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Posts Tagged ‘Ludwig von Mises’

Pubblicazione: Contro la proprietà intellettuale

Con questo saggio provocatorio Kinsella ha dato il via ad un totale ripensamento delle basi della proprietà intellettuale tra i libertari. Mises e Rothbard ci avevano già messo in guardia dai brevetti, ma Kinsella va ben oltre e sostiene che la stessa esistenza di brevetti, copyrights e marchi registrati vada contro il libero mercato. Attraverso una logica stringente ed esempi persuasivi, l’autore capovolge completamente la prospettiva, che tutti noi diamo per scontata, sulla proprietà intellettuale inducendo il lettore a riflettere sull’argomento. La proprietà intellettuale, a suo avviso, è semplicemente una convenzione giuridica imposta dallo Stato e non un’estensione dell’autentico diritto di proprietà.

N. Stephan Kinsella
Contro la proprietà intellettuale
Rubbettino, 2010

(http://bub.ilcannocchiale.it/2010/11/28/kinsella_copyright.html)

Confronto tra Democrazia e Mercato

novembre 25, 2010 7 commenti

Domenico Letizia

Nelle società odierne dominate dalla burocrazia e dalle maggioranze, la “democrazia” è il bene assoluto, valore totale da rispettare e da diffondere in ogni cultura. Ma la democrazia come qualsiasi altro dogma che s’impone agli individui non è altro, in fin dei conti, il potere della maggioranza, che indubbiamente può variare o no, sulle minoranze. Ad un analisi approfondita la scelta di un governo democratico non risulta per nulla trasportatrice di valori di libertà e sovranità individuale.

Il dibattito dovrebbe portare ad un confronto tra democrazia e “leggi” della concorrenza o mercato. Se nella democrazia l’opinione della maggioranza risulta oppressiva per le minoranze, nel mercato la responsabilità con tutte le conseguenze ricade sulla scelta in sé. Ciò che va visto con attenzione è il problema dell’ “efficienza” e confrontare se questa metodologia sia rispettata nella democrazia attuale o nelle “democrazie concorrenziali ” o di mercato. Ludwing Von Mises utilizza l’argomento della democrazia affermando che la distribuzione dei voti monetari è il frutto essa stessa, del referendum perenne dei consumatori. Nozick si avvale dell’argomento della libertà ritenendo che la distribuzione di potere è nel mercato l’espressione del criterio “ ognuno in base a come sceglie a ognuno in base a come è scelto”. Risulta di facile comprensione affermare che il modello mercato è più “democratico” della democrazia attuale.
A differenza del consumatore che si muove nel mercato e nello scambio, durante le elezioni il voto non implica alcun patto tra chi “consuma” il voto e chi viene designato, se l’eletto non rispetta il programma per il quale è stato votato, non viene spazzato via dalla concorrenza in favore di un altro individuo che rispetti tali programmi o le scelte dichiarate. Se io scelgo un prodotto è questo non è di mio gradimento semplicemente lo cambio, anche dopo un paio d’ore, in democrazia non è così.
A ciò va aggiunto il carattere dispotico della democrazia che non si ritrova nel mercato, quello della scelta, dell’oppressione della maggioranza sulle minoranza. Milton Friedman, l’economista premio nobel, ha chiarito bene la differenza fra i sistemi democrazia e mercato attraverso l’esempio delle cravatte. Mentre nel mercato economico illustra Friedman, ognuno va al negozio per conto suo, di modo che ciascuno ha quello che sceglie, vale a dire ciò per cui vota (se il 51 per cento vuole una cravatta rossa, se la prende, e il 49 per cento la prende verde o come vuole) nella democrazia politica la gente vota: se il 51 per cento vota cravatta rossa, deve portarla il 100 per cento. Ciò che il mercato dovrebbe portare al modello democratico è la libertà di scelta e la responsabilità, ciò porterebbe ad un governo privo di caste imposte e ad una società a-statale. Libertà contro Dittatura. Il sistema mercato e il confronto con la democrazia è stato ben illustrato da Riccardo La Conca.

(http://notizie.radicali.it/articolo/2010-11-23/intervento/confronto-tra-democrazia-e-mercato)

CHI SONO I LIBERTARI!

settembre 19, 2010 9 commenti

di Fabio Massimo Nicosia

L’egemonia della “sinistra” (rigorosamente da virgolettare) sul mondo dell’industria culturale in Italia e’ fatto noto.
Basta visitare un “remainders” per rendersi conto della marea di libri inutili (lotta di classe in Nicaragua, prospettive della produzione in Angola, ecc.), che i vari Einaudi e Feltrinelli hanno sfornato negli ultimi venticinque anni. Altrettanto riconosciuta è la marginalità in tutti questi anni, anche per la subalternità del “liberalismo” ufficiale, della cultura non marxista e non “democratica” nel mercato editoriale.
Tale deprimente stato di cose fa si che siano da noi quasi totalmente sconosciuti i filoni più vitali del moderno pensiero liberale e libertario, occultando il loro possibile proporsi come radicale alternativa alle grigie ideologie dominanti, ravvivando con dosi di radicalità libertaria la tuttora incerta cultura politica delle forze politiche anti-stataliste e anti-burocratiche.
Ci riferiamo qui in particolare a un originale filone di pensiero, giunto ormai da decenni a maturazione negli Stati Uniti, denominato libertarianism o, più specificamente, anarchocapitalism.
Benché non si tratti in senso stretto di un sistema (sennò che libertarismo sarebbe?), sorprende l’organicità di un pensiero, il quale, muovendo dai diritti inviolabili di proprietà dell’individuo, giunge a implicazioni conseguenti in ogni campo: economia, giustizia e sicurezza, tutela dell’ambiente, ecc.
Il tutto con una freschezza e una vivacità, oltre che in termini francamente affascinanti, da suggerire di proporre con forza il pensiero libertarian non solo come criterio di giudizio della bontà delle scelte di governo, ma anche come strumento che, nel proporre soluzioni pratiche, è in grado, al contempo, di “farci sognare”.
Il più noto libertarian e anarco-capitalista contemporaneo è Murray Rothbard, morto a 68 anni il 7 gennaio 1995. Economista, filosofo morale, politico e del diritto, allievo del grande economista della scuola liberale austriaca von Mises, ha scritto diversi saggi e trattati, i più noti dei quali sono Man Economy and State (1962), Power and Market (1969), For A New Liberty -The Libertarian Manifesto (1973), nonché The Ethics of Liberty (1982), tradotto dalla casa ed. Liberilibri di Macerata. La sua produzione è vastissima, e comprende saggi sui cicli economici, sulla moneta, sul fisco, ecc.
La sua teoria politica costituisce uno sviluppo coerente della dottrina di Locke dell’autoproprietà. Il diritto di proprietà in senso ampio (proprietà anzitutto di sé e dei frutti del proprio lavoro) è il caposaldo della teoria rothbardiana; a partire dalla titolarità di tale diritto fondamentale si sviluppa il libero mercato, rappresentato dalla rete degli scambi volontari e pacifici dei titoli di proprietà. A fronte della trama contrattuale fondata sul consenso degli interessati, si pongono gli “aggressori” e gli “invasori”, tutti coloro i quali esercitano i “mezzi politici” della coercizione in luogo dei “mezzi economici” della cooperazione. E il più pericoloso di tali aggressori e’ lo stato.
L’antico interrogativo della filosofia politica (“che cosa consente di distinguere lo stato da una banda di briganti?”) è risolto da Rothbard in danno dello stato: lo stato è peggio di una banda di briganti, perché l’oppressione che assicura nei confronti di un dato territono ha caratteri di continuità e di sistematicità che nessuna “banda” sarebbe in grado di esprimere. Sicché può dirsi che lo stato non è che una banda di briganti, che riesca a imporre il proprio dominio monopolistico in un dato territorio.
Lo stato è infatti l’unica organizzazione la quale rivendica il potere legittimo di acquisire risorse non attraverso il consenso (atti di scambio o di donazione), ma attraverso la coercizione. Noi accettiamo dallo stato comportamenti che considereremmo criminali ove posti in essere da qualsiasi altro soggetto: sottrarre coattivamente risorse attraverso la tassazione dei frutti del proprio lavoro, espropriare e confiscare terre, ecc.
Rothbard ha denunciato con decisione il ruolo che gli intellettuali hanno svolto nei secoli per giustificare innanzi all’opinione pubblica l’idea di stato e di governo, rafforzando la credenza che “non si può fare a meno del governo”, attraverso formule mistificatorie quali “lo stato siamo noi”.
Nozioni come quella di “stato”, di “governo” e di “collettività'” sono esse stesse mistificatorie, dato che tali entità non “esistono”, esistendo solo i singoli individui. Dire che il “governo” ha il potere di far questo o quello significa perciò solo riconoscere tale potere a singoli individui.
Da qui la negazione del concetto di proprietà pubblica dei beni. Se il “pubblico” non esiste, la proprietà è sempre di qualcuno. Se di un bene si afferma il carattere “pubblico”, vuol dire perciò che si sta occultando il vero “proprietario”, di chi prende le decisioni sull’uso del bene, che è il politico o il burocrate.
Da qui la proposta che tutti i beni, ivi comprese le strade, siano posseduti privatamente e che tutte le attività, ivi compresi i servizi di giustizia e di sicurezza, siano forniti da privati in regime di concorrenza, dato che non v’è attività che sia attualmente svolta dallo “stato” che non possa essere svolta da un privato. E ciò per la semplice ragione che, “stato” o “privato”, saranno sempre uomini concreti a svolgere quell’attività; con la differenza, però, che lo stato rivendica il monopolio nell’esercizio di quelle attività e considera criminale chi gli fa concorrenza; mentre il privato non può impedire a nessuno di porsi in competizione con lui, e il cittadino potrà sempre scegliere – anche con riferimento alla giustizia e alla sicurezza – di cambiare fornitore.
Va sottolineato come le pagine di Rothbard, ma anche di altri anarco-capitalisti come David Friedman, sono ricche di argomenti e di esempi di come in concreto tali servizi possano funzionare in regime di concorrenza. E’ costante nei libertarians il tentativo di dimostrare come le loro proposte non siano affatto utopistiche e inattuabili, avendo la storia conosciuto momenti importanti di organizzazione libera della società e di produzione non coercitiva e monopolistica del diritto e della giustizia.
Di grande interesse appaiono in particolare le riletture della vicenda del (per parafrasare il titolo di un noto saggio libertario) “non così selvaggio, selvaggio west”. Il suo sistema di organizzazione privata della comunità – dimostrano recenti indagini empiriche – era molto più efficiente di quanto non si sospetti; e gli stessi morti uccisi furono assai meno di quanto non appaia dalla cinematografia, la quale pure ha mostrato la plausibilità di una società fondata sul rispetto dei diritti di proprietà e sulla fornitura privata dei servizi di sicurezza e giustizia, come già propose nel 1849 l’economista laissez-faire Gustave de Molinari. Infine, va ricordato che, secondo gli anarco-capitalisti, il rispetto della proprietà privata è il criterio migliore per tutelare l’ambiente (l’insieme delle singole proprietà) dall’aggressione dell’inquinamento. Strano, dunque, che i verdi siano collettivisti in economia e schierati a sinistra.

Alle origini del socialismo come essenza antistatalista

luglio 21, 2010 10 commenti

di Domenico Letizia

Il socialismo, il comunismo come la storia li ha presentati al mondo è chiaro dirlo subito: sono stati il più grande fallimento che l’uomo abbia mai conosciuto, non solo, proprio con il socialismo si è raggiunto il massimo di anti-liberalità che l’umanità abbia mai toccato. Ogni forma di socialismo pianificato, di statalismo estremo si è mostrato una aberrante dittatura politica, un regime senza tregua e a rimetterci sempre la pelle per primi sono stati proprio gli anarchici. Il socialismo non è stato solo un fallimento politico ma come riteneva Ludwig von Mises l’esperimento socialista non ha alcuna chance di funzionare, perché poggia su presupposti economici sbagliati. Ma facciamo una analisi storica. Il socialismo nasce come statalismo? Questa è anche la domanda che si è posto Lerry Gambone. In principio i socialisti previdero chi dovesse controllare l’economia? Pensarono che doveva essere lo stato? Non solo Bakunin esaltò il liberismo nord-americano, sia chiaro non era ancora nato il capitalismo coorporativista che oggi conosciamo, ritenendo la libertà dell’industria e del commercio una gran cosa, una delle basi essenziali della futura alleanza internazionale fra tutti i popoli del mondo. Ma diamo un occhiata ai principali teorici “socialisti” del 18 secolo.
San Simon parlava di un sistema di società per azioni volontarie, Owen di comunità intenzionali e cooperative, Flora Tristan di cooperative di lavoratori, Greene di un sistema tecnico bancario che permetteva ai coltivatori e lavoratori di possedere. Anzi, l’essenza antistatalista la ritroviamo proprio in Marx. Vi è tutto un insieme di “eretici” marxisti che ritengono che i primi a intorpidire le acque intorno a Marx siano stati proprio i marxisti. Wolf Bruno in un suo saggio ritiene che Marx non ha mia inventato nessun sistema socialista, e con tutta la sua arroganza intellettuale si prendeva gioco di ogni creatore di sistema. Infatti ha appoggiato i democratici liberali, i libero-scambisti e perfino i conservatori, per Marx il comunismo non era altro che: “il movimento reale che sopprime lo stato di cose esistenti” non un ideale da realizzare.
Larry Gambone si domanda dove è nata la confusione? E direi perché il socialismo è divenuto il male assoluto? Perché socialismo è statalismo? Le correnti dei lavoratori nel 19 secolo si divisero in fazioni ostili, in seguito sotto l’influenza del Fabianesimo e degli Stalinisti con l’ingannevole successo del capitalismo statale nelle nazioni belligeranti, il termine socialismo cominciò a cambiare da una matrice democratica e favorevole alla proprietà ad una controllata, pianificata, centralizzata, insomma il disastroso statalismo che tutti conosciamo. Il socialismo diventò l’opposto della democrazia economica e politica immaginata dalle primi generazioni socialiste e dai militanti del mutuo appoggio. Bisognerebbe ri-analizzare il pensiero socialista e, ne sono convinto, questa analisi cancellerebbe e trasformerebbe stesso la concezione, stesso il termine di socialismo oggi conosciuto.

Testata: Seme Anarchico “periodico di informazione anarchica”
Registrata: Iscrizione n 17/79 Tribunale Brescia
Data: Anno 31 n 20 Luglio 2010

IL CORPORATIVISMO NON E’ CAPITALISMO!


di Nereo Villa

Lavorare o rubare è il problema! Lavorare concerne i mezzi economici, rubare concerne i mezzi politici. Il corporativismo (organizzazione statale delle persone giuridiche come strumenti politici) garantisce a chi sa impadronirsi del suo complesso armamentario un’illimitata possibilità di sfruttamento della ricchezza prodotta tramite i mezzi economici. Il corporativismo nasce quindi come chiave di ogni relazione parassitaria in ogni convivenza politica, ed è sostenuto da una legale ma non legittima classe di professionisti del parassitismo. George Orwell nella neolingua del suo romanzo “1984” chiamava tale classe “miniver”, cioè “Ministero della Verità” che era invece ministero della menzogna, come è oggi ogni ministero di qualcosa; ad esempio chiamiamo Ministero dell’Economia qualcosa che di fatto genera debito, altro che economia! In tale contesto si sviluppa una vera e propria civiltà della menzogna poggiante su tre slogans: 1) la guerra è pace; 2) la libertà è schiavitù; 3) l’ignoranza è la forza. Come mai?
A partire dall’1989 – anno del crollo del muro di Berlino – si predica una nuova ideologi a “marxista ma non marxista”, che confonde le idee alla gente prendendo come capro espiatorio il capitalismo inteso come causa di ogni male. Così facendo, si chiama capitalismo il corporativismo, che è la degenerazione statalistica del capitalismo sano. Il trasformismo nominalistico per cui si chiamano le cose con un altro nome (trasformismo) non è forse la primigenia operazione che Marx praticò rispetto alle idee di Hegel, generando la medesima confusione che continua ancora oggi soprattutto nella sinistra e in ogni portatore del pensiero debole, sempre più debole? Tale trasformismo ricorda appunto l’operazione del sopracitato “miniver”! E oggi tale operazione vorrebbe condurre l’individuo all’accettazione del debito pubblico come normale economia del debito. La logica dei fatti reali vorrebbe invece che il debito fosse pagato. Abbasso il capitalismo?
Il capitalismo è un bene, non un male. Oggi pochissimi lo affermano non capendo che il capitalismo nasce (anche etimologicamente) dal capo umano e dal logos del pensare che vi risiede. In ebraico “cranio” si dice “golgota” (Giovanni 19,17), che è anche il nome del luogo in cui il sangue del figlio dell’uomo (il sangue è veicolo dell’io) feconda la terra di nuovi impulsi: con la croce del Golgota nasce infatti il segno “più” (+) dell’addizione ed il segno “per” (x) della moltiplicazione. Ma non solo. Nasce la tecnica, la tecnologia… Eppure l’economia, che avrebbe dovuto generare credito e beni economici, è stata ridotta – dal corporativismo – ad ingigantire un debito pubblico che in realtà è inesistente in quanto creato artificialmente dalle banche, emittenti denaro creato dal nulla, ma prestato poi a costo nominale!
Questo è corporativismo! Legame poltiglioso fra Stato e banche centrali, funzionali al parassitismo del primo. Parassitismo che consiste nella pretesa di avere denaro senza dover lavorare per ottenerlo (ed è appunto questo che i governatori delle banche centrali forniscono ai vari governi). Nutrendosi di menzogne, il pensiero debole crede e fa credere che il capitalismo sia un male in quanto proveniente dal capo dell’uomo anziché dalla “legge” (come se le leggi fossero fatte dagli dei)! E questa è alienazione. Invece, a differenza di ciò che accadde nelle società socialiste pianificate (che condusse al crollo del muro perché il calcolo dei bisogni precedeva e predeterminava l’offerta) nel capitalismo l’offerta è un dono, rispetto al quale il donatore non sa mai con certezza cosa riceve in cambio. L’offerta mercatoria in realtà è carità, congiunta alla fede ed alla speranza che dando, si riceva pure! (cfr. G. Gilder “Ricchezza e povertà” , Milano,1982). L’artista non crea per denaro ma per mettere al mondo qualcosa di sé che ancora non c’è, come un dono al mondo. E così è per qualsiasi altro produttore di qualsiasi bene (dal CD musicale a un pomodoro, o da un quotidiano on line ad un giornale cartaceo). Chi produce non immette nel mercato i suoi prodotti per mero denaro ma per offrire al mondo il suo dono, e quasi per sfidare il proprio futuro con le sue capacità creative, coi suoi talenti. Il senso di ciò è soprattutto quello di estrinsecare al massimo grado l’elemento creativo della natura umana che, essendo a immagine di quella divina, crea. Questo è il vero spirito imprenditoriale. L’imprenditore è un creativo che opera economicamente.
Chi invece opera solo secondo la logica delle ricchezze – cioè secondo mera economia politica – non è un imprenditore, ma un parassita di questo.
Oggi il vero capitalismo è imprigionato in un vuoto conoscitivo, generatore di rinuncia rispetto all’unica risorsa umana possibile: la creatività.
In definitiva oggi il socialismo è fallito ma il capitalismo è visto come un male. Da chi? Dal parassitismo, cieco-volontario rispetto al fatto che il male vero non risiede nel capitalismo ma nel corporativismo dello Stato padrone.
Oggi siamo appunto governati da un Berlusconi che, proclamandosi keynesiano, blatera “meno Stato”: una contraddizione in termini. Infatti il keynesianesimo continua ad ingrandire lo Stato, assieme al debito! Ovviamente i parassiti non sono soltanto i portatori di pensiero debole di sinistra ma anche i portatori di pensiero debole di destra, insomma sono tutti coloro che hanno il grave torto di non capire che le forze creative e innovatrici agenti nel campo umano e nella natura sono le stesse che sempre condussero imprenditori e commercianti ad avventurarsi oltre ogni situazione statica, assicurando all’umanità il capitalismo come strumento più efficace per la sopravvivenza.
Invece di odiare il capitalismo proclamando paradossalmente al mondo tale odio tramite computers e tecnologia (meravigliosi prodotti del capitalismo) sarebbe meglio incominciare a capire che la più bella forza del capitalismo è il suo carattere individualistico etico. Ecco perché per il libertario Ludwig von Mises l’ostilità verso il capitalismo non c’entra nulla con la miseria crescente della gente. L’umanità ha infatti migliorato – grazie al capitalismo – il proprio tenore di vita. L’ostilità verso il capitalismo, afferma Mises, è dovuta al risentimento del falliti (cfr. Mises, “La mentalità anticapitalistica”).

Intervista a Lew Rockwell


Presi nel vortice della decomposizione del sistema centralizzato capita di perdersi d’animo, di non riusicre a vedere vie d’uscita. Il Leviatano sembra essere più forte che mai, ormai intrecciato in ogni attività umana, portatore di sofferenza e morte.

È allora davvero rinfrancante leggere le parole di Lew Rockwell in questa intervista per Daily Bell, e condividere la sua passione refrattaria a qualsiasi disperazione, la sua fiducia nei giovani, nelle idee e nella libertà.

Gli imperi passano e muoiono, la libertà è per sempre.

Introduzione: Lew Rockwell è uno dei principali sostenitori del moderno movimento del mercato libero e un importante fautore del rinascimento dell’economia austriaca in America ed all’estero. Rockwell è stato l’editore di Ludwig von Mises negli anni 60 e successivamente ha lavorato come capo dello staff del membro del Congresso Ron Paul. È fondatore del Mises Institute di Auburn in Alabama e del blog di successo LewRockwell.com. Insieme, queste entità sono fra i siti internet sul libero mercato più frequentati nel mondo.

Daily Bell: Avete condotto quasi da solo una rivoluzione nel pensiero che ha cambiato il mondo. Che sensazioni vi dà?

Rockwell: Be’, grazie, ma non è così che funzionano le idee. Senza donatori, facoltà, studenti, collaboratori, mezzi di distribuzione e divisione del lavoro, siamo tutti soltanto degli scribacchini isolati. Questo è sempre stato vero, dal mondo antico ad oggi. Ci piace dire che una persona può fare la differenza, ma è vero solo in parte. Tutte le forme di produzione, comprese quelle nel mondo delle idee, richiedono tutta la cooperazione possibile. Ed anche se stavamo facendo grandi progressi prima del 1995, l’avvento dei media digitali ha fatto una grande differenza proprio perché ha ampliato drammaticamente le opportunità di comunicare e cooperare.

Daily Bell: Potete far conoscere ai nostri lettori la profondità e l’ampiezza delle organizzazioni di servizi che avete fondato – in particolare sulla rete?

Rockwell: Ho fondato il Mises Institute nel 1982 per garantire che l’influenza di Mises e degli altri economisti austriaci potesse crescere. Oggi Mises.org è il più grande sito no-profit di economia sul pianeta, ed è un potente centro educativo ed editoriale. Ho fondato LewRockwell.com nel 1999, innanzitutto perché avevo una gran quantità di informazioni da condividere e mi ero stancato di usare le liste mail. Pensai che avrei potuto anche postare ciò che trovavo interessante, in ogni campo, su un sito pubblico. Oggi, è il sito libertario più letto della rete.

Daily Bell: Avevate mai sognato di poter raggiungere questo livello di successo?

Rockwell: Né io né nessuno dei miei mentori, come Rothbard, o di coloro che mi influenzarono, come Mises, avremmo potuto immaginare una cosa simile. Naturalmente, il raggiungere le menti è tutta una questione di libertà. La posizione base del mondo è il dispotismo. Nella realtà delle cose, la libertà è un’eccezione. A rendere l’eccezione possibile è il lavoro ideologico, ovvero la diffusione delle idee con ogni mezzo possibile.

Daily Bell: Attribuite parte del successo a vostro padre. Potete dire ai nostri lettori qualcosa su questo uomo unico?

Rockwell: Era un chirurgo e un uomo dal carattere forte, un uomo all’antica di quel genere che è difficile da trovare. Non si lamentava, non piagnucolava quando le cose non andavano come voleva lui. Era incredibilmente arguto ed amava la libertà nel senso in cui l’amavano gli uomini dell’Illuminismo: non credeva che lo stato potesse far qualcosa meglio di come ciascuno può farlo da sé. Era un uomo della Old Right che disprezzava FDR, nella cui guerra intenzionale venne ucciso il mio fratello più grande, e ammirava Robert Taft, specialmente a causa della sua politica estera non-interventista. Mio padre lavorò duro fino all’ultimo istante in cui poté farlo. Così dovremmo far tutti.

Daily Bell: Potete fornirci una breve storia di come è nato il vostro interesse per il libero mercato e di come avete deciso di farne il lavoro della vostra vita?

Rockwell: Come con la maggior parte delle persone, cominciò osservando qualcosa di profondamente sbagliato nella cognizione comune, che fin dalla scuola elementare sembrava presumere che i saggi padroni nelle alte sfere avessero maggiore conoscenza di chiunque altro e che per questo motivo dovessero avere autorità su tutto e tutti. Questa supposizione pareva difettare di prova empirica, per quel che potevo vedere. Scoprii la letteratura della libertà nascosta nelle biblioteche e mi resi conto che la verità era una cosa che avrei sempre dovuto scavare per trovarla. Non mi sarebbe stata offerta dai giornalisti, dai politici, né dai luminari delle istituzioni accademiche. Quando scoprii quel che era vero, non potei evitare di agire in base ad esso, e parlarne ad altri. Niente di più complicato.

Daily Bell: La scomparsa dello stato è la conseguenza logica dell’economia austriaca?

Rockwell: Mises non la pensava così; e nemmeno Hazlitt. Sudha Shenoy sostiene che di tutti coloro che hanno esaminato la possibilità di una società senza stato in quella generazione, Hayek fu quello che si avvicinò di più a comprendere il temperamento anarchico. Comunque, l’uomo che ha fatto la vera differenza nella scuola austriaca in questo senso è stato Rothbard. È stato lui a spingere l’apparato teorico “oltre il limite,” per così dire. Oggi è difficile che un moderno austriaco non sia un anarchico. Questo grazie anche a rothbardiani come Walter Block, Hans-Hermann Hoppe e David Gordon, naturalmente. Un tempo Rothbard era denunciato per i suoi punti di vista, per aver, dicevano, marginalizzato la scuola. Ora, naturalmente, il suo anarchismo è forse la maggior parte dell’eredità che ha lasciato al mondo. Attrae molto i giovani, diversamente dello statalismo degli economisti di regime.

Daily Bell: È ragionevole credere che lo stato possa un giorno appassire o la realtà ci insegna che il meglio che si può fare è limitarne il potere?

Rockwell: Per me, è come chiedere se possiamo immaginare una società senza furti ed omicidi. Forse non accadrà mai, ma dobbiamo avere l’ideale in mente oppure non ci avvicineremo mai ad esso. Senza l’ideale, si ferma il progresso. In qualche misura, allora, chiedersi se alla fine la realtà vi si conformerà non è la domanda cruciale. Ciò che conta è se quello che immaginiamo possa e debba esistere. Mi piace immaginare una società senza aggressione legalmente sanzionata contro la persona e la proprietà.

Daily Bell: Vi preoccupa il fatto che le vostre organizzazioni possano subire attacchi pesanti con il progredire del movimento per il mercato libero?

Rockwell: No, non mi preoccupo di questo. D’altra parte, per i radicali è del tutto normale essere sottoposti ad attacchi da ogni lato, quindi non mi sorprenderebbe.

Daily Bell: Torniamo indietro nel tempo. Avete fondato Imprimis. Eravate amareggiato quando ve ne andaste?

Rockwell: Per niente! Ammiravo e ammiro ancora George Roche. Ma il mio lavoro a Hillsdale era finito e sono andato oltre.

Daily Bell: Quando avete deciso di fondare il Mises Institute? Fu quando vi alleaste con il famoso economista austriaco Murray Rothbard?

Rockwell: Ero stato editore di Mises alle edizioni Arlington House, verso la fine degli anni 60. Dopo la sua morte nel 1973, mi apparve sempre più chiaro che nessuna idea in questo mondo ha una probabilità di successo senza un’infrastruttura di supporto. I misesiani non l’avevano nelle università né nei think-tank. Mises stesso affrontò il problema della mancanza di supporto lasciando l’Austria e muovendosi verso un meraviglioso istituto a Ginevra. Io volevo fondare un istituto negli Stati Uniti che potesse essere un santuario per il libero pensiero nella tradizione misesiana. Innanzitutto mi avvicinai alla sua vedova, Margit von Mises, che mi dette la sua benedizione ed acconsentì ad essere il nostro primo presidente. Allora chiesi a Murray, che avevo allora conosciuto, di guidare i nostri affari di studio. Ne fu entusiasta anche lui. Era un alleato naturale non solo perché era il più grande allievo di Mises, ma anche perché veniva evitato perché troppo estremo, troppo radicale, non sufficientemente disposto a partecipare al gioco – proprio come lo era stato Mises. Prendo molto seriamente il suo esempio e la fiducia che ha riposto in me rendendomi il suo esecutore. In molti sensi, è stato la forza critica dietro al nostro sviluppo ed al nostro successo. Il suo spirito ancora li circonda oggi.

Daily Bell: Cosa penserebbe Rothbard di ciò che è successo? Sarebbe sorpreso?

Rockwell: Be’, soprattutto sarebbe eccitato. Ma si ricordi che è stato il più grande ottimista per la libertà. Era pieno di speranza e odiava la disperazione. E questa non era solo un atteggiamento. Era vera speranza radicata nella ferma convinzione che se avessimo fatto la cosa giusta, avremmo potuto fare la differenza. In questo senso, non penso che si sarebbe sorpreso vedendo che abbiamo più richieste di ammissione di quelle che possiamo accettare, che sempre più studiosi ci cercano, che i nostri programmi di affiliazione vadano esauriti, che i nostri file audio vengono scaricati da milioni, che i nostri libri vendano più velocemente di quanto riusciamo a stamparli, e tutto il resto.

Daily Bell: C’è stata una risurrezione del randismo. Siete sorpreso? L’approvate?

Rockwell: La incontrai ed ascoltai le sue conferenze, e ne rimasi sempre impressionato. Ricordate che quando uscì La Rivolta di Atlante, sia Mises che Rothbard scrissero delle appassionate recensioni. I suoi romanzi sono profondamente efficaci nel promuovere il messaggio capitalista e tutto ciò è un bene. Ma ci sono alcuni errori cruciali. Non penso che abbia capito completamente la natura cooperativa dell’ordine sociale capitalista, per esempio. Aveva meno riguardo per il consumatore che per il capitalista ed a tale riguardo aveva ragione soltanto a metà. Ma generalmente se i suoi libri possono liberare la gente da miti contro la libera economia, è un grande risultato.

Daily Bell: Potete fare ai nostri lettori una breve descrizione di Antiwar.com e, nel caso, di come è collegato alle vostre imprese?

Rockwell: Direi che AWC è specializzato in un aspetto del pensiero rothbardiano. Ma anche se è un parente ideologico di LRC e di Mises.org, non c’è un rapporto diretto. I figli di Rothbard sono ovunque, naturalmente. Una ragione è il modo speciale che aveva di comunicare con la gente. Parlava a lungo con chiunque circa i suoi precipui interessi intellettuali. Se amavate le notizie, vi parlava di notizie. Se amavate la storia delle idee, vi parlava della storia delle idee. Se eravate dedito alla partizione del Belgio, vi parlava di questa causa. Aveva una personalità e un intelletto giganteschi. Nessuna inclinazione o interesse o causa possono riassumere la sua vita.

Daily Bell: Come sta andando la raccolta di fondi? È diminuita con la crisi finanziaria?

Rockwell: Per niente. Se mai, la gente è ancor più dedicata all’ideale della libertà ed alla propagazione della verità. Le idee austriache stanno ottenendo tanta attenzione come mai prima, come conseguenza di una crisi spiegata così bene dal paradigma austriaco.

Daily Bell: Vedete un aumento constante nella gente che vuole finanziare gli sforzi a sostegno del libero mercato?

Rockwell: Anche qui vediamo un grande progresso.

Daily Bell: Qual è il futuro del movimento per la libertà di Ron Paul dal vostro punto di vista?

Rockwell: Una cosa è chiara: il movimento di Paul ha fatto una differenza enorme nell’avvicinare la gente alle idee libertarie. In qualche modo, c’è un elemento tragico nel fatto che serva la politica per risvegliare la gente. L’ideale sarebbe che le persone scoprissero le idee della libertà per altre vie. Ron Paul è d’accordo con questa osservazione, tra l’altro. Lui si vede prima di tutto come educatore. Ha scelto la politica perché, per lui, era un percorso efficace per il suo obiettivo più grande e importante. E che lavoro straordinario ha fatto, nei suoi scritti e discorsi e con il suo esempio per quasi quattro decadi. Ha portato alla luce un gran numero di persone. Quello è sempre stato il suo sogno. Dovrei aggiungere che suo sostegno nei primi tempi è stato molto importante per il successo dell’istituto. Siamo onorati di averlo come nostro Consigliere Distinto.

Daily Bell: Le vostre organizzazioni educative saranno in futuro più coinvolte nell’azione politica oppure no?

Rockwell: Direi di no. A meno di essere Ron Paul, la politica è un affare pericoloso, ed è una tentazione a dire e fare cose da pazzi. Il successo è effimero, mentre noi siamo qui per il lungo termine.

Daily Bell: Come va la diffusione del movimento per il mercato libero all’estero?

Rockwell:
A meraviglia. L’austro-libertarismo è paragonabile al marxismo nell’estensione della sua diffusione internazionale. Tutto ciò è molto emozionante. La libertà dell’uomo è un desiderio universale, quindi è naturale che non possa esserci un movimento libertario che non sia davvero internazionale.

Daily Bell: Sperate che questa crescita continuerà al passo tenuto nel decennio passato?

Rockwell: Il futuro è sempre incerto, ma abbiamo gli strumenti, l’energia e le idee. Solo negli ultimi anni, abbiamo ristampato virtualmente tutto dalle biblioteche libertarie ed austriache. I nostri download sono immensi, in particolare fra i giovani. Se voleste predire il futuro, guardate alle idee dei giovani e vi avvicinerete a trovarlo. In questo senso, sono sicuro che il nostro movimento continuerà a crescere molto a lungo dopo la mia vita.

Daily Bell: Avete notato un aumento della resistenza ai vostri sforzi da parte degli enti governativi organizzati?

Rockwell: Si sentono delle voci, ma niente è sicuro. Il governo attualmente ha molti nemici e i soliti problemi burocratici nell’affrontarli tutti.

Daily Bell: Cosa succederà al governo degli Stati Uniti ed alla sua struttura di potere alleata? Pensiamo che stiano perdendo credibilità ed influenza.

Rockwell: Sì, e confrontate gli attuali sentimenti antigovernativi a come erano le cose subito dopo il 9/11/01, un enorme fallimento dello stato che lo stato ha usato per promuovere sé stesso. Oggi vediamo la crescita dei sentimenti anti-statalisti, ritornati ai livelli degli anni 90. Ma questo è il problema. La sinistra odia alcuni aspetti dello stato e ne ama altri. La destra è la sua immagine speculare. Il lavoro del libertario è di convincere entrambi gli schieramenti a vedere che gli altri hanno ragione a metà. Pensate ai Tea Parties, ad esempio. Le folle ruggiscono la loro disapprovazione per il socialismo proprio mentre applaudono le invasioni militari socialiste.

Daily Bell: È possibile restituire gli Stati Uniti ad una forma di governo più repubblicana? Si può abrogare la storia?

Rockwell: La nostra è la storia di una nazione radicalmente decentralizzata e questa memoria non si è volatilizzata del tutto. Potrebbe essere che il percorso verso la libertà negli Stati Uniti passi per la secessione. E guardo al Nullification Handbook di Tom Wood di prossima pubblicazione. O la decentralizzazione potrebbe essere de facto con sempre più persone che scoprono i mezzi per secedere individualmente da settori specifici dello statalismo: usando valute alternative, istruendo in casa i loro bambini, leggendo i media alternativi, aggirando il complesso industrial-farmaceutico, iniziando un’attività in nero, fumando qualsiasi sostanza vogliano, o rifiutando di tornare ad una missione militare. La ribellione può prendere molte forme. Dobbiamo imparare ad accoglierle tutte favorevolmente.
Daily Bell: Pensate che vedrete l’oro fare concorrenza al dollaro come valuta nel corso della vostra vita?

Rockwell: La tecnologia permette questa cosa come mai prima. L’oro non scomparirà, mentre la vita del dollaro è limitata.

Daily Bell: Vi aspettate una revisione della Fed?

Rockwell: Potrebbe accadere, comunque come nota Ron Paul, la trasparenza è soltanto un passo verso quello che dev’essere lo scopo finale: la fine della banca centrale.

Daily Bell: Cosa pensate della teoria di Ellen Brown secondo cui lo stato ha storicamente creato la moneta e che le banche, compresa la Fed, dovrebbe essere nazionalizzata ed guidata dal “governo del popolo.” Alcuni dicono che la supervisione che Ron Paul vuole che il congresso abbia sulla Fed è in qualche modo un’approvazione della posizione browniana.

Rockwell: Non la conosco molto, ma la Fed è la banca centrale del governo, la legge di revisione non dà potere monetario ad altre parti del governo, e le banche sono già in combutta con il regime. Ecco perché abbiamo una Fed e la riserva frazionaria è ufficialmente permessa.

Daily Bell: Sappiamo bene che Ron Paul vuole una parità aurea ed in un mondo perfetto la fine della Fed. Potete riaffermare questa posizione per i nostri lettori?

Rockwell: Sì, benché non voglia un monopolio per nessuna cosa, nemmeno per l’oro. Vuole che la moneta sia radicata nell’esperienza del mercato. Non è così complicato.

Daily Bell: Abbiamo notato quello che noi pensiamo essere un ammorbidimento della posizione istituzionale per quanto riguarda la parità aurea – e la possibilità che le libere attività bancarie siano anch’esse un’opzione considerata. È questa un’osservazione corretta della posizione delle vostre organizzazioni?

Rockwell: Non direi che abbiamo una posizione ufficiale. Ci sono molti modi per muoversi verso la moneta di mercato e le attività bancarie non-inflazionarie. Non vorrei mai chiudermi nessuna possibile via. Un problema con il programma misesiano per la parità aurea è che conta sull’idea che le persone in carica facciano la cosa giusta. Questa è un’idea affascinante, all’antica, ma non penso che possa funzionare nel nostro tempo. Dobbiamo essere aperti alla possibilità che la riforma non arrivi mai dal vertice.

Daily Bell: Siete favorevole ad uno standard privato oro-argento o la parità aurea è sempre preferibile?

Rockwell: Sono assolutamente per la concorrenza fra metalli. Ma un vero standard è sempre privato e lascia sempre spazio per valute concorrenti.

Daily Bell: Una delle questioni più difficili da risolvere dal punto di vista del mercato è la proprietà intellettuale. Potete dire ai nostri lettori la vostra posizione su questo difficile tema? In un mercato libero, gli individui potrebbero rivendicare e far rispettare i diritti di proprietà intellettuale con qualche prospettiva di successo?

Rockwell: Rothbard ha condannato i brevetti ma non il copyright. Mises e Machlup vedevano i brevetti come concessioni governative di monopolio, ma nessuno di loro li ha condannati completamente. Hayek era contro il copyright ed i brevetti, ma non ne ha scritto molto. Sono stati i media digitali a portare la questione al centro dell’attenzione. Il pensatore chiave qui è Stephan Kinsella. Lui e Jeffrey Tucker hanno fatto il lavoro pesante ed hanno convinto la maggior parte di noi che la proprietà intellettuale è un artificio che non ha posto in un’economia di mercato. Ci sono implicazioni incredibili in questa presa di coscienza. La riproducibilità infinita delle idee significa che abbiamo molte probabilità di successo. Il fatto che le idee non sono merci limitate significa che non devono essere controllate. Questa è una cosa meravigliosa. C’è molto lavoro da fare in questo campo. L’intera storia dell’invenzione ha bisogno di essere rivista e la nostra teoria dei mercati deve tenere migliore conto del ruolo centrale dell’emulazione nel progresso sociale.

Daily Bell: Pensate che il complesso militar-industriale negli Stati Uniti verrà gradualmente eroso con l’accrescersi della forza del movimento per il libero mercato, o la struttura del potere è determinata a mantenere l’impero?

Rockwell: Deve erodersi. L’impero è follemente sovradimensionato. Ad un certo punto, faremo la fine della Gran-Bretagna e di Roma. Possiamo solo sperare che gli Stati Uniti seguano questo percorso con saggezza e non per disperazione.

Daily Bell: Dove volete arrivare? Avete altri cambiamenti organizzativi in programma? Espansioni?

Rockwell: Ci sono espansioni giornalmente. Stiamo assistendo a cose meravigliose, cose che sono più grandi di qualsiasi cosa che abbiamo fatto. Ma non voglio rovinare la sorpresa.

Daily Bell: Qual è il vostro futuro personalmente? Su quali attività intellettuali avete rivolto la vostra attenzione?

Rockwell: Voglio continuare a lavorare, particolarmente sul mio sito e continuare ad allargare i confini delle idee e della tecnologia. Non penso mai di andare in pensione, e nessuno dovrebbe farlo. C’è troppo lavoro da fare.

Daily Bell: Potete suggerire ai nostri lettori quali pubblicazioni ed informazioni cercare sui vostri siti – dove cominciare?

Rockwell: Cominciamo sempre con le nostre passioni, quali che siano. Non ci sono due persone uguali. A questo servono i motori di ricerca. Ma lasciatemi dire che ad un certo punto, tutti dovrebbero aspirare ad essere un serio allievo di Mises e di Rothbard. Non c’è formazione completa senza di loro.

Daily Bell: Se i lettori desiderano imparare di più sulle vostre organizzazioni, qual è il punto di partenza più facile? È possibile per chiunque assistere ai seminari di Mises, ecc?

Rockwell: I siti sono un grande posto per cominciare, ma naturalmente amiamo far venire nuova gente ai nostri congressi. Stiamo lavorando per creare più occasioni per questo.

Daily Bell: Dove suggerireste di andare ad un giovane per l’istruzione superiore negli Stati Uniti?

Rockwell: Intendete per la formazione o l’università? Non sempre coincidono. Oggi potete ottenere una buona formazione online. Per i titoli universitari, suggerirei l’investimento meno caro. Ma ricordate che il costo opportunità dell’educazione scolastica è molto alto. Dopo quattro – sei anni in un istituto universitario, una persona può scoprire di non avere alcuna abilità. Questo è il modo peggiore di entrare nel mondo del lavoro.

Daily Bell: Grazie per il vostro tempo e per la vostra analisi.

Rockwell: Grazie a voi.

Samuel Edward Konkin III (1947-2004)

di Jeff Riggenbach

Non ci sono errori : abbiamo perso un grande libertario, e probabilmente non vedremo mai una figura simile.
Samuel Edward Konkin III è nato nel Saskatchewan, in Canada l’8 luglio 1947. La sua famiglia si trasferì ad Alberta, mentre era ancora un ragazzo, crescendo intorno a Edmonton, finito il liceo frequenta l’ University of Alberta, dove si è laureato, con lode, nel 1968. Successivamente raggiunge l’ University of Wisconsin per iniziare gli studi universitari in Chimica, fu un grande fan di fantascienza e fu particolarmente innamorato delle opere di Robert A. Heinlein.

Uno dei romanzi di Heinlein, in particolare, lo avevano impressionato — La Luna è una severa maestra (1966) – in cui un gruppo di coloni ribelli sulla Luna, sotto la guida di un computer rinnegato e un filosofo politico di nome Bernardo de la Paz, fondano un qualcosa che egli chiama “Rational Anarchy,” una rivoluzione riuscita. Sam era già impegnato in politica, ma non in formazioni libertarie – in formazioni populiste. Presso l’Università di Alberta divenne capo del giovane partito del credito sociale, partito politico fondato ad Alberta a metà degli anni 1930 sulla base delle teorie del economista britannico Clifford Douglas.

Come dice l’edizione online dell’Enciclopedia Britannica , “la teoria Douglas ‘, prima promossa nel 1919 nella pubblicazione socialista inglese: Il New Age, ha cercato di porre rimedio alla cronica carenza di potere di acquisto mediante l’emissione di ulteriori finanziamenti per i consumatori, al fine di liberare la produzione dal sistema dei prezzi, senza alterare l’impresa privata e senza scopo di lucro. Il movimento di credito sociale ha avuto un breve seguito in Gran Bretagna nel 1920 e ha raggiunto il Canada occidentale negli anni ’30. “

Nel 1935, appena costituito, il Partito del credito sociale “ha vinto 56 dei 63 seggi all’Assemblea in Alberta’’.

In una delle ultime cose che ha scritto, un messaggio inviato alla sinistra libertaria, un e-mail list di discussione del Giovedì 5 febbraio 2004, Sam ha lasciato il seguente commento riguardo il movimento di credito sociale:

Paradossalmente, come con i vari movimenti populisti negli Stati Uniti, ho il sospetto che il successo del partito del credito sociale in Canada riflette in realtà un radicato anti-statalismo della popolazione. Essi giustamente percepiscono il capitalismo delle multinazionali, come un sistema di potere, e allo stesso modo il sistema bancario che è l’essenza del potere organizzato del capitale. Ma non riescono a percepire pienamente il ruolo di intervento dello Stato capitalista, in questo potere, e sono ingannati dai rimedi statalisti.

“Stranamente il primo governo provinciale di Alberta, 1905-1919, è stato Georgist (cioè il Partito Liberale di allora), il secondo governo è stato eretto dai Coltivatori Uniti di Alberta, 1919-1935, la cui ala federale è stata considerata il ‘ gruppo di elite’ del Partito Progressista del Canada, e il terzo governo è stato sostenuto dal partito del credito sociale (1935-1971). “

A Madison, inizia ad allargare i suoi orizzonti politici. In primo luogo la sua nuova coinquilina, la chimica Ph.D. è ex devota di Ayn Rand. Tony Warnock, lo presentò al Wisconsin Conservator Club dove incontrò Robert Lefèvre. Sam fu selezionato come delegato alla convention nazionale degli YAF a St. Louis nel mese di agosto del 1969.

St. Louis è stata una tappa importantissima per lo sviluppo di Sam come libertario. Egli venne all’assemblea pensando se stesso come un giovane conservatore, anche se ciò che aveva letto e appreso durante l’anno da e su Rand, Lefevre, Ludwig von Mises e Murray Rothbard cambiarono molte sue idee. “Il passo finale,” Sam disse ad un intervistatore nel 2002, “è stato fornito da un anarchica di mercato anticomunista di nome Dana Rohrabacher presso il St. Louis YAF convenzion. Era un attivista carismatica ,che fornì a Sam piccoli finanziamenti per viaggiare per il paese per convertire le YAF in Libertarian Alleance. Ahimè, poi cadde in politica. “Ma nel 1969-71, Dana Rohrabacher è stata la più amata attivista libertaria, e, a mio parere, non ci sarebbe stato un movimento senza di lei. Ed era una cara amica fino a quando ha tagliato il traguardo con la sua campagna per il Congresso. “

Se la convention di St. Louis YAF è stato uno spartiacque nello sviluppo personale di Sam come libertario, lo è stato anche per il movimento libertario.

Nel 1969, sia l’SDS che gli Young Americans for Split Liberty nel corso di una conferenza storica a New York ove erano presenti Murray N. Rothbard e Karl Hess le due formazioni raggiunsero un accordo. Nel febbraio del 1970, vari attivisti che lavoravano per Robert LeFevre organizzarono una conferenza ancora più grande a Los Angeles alla USC, ove parteciparono Hess e Carl Oglesby ex- presidente degli SDS e quasi tutte i grandi nomi del movimento di allora.

Dopo la conferenza di Los Angeles, i campus della Libertarian Alliance sorsero in tutto il paese. Io personalmente ne ho organizzato cinque nel Wisconsin nel 1970 e una dozzina in Downstate New York (New York City e dintorni), 1971-73. Il Libertarian Party fece la prima “vera” campagna con Fran Youngstein e fu l’unica campagna in cui l’anti-politica era protagonista (ciò che gli europei chiamano anti-parlamentarismo) ove i libertari hanno lavorato insieme agli anarchici.

Da quel momento il movimento libertario era cresciuto da migliaia di militanti nel 1970 a decine di migliaia nel 1971 e centinaia di migliaia (alcune all’estero, come in Gran Bretagna e Australia) nel 1972. Il tasso di crescita del movimento venne livellato con l’aumento della visibilità del partito libertario.

Sam trascura di menzionare il ruolo cruciale degli oggettivisti nella fondazione del Libertarian Party. È certo che Ayn Rand ha influito sul libertarismo e la gente di più di Murray N. Rothbard e Robert LeFevre.

Questi precisazioni sono in ultima analisi, di poca importanza, comunque. Nelle sue linee essenziali, e per quanto riguarda la maggior parte della sua ‘’documentazione’’, Sam tiene un resoconto delle origini del movimento alla rapida crescita con precisazioni in particolare quando riguarda il giornalismo . Ed è come un giornalista libertario che Samuel Edward Konkin III è ricordato e meglio compreso. Dopo la convention YAF, è tornato a Madison per un anno, poi si trasferì a New York. (Dopo tutto, Mises e Rothbard erano entrambi lì.) Finiti gli studi in Chimica Teorica, ha iniziato a lavorare a Manhattan incontrando Rothbard ed ha frequentato il famoso seminario economico di Ludwig von Mises in economia austriaca alla New York University, egli fu coinvolto coinvolto nella nascita del Partito Libertario.

In qualità di delegato di New York City nel 1973 e nel 1974 al Cleveland e Dallas Sam ha organizzato l’originale “caucus radicale” all’interno del partito. Ma alla fine nel 1974, Sam aveva abbandonato l’idea che il partito fosse autenticamente libertario . Pubblicamente uscì dal partito, portando con se un pezzo considerevole di militanti. Successivamente, pensò a se stesso come “nemico del Libertarian Party”.

Di maggiore importanza è stata la decisione di Sam di assumere la direzione del NYU Libertarian Notes, una newsletter universitaria, rapidamente rinominata New Libertarian Notes mirando ad abbracciare un pubblico ampio. La sua missione, secondo lui, era quella di “coprire” il neonato movimento libertario a riferire sulle sue questioni e gli eventi, e offrire commenti volti a guidare il nuovo movimento in quello che Sam riteneva la direzione corretta. Nei primi anni ’70, il movimento vive un grande fermento ed è in crescita. A Mercer Street fonda la Laissez Faire Books una libreria autenticamente libertaria.

Sam si trasferì prima a Long Beach, California (la quinta città più grande della California, con mezzo milione di persone, a circa venticinque miglia dal centro di Los Angeles). Da lì si trasferì a Culver City, un sobborgo di Los Angeles. Poi, dopo un paio d’anni a Las Vegas e al sorgere del nuovo secolo è tornato a Los Angeles.

New Libertarian Notes divenne New Libertarian Weekly e infine New Libertarian, Un “mensile” che effettivamente non rispettò del tutto le scadenze (fu un mensile a singhiozzo). Tuttavia, New Libertarian è stato oggetto di attenzione per più di venti anni magnificamente. E’ stato il periodo ove vi sono tra le pubblicazioni le più divertenti, provocatorie e stimolanti argomentazioni libertarie mai pubblicate . Molti dei migliori scrittori del movimento sono stati contribuenti ed editori, giornalisti regolari o collaboratori frequenti come Robert Anton Wilson, James J. Martin, Wendy McElroy, Murray Rothbard, Jeffrey Rogers Hummel, Sharon Presley, Robert Lefevre, Eric Scott Royce , George H. Smith e, naturalmente, lui che era lì, numero dopo numero, con i suoi commenti, spesso bizzarri, ma quasi sempre penetranti e incisivi sui temi e gli eventi del movimento libertario.

Sam era convinto che tutto il giornalismo, come tutta la storia, si basa su alcuni presupposti sulla condizione umana e sulla quale le esperienze sono più e meno importanti. Sapeva anche che ci sono due, e solo due tipi di giornalismo: la natura in cui queste ipotesi sono consapevolmente detenuti ed esplicitamente individuate, e la natura, nelle quali non sono mai identificate. Sam è stato un nuovo tipo di giornalista.

Sam non ha mai preteso che i suoi collaboratori, anche i suoi giornalisti e redattori fossero d’accordo con lui su tutto. Al contrario: la testata New Libertarian proclamò che tutti quelli che figurano in questa pubblicazione non sono d’accordo! In un momento (anni ’70 e ’80), in cui il frazionismo all’interno del movimento è stato più virulento di quello che è oggi (che ricorda a volte delle lotte intestine tra i vari concorrenti gruppi palestinesi), Sam ha perseguito una politica di fermezza per dar voce ad ogni fazione.

Egli non faceva mistero delle sue opinioni, naturalmente e quando pubblicava un articolo di chi era in completo disaccordo con lui, si sentiva libero di annotare l’articolo con i commenti tra parentesi.

Qual è stata la serie di ipotesi che hanno guidato Samuel Edward Konkin III nella sua pratica del giornalismo libertario? In una parola, Rothbardianism. Sam ha seguito fedelmente Rothbard nelle sue posizioni non-interventiste in politica estera. Ha seguito fedelmente Rothbard nella sua denuncia della “pubblica” istruzione.

Sam ha continuato a pubblicare una serie di altri periodici, oltre a New Libertarian, ci fu New isolationist, Strategy of the New Alliance Libertarian, The Smart Set & Notes Libertarian Calendario, il trimestrale Agorist e molti altri. Sul finire del 1980, Sam aprì una serie di uffici per l’ Agorist Institute (fondato nel 1984) in un centro di Long Beach e ha proceduto ad ospitare una serie di classi, conferenze e lezioni. In precedenza, nello stesso decennio aveva completato e pubblicato la sua principale dichiarazione strategica: The New Libertarian Manifest.

Sam aveva a lungo invidiato libertari che avevano coniugi e figli e ha voluto, ha detto, allevare libertari nuovi. Nel 1991 ha ottenuto la sua chance. Un matrimonio breve con Sheila Wymer da cui ha avuto un figlio, Samuel Edward Konkin IV, che ora è, da tempo amico di famiglia J. Neil Schulman ha tredici anni e la passione per il punk rock “. Il suo matrimonio però finì presto. Fino al momento della sua morte, ha annunciato la resurrezione imminente di New Libertarian e la creazione dei siti web: http://www.agorist.org/ e http://www.newlibertarian.com/ . Sarebbero stati costantemente aggiornati.

Sam è stato un leader e, come tale, un membro della seconda generazione di leadership nel “moderno” movimento libertario – che è, il movimento che venne alla luce nel 1940 con le pubblicazioni di Ayn Rand : La fonte meravigliosa, Isabel Paterson Il Dio della Macchina le pubblicazioni di Friedrich Hayek’e di Ludwig von Mises: Human Action, La seconda generazione è costituita da intellettuali nati negli anni 1930, ’40 e ’50. Di questa seconda generazione vi sono stati due grandi giornalisti libertari: Roy A. Childs, Jr. (1949-1992) e Samuel Edward Konkin III (1947-2004). Entrambi erano troppo giovani per morire.

(Traduzione di Domenico Letizia)