaden) divisa in 19 circoli che adottano la legge dell’unanimità (la maggioranza non è abbastanza) è meno «libera» di prima. Ma Knud Foldschak, l’avvocato che ha difeso la comunità in tribunale, sostiene che il verdetto — riconoscendo la realtà di Christiania negli ultimi 40 anni — costituisce «una vittoria morale» e «una buona base» per continuare la battaglia alla Corte Suprema.

Di laicità cosmetica e arredamento d’interni


di Luigi Corvaglia

Sia ben chiaro: se mi vietano gli spaghetti, faccio le barricate. Gli italiani, brava gente, nello spaghetto si riconoscono. Gli spaghetti, la pizza, la mamma, la nazionale. Abbiamo i nostri totem, i nostri simboli, le nostre griffes. L’appartenenza si fonda sul carboidrato alla pummarola e sulle mamme che ad esso ci iniziarono. E poi c’è il crocefisso. Trattasi di un complemento d’arredo costituito da una salma lignea o, sempre più spesso, in materiale plastico che raffigura, si sa, un uomo morto dopo tortura e che campeggia, generalmente ignorata dai più, in ogni dove. Ma non vuoi che ce lo vogliono togliere? Si, l’Europa, quella che decide il diametro dei piselli e la curvatura delle banane, lo ha decretato con una sentenza della Corte di Strasburgo. La folcloristica affissione del manufatto nei luoghi pubblici, responsabile dei risolini di scherno di tanti visitatori protestanti, più adusi al concetto di laicità e meno afflitti da iconolatria, è vietata perché incompatibile col rispetto delle opinioni di tutti. Che questo fatto sia banalmente vero rende il senso del mio stupore nel considerare che per definirlo sia dovuto intervenire un tribunale e, ancor di più, che da destra e da sinistra, da sopra e da sotto, si sia levata la protesta di teo-demo e psudo-laic. Onestamente, non riesco a scaldarmi. “Certo”, dirà il lettore, “tu sei laico. Vorrei vedere ti levassero gli spaghetti. Chissà come gongoli”. Si, è vero, sono laico, ma non gongolo. Il fatto è che una cosa sono gli spaghetti e un’altra la loro icona. I primi sono fumanti, conditi e tolgono l’appetito, la seconda è una rappresentazione simbolica. Per questa non farei alcuna barricata. Teo-dem e pseud-laic, invece, insorgono a difesa dell’effige.
Si, insomma, il lettore ha ragione, considero il concetto giusto, oserei dire “sacrosanto”, se non fosse contraddittorio. Un’istituzione sovra personale, lo Stato, rappresentante e tutore di tutti, impone simboli solo di alcuni. Laico e libertario, mi dicono i miei amici transazionali, liberali, liberisti e ibertari, così come i miei consociati agnostici e razionalisti, dovrei gioire della sentenza. Non gioisco. Non gongolo. Ghigno un po’, lo ammetto. Due i motivi. Innanzitutto, se non mi piace un’istituzione sovra personale che obbliga tutti suoi “cittadini” alla esposizione del crocefisso, diffido di un istituto sovra-statale, anche se mi ha regalato un attimo di illusione. Domani potrebbe farmi urlare di dolore. Potrebbero impormi – sacrilegio! – gli spaghetti di grano tenero, ad esempio. Summa lex, summa iniuria. Già, ma ora ammetto di ghignare allo spettacolo del teatro delle vergini violate intorno a me. Gli italiani, brava gente, si scandalizzano; i nostri ministri, bravissima gente, si mobilitano contro l’oscena sentenza. E si, dicono, sarà vero che siamo ai primi posti al mondo per consumo di cocaina (ma non abbiamo rivali nell’accoppiata fra questa e i trans), che la mafia prospera, la corruzione metastatizza il paese, però, in fondo, sapete che siamo? Brava gente, sempre pronta a una manifestazione in favore della famiglia o per una ronda. Purché si stia insieme in allegria. Gioviali e conviviali sempre, gli italiani. Ma soprattutto cristiani. Da cosa si deduce l’intima cristianità degli italiani? Ma dall’onnipresenza di salme lignee. Da cosa altrimenti? Da diffuso spirito cristiano non direi. Così, il ripristino del povero Cristo sul muro a guardare sconsolato lo stato della scuola e dei tribunali italiani non rappresenterebbe certo la vittoria dello spirito del nazareno, come l’averlo tolto non rappresenta alcuna vittoria della laicità. E questo è il secondo motivo di mancato gongolamento. E’ solo laico-cosmesi. Lo sapete che lo stato italiano versa ogni anno alla chiesa cattolica 700 milioni (700.000.000) di euro? Non mi venissero a parlare di laicità! Lascino l’arredo crucifero e ci ridiano i soldi, piuttosto.

http://disgusto.ilcannocchiale.it/

La giusta posizione!

Roderick Long illustra quali sono i punti per un left-libertarian sui quali far pressione e diffusione:

I libertari, soprattutto i left-libertarian , devono lavorare affinché sia visibile la nostra posizione. Essere visibili non è sufficiente è necessario argomentare le proprie ragioni ma una buona posizione argomentativa non serve se la gente non capisce la posizione che si sta difendendo.
Così, il nostro compito fondamentale è posizionarci sulle seguenti tesi:

1, la grande impresa ed il gran governo sono una maggioranza opprimente, alleati naturali contro la libertà.

2, benché i politici conservatori dicano di essere ostili al gran governo ed i progressisti vogliano fare credere di essere ostili alla grande impresa (quella monopolista) , le politiche dell’establishment economico, tanto progressiste come conservatrici, effettuano lo stesso intervento massiccio in favore delle grandi imprese e del gran governo.

3, i politici progressisti mascherano la loro posizione usando la scusa di essere per le classi deboli; i conservatori lo fanno in favore di una retorica di non intervento e libero mercato. Tuttavia, in entrambi i casi la retorica e molto differente dai fatti.

4, perfino una politica che si realizzasse realmente in favore dei deboli non funzionerebbe: la natura del potere statale la trasformerebbe per favorire le elite.

5, una politica di autentico libero mercato e non intervento funzionerebbe, poiché la libera concorrenza favorisce il consumatore e indebolisce le elite.

6, essendo che le politiche conservatrici, benché abbiano un alone di retorica liberoscambista, normalmente sono il contrario del libero mercato, i fallimenti dei conservatori rinforzano la posizione in favore del libero mercato.

Il giorno di Fidenato!

Luca Casarini si scopre libertario!


CORRIERE DEL VENETO
– VENEZIA —
Ha deciso di fare il grande passo: iscrizione alla Cgia, la Confederazione generale italiana dell’artigianato. «Già, ho aperto un’im­presa individuale di consulenza sul marketing e design pubblicitario e la scorsa settimana l’ho re­gistrata. Non sono contrario alle partite Iva. An­zi, sto con loro e prometto di dare battaglia insie­me a loro perché siamo la classe più debole di quest’epoca». Ad annunciarlo non è un artigiano, anzi, un piccolo imprenditore qualsiasi. E’ Luca Casarini, il leader dei no-global che fino a qualche tempo fa infiammava le piazze contro il potere. Ora ha famiglia, un figlio di tre anni, e questa nuova at­tività in proprio. E sta già lottando per la soprav­vivenza, contro il Fisco «iniquo e vessatore», contro lo Stato «che impone e non garantisce», contro gli studi di settore, «la mannaia dei politi­ci di sinistra». Insomma, parla da piccolo e arrabbiato im­prenditore del Nord Est. «Parlo da chi è costretto a sostenere i costi im­pressionanti di un’impresa che si affaccia sul mercato. Siamo costretti a pagare senza avere un ritorno. Mi spiego: già siamo soli, non abbia­mo alcun servizio da parte dello Stato perché non è che ti paga chessò, il commercialista, e siamo pure in balia delle fluttuazioni di merca­to. Cioè, il lavoro devi cercartelo, non sei sicuro di averlo, te lo devi guadagnare, conquistare. E sei soggetto a una tassazione da lavoro stabile e sicuro. Tutto questo trasforma i piccoli impren­ditori in schiavi del Fisco. Per esempio, perché devo pagare l’imposta sull’attività produttiva? Devo pagare perché lavoro, perché produco? Questa è una fabbrica sociale dove la partita Iva è la forma minima di lavoro. E invece di ricevere aiuti, paga».
Disobbedienza fiscale? «Io sono contro il Fisco iniquo. Dove finisco­no i miei soldi delle tasse? Se mi proponesse l’asilo nido gratuito per mio figlio, o un soste­gno all’università o agli ospedali, pagherei volen­tieri. Ma siccome finiscono per il 90% in spese di guerra, in superstipendi di manager pubblici, in emolumenti di politici, non ci sto. Ho capito che la cocaina costa ma non posso comprargliela io. Non voglio mantenere un baraccone».
Casarini sta con gli evasori? «Li capisco bene anche se io preferisco parla­re di obiezione fiscale. La materia dev’essere ridi­scussa dalla a alla z affinché i soldi non finisca­no più a Roma per poi sparire nel nulla. E’ ipocri­ta la sinistra che guarda alle partite Iva come eva­sori. A dirlo sono soprattutto quei politici che non hanno mai fatto altro in vita loro. Si aprano una partita Iva e poi ne riparliamo. Ci provi an­che Bersani».
Simpatizza per Bossi e Berlusconi? «Ma no. Quelli fingono di proteggerci, in real­tà stanno a Roma. Il loro è un finto federalismo. Sono al potere, figuriamoci, sono lo Stato. Io so­no per un federalismo vero, per una contrattazio­ne più vicina con il potere».
Quanto dichiara Luca Casarini? «Vedremo, questa è la mia prima volta. Se va avanti così penso di non superare i 15 mila euro».

Dovrà fare i conti con gli studi di settore… «Altra mannaia, altro imbroglio. Serve allo Sta­to per mantenere i super­stipendi e il resto. L’ho vi­sta io la villetta di Visco a Pantelleria…».

Come si colloca il marxismo in questa sua scelta? «Mi considero un neomarxista critico. Franca­mente non ho mai avuto una grande passione per lo Stato che da noi è garantito da Fini e dalla sinistra nella forma del patriottismo costituzio­nale. Questo Stato che impone e non garantisce, ha 700 parlamentari pagati con soldi pubblici, e versa enormi quantità di denaro alle grandi aziende. No, preferisco l’autonomia».

Diranno: quando Casarini non lavorava urla­va contro gli imprenditori, adesso che fa l’im­prenditore li difende, comodo «Io sono sempre stato dalla parte dei più de­boli. Ora sono contro la grande industria e a fa­vore delle partite Iva che rappresentano il nuovo tessuto produttivo di base. Il mondo è cambia­to, Marx non basta più. E poi lo diceva lui stes­so: diffidare dei marxisti».
Andrea Pasqualetto
17 novembre 2009

http://www.movimentolibertario.it/home.php?fn_mode=fullnews&fn_id=426&fn_cid=4