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Archive for the ‘Storia dell’Anarchismo Americano’ Category

Il mito Americano in ottica libertaria

gennaio 29, 2011 4 commenti

Lo studio della cultura e della storia americana statunitense, soprattutto secondo un ottica libertaria, crea davvero innumerevoli sorprese agli occhi di un osservatore o ricercatore europeo. Sostanziali differenze storiche dividono l’America della frontiera nata libera e l’Europa dell’oscurità e delle monarchie assolute. Cosa aspettarsi d’altronde dal paese che è nato con una rivolta fiscale, padre di colui che è stato l’apologeta della Disobbedienza Civile: Henry David Thoreau e dei referendum per la legalizzazione della marijuana. Gli Stati Uniti vantano di una tradizione libertaria autoctona sconosciuta agli europei, avversa ad ogni ragionamento di matrice marxista, autori come Spooner, Stephen Andrews, lo stesso Thoreau, Benjamin Tucker, William Greene, Josiah Warren, John Henry Mackay, ecc .. La cultura libertaria americana è impregnata di principi radical-liberali dei padri fondatori quali Jefferson ( colui che disse: Il Governo migliore è il governo che governa meno) e questa è presente in tutta la tradizione anarchica e libertaria statunitense. Jefferson, non aveva fiducia in nessuno, né nei ricchi né nei poveri. Egli aveva imparato le lezioni insegnate da Machiavelli, che fondeva la teoria politica al potere. In altre parole Jefferson capì le difficoltà di conservare la libertà, visto che la classe dirigente sempre s’interessa di concentrare più potere nelle sue mani. La teoria jeffersoniana, in effetti, va sempre collegata a un’ispirazione politica individualista. Il padre dell’indipendenza americana propugnava una concezione della libertà che oggi viene detta negativa e che, difendendo lo scambio come luogo di incontro di libere volontà, cercava in primo luogo la minimizzazione della coercizione. Nota è la tesi secondo la quale ogni generazione ha il pieno diritto di darsi regole e autorità del tutto nuove. Poiché gli uomini nascono liberi, gli uomini di domani devono sempre poter disporre della facoltà di ricreare di nuovo quel patto che hanno sottoscritto al termine della loro lotta contro le armate di re Giorgio. L’anarchico americano Spooner nel formulare la sua teoria sulla Costituzione partì da basi jeffersoniane, perché secondo Jefferson ogni costituzione è sempre emendabile. Paul Goodman definisce l’anarchismo una forma di pensiero e azione essenza dell’idea “liberale”: «dopo l’ottocento, alcuni di noi liberali hanno cominciato a chiamarsi anarchici», lo stesso Noam Chomsky ( che ora celebra il despota Chávez come un eroe) riporta nella pubblicazione “Il governo del futuro”: “mi pare dunque, che una volta conosciuto il capitalismo industriale, il liberalismo classico non possa che condurre all’anarchica”. Una concezione “liberale” dunque dell’anarchismo completamente differente da quella europea condizionata dall’ideologia marxista ( con le dovute eccezione: Berneri, Luce Fabbri, ma anche un analisi attenta di Malatesta, Proudhon e Bakunin ). Dal punto di vista storico la tradizione libertaria americana si differenzia da quella europea proprio per cause storiche, perché gli Stati Uniti non hanno mai dovuto combattere una monarchia interna assolutista, di regime, come i paesi Europei. Mentre in Europa anarcoindividualisti attentavano alla vita di sovrani e governanti, in USA sperimentavano comunità libertarie, banche mutualiste, moneta alternativa, casse di mutuo soccorso e fiorivano una marea di giornali e periodici libertari. Lo stesso internazionalismo, mentre in Europa veniva teorizzato e si discuteva tra le varie correnti, in America era un fatto, una quotidianità, essenza stessa del mito americano della frontiera e della libertà di migrazione. Lo spettro politico americano è caratterizzato da una vasta area di “libertarians” di “destra”, di “sinistra”, anarconsindacalisti (es: IWW), minarchici, oggettivisti, volontarsiti, mutualisti e altre categorie. Spesso si è discusso degli “scontri” tra queste aree, ma è vivo anche un confronto e una collaborazione tra quasi tutte queste aree in nome dell’antistatalismo e del confronto culturale, soprattutto dopo la nascita dell’Alliance of left-libertarian che si batte contro il militarismo, lo statalismo, il sessismo e il monopolio economico. Il quadro libertario americano risulta essere complesso, frutto di una tradizione liberale che ha sempre posizionato al centro l’individuo, le libertà individuali, la secessione dallo stato, lo sperimentalismo e possibilismo in ambito economico. L’attuale cultura economica, sociale e politica degli Stati Uniti risulta essere opposta a quella che prefiguravano i padri fondatori e chi diede vita alla Costituzione Americana, ecco perché, da più voci, oggi si grida ad una nuova rivoluzione americana, un americanista convinto allo stato attuale non può essere che il più convinto antiamericano.

Domenico Letizia

Mensile Libertario Cenerentola, Gennaio 2011

Ebraismo e anarchismo

novembre 16, 2010 3 commenti

La storia ebraica ha sempre collegato l’ebraismo al marxismo e ne ha trattato le origini e le ripercussioni storiche, ma da alcuni anni si è iniziato a studiare il rapporto tra anarchismo ed ebraismo. Tralasciando lo stupore che ogni volta “colpisce” chi sente accostare religione ed anarchismo, questa ricerca sta sviluppando risultati piacevoli che possiamo dividere in un analisi strettamente filosofica: Collegamenti tra anarchismo e ebraismo e un analisi più storica: Gli ebrei all’interno dei movimenti anarchici. Chi ha analizzato a fondo la religione ebraica e i suoi insegnamenti per ricavarne o ricercarne una chiave libertaria è Furio Biagini che recentemente ha pubblicato: Torà e libertà. Studio delle corrispondenze tra ebraismo ed anarchismo. Ritengo affascinate la particolare lettura che fa Biagini delle scritture interpretate libertariamente, Biagini evidenzia come l’idea di libertà sia centrale nella Bibbia facendo notare la prospettiva di superamento e miglioramento del presente, l’opera concentra la sua attenzione su un analisi dei movimenti radicali messianici sviluppatisi nelle comunità ebraiche soprattutto dell’Europa Orientale. Biagini centra la sua attenzione anche sulla figura di Jacob Frank, leader rabbinico definito e descritto dall’autore come personalità carismatica che predicava l’annullamento di ogni distinzione tra il sacro e il profano, interessante è l’analisi di Biagini che collega il pensiero del “nichilista di rara autenticità” Jacob Frank con il rivoluzionario anarchico Bakunin. Nei movimenti radicali e messianici Biagini fa notare come grande importanza sia data al fare quotidiano, alle azioni semplici, in cui ciascuno ha la possibilità di liberare, ricercare se stesso anche alla luce di una ricerca divina anche nelle piccole cose, per la ricerca della salvezza, salvezza che empiricamente si può ottenere soltanto concedendo libertà di parola, delle proprie idee, e la possibilità di difenderle, contro ogni autoritario dogmatismo. L’esempio pragmatico di questo modo di concepire “la vita e la propria religione” lo si ritrova analizzando la storica americana prendendo in considerazione il forte movimento ebraico e anarchico presente negli Stati Uniti. Il 9 ottobre 1866 venne fondata a New York la prima organizzazione anarchica ebraica denominata: “Pionieri della Libertà”. Questa Organizzazione assunse il compito di diffondere idee tra gli ebrei migranti dell’Europa dell’ Est avendo tra le fila personaggi come Emma Goldman e Berkman. Contemporaneamente nacquero altri gruppi anarchici ebraici a Fhiladelphia e fiorirono una marea di giornali e periodici anarchici in lingua yiddish come il settimanale: “Verità”. Sempre a New York nel 1910-11 fu fondata la Kropotkin Literary Society gestita da J. A. Maryson tra i principali teorici dell’anarchismo americano. L’originalità del pensiero di Maryson consisteva nello svincolare e nel rifiutare sistemi economici pianificati fissi e cristallizzati come il socialismo e il comunismo ritenendo centrale per il pensiero anarchico la sperimentazione e la “creazione” di modelli sociali partendo dal concetto di libertà in una forma totale e perfetta. Maryson si distaccava dall’ortodossia del pensiero ritenendo importante per gli anarchici partecipare alle elezioni quando necessario. Da analisi storiche e filosofiche risulta che sviluppare ricerche tra anarchismo e ebraismo può portare a sorprese come l’opera di Biagini e la ricerca storica dell’America della frontiera quindi relazioni tra anarchismo autoctono americano ed ebraico, d’altronde come non trovare collegamento con colui che viene definito tra i fondatori del pensiero individualista americano Thomas Jefferson che disse: “Il governo migliore è il governo che governa meno” e anche: “La ribellione ai tiranni è obbedienza a Dio”.

Domenico Letizia

Titolo: Ebraismo e anarchismo
Testata: Libertaria

Ora l’ America teme gli squatter da Far West

settembre 14, 2010 9 commenti

Le persone che si considerano «cittadini sovrani» sono trecentomila

Cittadini che non riconoscono alcuna autorità e si dichiarano al di sopra delle leggi federali e statali, negli Stati Uniti ce ne sono sempre stati. Non mancano nemmeno i nuclei organizzati, almeno dalla fondazione, negli anni ‘ 70, del Posse Comitatus, un movimento che riconosceva solo alcuni poteri locali e rispettava unicamente l’ autorità dello sceriffo. Si tratta di persone che rivendicano libertà assoluta da ogni burocrazia opprimente: non registrano i figli in comune quando nascono, non li mandano a scuola, non pagano le tasse, guidano senza patente. Gruppetti, o addirittura sette, che ricordano gli anarchici europei o gli «squatter» (c’ è chi sostiene l’ illegittimità del possesso di terreni e immobili da parte delle banche e, quindi, si sente in diritto di «espropriare»), ma che nella versione americana sono imbevuti di teorie cospirative: considerano le strutture amministrative una congiura delle «corporation» (che hanno occupato la politica) contro l’ applicazione delle libertà assolute contenuti nel Bill of Rights e nella Costituzione che molti di loro hanno imparato a memoria. La polizia li sorveglia discretamente intervenendo quando vede pericoli. Controlli che divengono sempre più difficili perché nell’ America di Obama i casi di contestazione di tutte le autorità stanno rapidamente aumentando, mentre il rifiuto anarchico di rispettare una legge o un divieto in alcuni casi si trasforma, da fatto individuale, in gesto politico, in sfida aperta alle istituzioni. Il Southern Poverty Law Center – un centro di ricerche delle organizzazioni per i diritti civili – ha appena pubblicato uno studio nel quale indica in 300 mila le persone che si considerano «cittadini sovrani». Molte più che nelle rilevazioni precedenti. Alimentano il fenomeno la crescente sfiducia nelle istituzioni prodotta dalla recessione che ha lasciato milioni di persone senza lavoro e senza casa, ma anche la diffusione di Internet che consente di veicolare senza mediazioni il messaggio della ribellione a ogni forma di autorità e la stessa elezione di un presidente nero che molti sovereign citizens – un movimento che ha radici tra i white supremacists, i sostenitori della superiorità dei bianchi – hanno preso assai male. Fino a ieri l’ Fbi cercava soprattutto di stanare truffatori ed evasori incalliti che si nascondevano dietro lo schermo anarchico per delinquere. Ora c’ è più attenzione per gli aspetti politici: si comincia a parlare di paper terrorism, terrorismo di carta che mira a destabilizzare le strutture economiche e politiche. Come nel caso dei Guardians of the Free Republics, un gruppo che di recente ha intimato in tono minaccioso a tutti i governatori dei 50 Stati dell’ Unione di dimettersi entro 72 ore. La vicenda non ha avuto seguiti, ma ha segnato un punto di svolta. Ora c’ è anche chi teme saldature tra i cittadini sovrani e le frange più estreme del movimento antistatalista dei Tea Party.

massimo.gaggi@rcsnewyork.com
Gaggi Massimo

Conversazione di Salvatore Antonaci con Luigi Corvaglia

agosto 18, 2010 2 commenti

Conversazione di Salvatore Antonaci con Luigi Corvaglia, saggista, teorico del libertarismo, domande anche da Domenico Letizia e Michele Gambella

http://www.tvradicale.it/node/133

Anarchismo Americano, la figura di Stephen Pearl Andrews

Stephen Pearl Andrews nato nel 1812 a Templeton nel Massachusetts, morto nel 21 Maggio del 1886 fu un anarchico individualista appartenente alla tradizione autoctona dell’anarchismo americano. Ha scritto e trattato di problemi legali, di linguistica, filosofia, religione, economia, ecc, Andrews fu tra quei anarchici americani che hanno fatto degli “esperimenti sociali” il modo di costatare come era possibile creare praticamente e subito società nuove antiautoritarie e libere nell’ America della frontiera ancora libera da una forte istituzione centralizzata. Nel 1833 Andrews fonda un settimanale libertario di quattro pagine: ‘The peaceful revolutionist’ ( il rivoluzionario pacifico ), questo giornale ebbe breve vita ma in poco tempo si diffuse ovunque. Nel 1850 Andrews incontra e rimane affascinato dalle idee di un altro anarchico individualista Warren e la sua dottrina della sovranità dell’individuo, dottrina che trae origine e sviluppo proprio dalle radici del liberalismo originario della tradizione americana. Andrews incominciò ad occuparsi della creazione di comunità volontarie e libertarie da diffondere in tutta l’America, fondando la sua teoria sociale che prende il nome di Pantarchy che consiste in una rivoluzione spirituale, un nuovo governo e una nuova chiesa che siano universale nella sua natura, insomma nuove “forme sociali” da sperimentare. Nel 1851 , Andrews tenne una serie di conferenze sociologiche a New York, stampate poco dopo con il titolo di “the costitution of government in the sovereignty of the individual ( la costituzione del governo nella sovranità dell’individuo ) e cost the limit of price ( il costo limite del prezzo ). L’idea del costo limite del prezzo è presente anche in Warren, anzi proprio in quest’ultimo trae ispirazione e realizzazione, come ha scritto Federico Tortorelli: “Tale sistema prevede tra l’altro un criterio di imputazione dei costi innovativo, preciso ed ecologico. Il sistema mutualista aperto del prezzo di costo trasparente (quello è il suo nome per esteso) prevede regole a garanzia dell’equivalenza tra lavoro e potere d’acquisto: egualitarismo salariale, mutualismo, trasparenza completa, garanzie forti contro gli approfittatori, credito a tasso zero, regole alternative sui cambi valutari, applicabilità a ogni tipo di attività economica, inoltre si prevede: autonomia e specializzazione per ogni impresa, presenze in ogni settore, coerenza etica sugli investimenti, tutto questo per uno sviluppo alternativo che tolga il terreno alle logiche capitaliste e stataliste.”
Andrews ha analizzato a lungo lo stato e il suo essere vedendo in quest’ultimo una sorta di distruttore di un equilibrio interno delle relazioni sociali, provocando così le guerre ed uno stato d’agitazione perpetua. La sovranità dell’individuo è quindi il miglior fondamento di società basata sulla giustizia, è impossibile che esista la libertà sottomettendo un intero popolo agli stessi obblighi, ma bisogna assicurare ad ognuno la possibilità di conseguire la felicità e l’appagamento coi propri metodi e con la propria forza, la ricerca della felicità, quella ricerca che veniva difesa dalla stessa Costituzione Americana, i diritti che la costituzione dello stato garantisce ai cittadini perdono il loro significato fintantoché gli uomini sono costretti a vivere in una condizione che attribuisce ad alcuni la prerogativa di determinare il destino di altri, finché sarà così la stessa libertà non verrà mai attuata e la società vivrà nel disagio sociale e morale. Per Andrews l’economia politica deve essere parte di una più complessiva filosofia sociale, che includa al suo interno non solo le condizioni della produzione, ma anche un’equa distribuzione dei prodotti del lavoro, così potrà acquistare il suo reale significato, giacché soltanto così etica ed economia procedono di pari passo, non è il salario in se stesso che determina l’ingiustizia, ma l’ingiusto compenso ricevuto dal produttore, che lo priva di una parte del prodotto del suo lavoro.
Fu contrario ai metodi comunisti della sua epoca, che credevano di poter raggiungere il proprio obbiettivo tutto d’un colpo, mentre, a suo avviso, era possibile solo un processo molto graduale e rispettando la libertà individuale.
Andrews visse e produsse le proprie idee all’interno di una società ancora non legata a logiche statali sviluppando idee mutualiste e di mercato, sperimentazione e libertà, quell’anarchismo tipicamente americano sconosciuto allora, e per molti versi ancora oggi, agli europei.

Domenico Letizia

Titolo: Stephen Pearl Andrews
Sottotitolo:
Testata: Cenerentola, Mensile Libertario
Registrata: Tribunale di Bologna 7237 del 03/07/2002
Data: Luglio- Agosto 2010

La lezione Americana

luglio 28, 2010 3 commenti

Come rilevato da Carlo Lottieri, è impossibile una seria riflessione sul federalismo «se non ci si confronta con quanto è successo in America due secoli fa, quando – dopo la guerra per l’indipendenza dall’Inghilterra – le ex-colonie sono divenute il teatro del più ambizioso esperimento istituzionale in tal senso». In proposito, e per uno sguardo non convenzionale della vicenda america, è importante il volume di Luigi Marco Bassani, “Dalla Rivoluzione alla Guerra civile. Federalismo e Stato moderno in America, 1776-1865”, Rubbettino Ed., 2009, p. 324. Incentrato sulla dialettica “Stato moderno-federalismo”, esso ricostruisce un percorso politico-dottrinario dalla Rivoluzione alla guerra civile volto ad illustrare la difficile ricezione americana delle categorie europee sullo Stato e sul potere. Le lotte condotte dagli Antifederalisti, da T. Jefferson e da J. Calhoun nascevano dall’ opposizione alla “formula europea e moderna” quale soluzione al problema dell’ordine politico, contrapponendo all’idea della creazione di una sala di comando unica quella della natura pattizia e volontaria dell’unione americana.
Tale concezione, seppur non incontrastata, dominò il panorama delle idee politiche della giovane repubblica per molti decenni dopo la Rivoluzione, tanto che in quel periodo il sistema federale prosperò, rivelandosi anche un potente freno alla crescita degli apparati governamentali. Nel periodo in cui l’Europa passava dalla Rivoluzione francese all’età napoleonica e poi a quella dell’irrompere del mito della nazione sulla scena politica, l’America viveva l’età dell’oro della “libertà federale”. La presidenza Lincoln e la guerra civile aprirono invece le porte ad una profonda revisione istituzionale e politico-dottrinaria, che poi produsse la nascita di un vero e proprio “Stato americano”.

di Rossella Galati
rossella.galati@gmail.com

Albert J. Nock difensore delle origini americane

Roosevelt nelle elezioni presidenziali americane del 1932 e del 1936 ottiene un larghissimo consenso da una popolazione che guarda alle politiche del New Deal come la fine di un capitalismo che ha rovinato l’America. Ma un vasto gruppo di intellettuali non solo conservatori combatte energicamente il progetto progressista considerato Anti-americano, traditore della Dichiarazione di Indipendenza e del Bill of Rights, la fine dell’ideale individualista che da sempre aveva caratterizzato l’America della frontiera degli ideali jeffersoniani cari agli anarco-individualisti come Spooner, Tucker e Warren. Ad avversare il centralismo che velocemente stava caratterizzando la politica americana è Albert J. Nock, figura particolare, apprezzata, studiata e stimata anche dalla cultura attuale anarco-capitalista. La sua vita è caratterizzata da un velo di riservatezza e da un pensiero originale profondamente libertario e antistatalista. La sua formazione appartiene a quelle idee individualiste, anarco-individualiste, eredità della lotta contro lo ‘statalismo’ dalla madre patria inglese, la lotta per l’indipendenza delle colonie americane. Durante la maturità osservò una società dell’auto-responsabilità, una società che libera le forze spontanee dando corpo ai diritti individuali.
L’originalità di Nock consiste nell’aver fatto della sua filosofia il laissez-faire, un antistatalista convinto che guardava al libero scambio come unico strumento sincero e profondamente liberale, ma Nock metteva in guardia e presentava preoccupazione, per una società occidentale fondata completamente sull’ economicismo. Illustrò benissimo quelle che riteneva le storture che stava percorrendo la società americana e di conseguenza il tradimento di quei valori liberali e libertari proprio della tradizione americana, come ebbe a sostenere nell’opera Our Enemy the State: “è fuorviante affermare che il laissez-faire di fine secolo sia stato la causa delle storture…” quando ciò avvenne come nel caso delle ferrovie, fu dovuto al fatto che: “esse furono imprese speculative favorite dall’intervento dello stato, mediante la distribuzione di strumenti politici in forma di elargizioni di terre e sussidi…” . Nock denuncia quello che poi diverrà il capitalismo coorporativista che porterà alla fine del libero scambio e alla creazione dei monopoli, è stato anche colui che analizzando la società americana notò che lo stato aveva portato: “….la divisione della società nella classe dei proprietari e degli sfruttatori e nella classe subalterna dei non-proprietari, cioè per un fine criminale…”, queste sono dichiarazioni non di un socialista, Nock aborriva il socialismo ma riteneva fondamentale diffondere e rendere estesa la proprietà privata a tutti.
Cercò di analizzare lo statalismo non solo politicamente e filosoficamente ma anche psicologicamente o meglio analizzò come lo statalismo influiva sulle mentalità collettive, un convinto non sostenitore dell’entrata in guerra degli Stati Uniti riteneva che la guerra stimolava una sorta di eguaglianza, uno strumento di riscatto contro le disuguaglianze sociali che praticamente accresceva enormemente i poteri dello stato. La guerra forniva a tutti un chiaro e illusorio senso di finalità collettiva, che la pace non aveva mai dato. Non bisognava meravigliarsi di totalitarismi forti come la Russia, Italia e Germania perché è lo stato in se che porta inevitabilmente a queste conclusioni.
La lettura di Nock appare davvero gradevole non solo da un profilo storico, Nock è tra quei autori che scrive e denuncia dispotismo proprio nel periodo di passaggio, anche culturale, da una filosofia politica che dall’individualismo originario va allo statalismo più intrinseco. Lo studio di Nock può essere letto come continuità degli ideali anarchici autoctoni americani. L’eterno scontro tra l’individuo, la sovranità dell’individuo e lo stato.

Domenico Letizia

Rivista Enclave
n48, Luglio – Settembre 2010
Registrata presso il tribunale di Bergamo