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Posts Tagged ‘68’

Un pò d’Anarchismo


Nel Giugno 1968, Edgar Morin, uno degli osservatori più attenti della rivolta studentesca di Maggio, espone (a caldo), le sue conclusioni.

Mi sembra che si possa parlare allo stesso tempo di una resurrezione e di una rinascita dell’anarchia, da parte della gioventù intellettuale. Certamente, il movimento libertario che era stato costituito del resto da diversi gruppi non aveva cessato di esistere, ma la sua esistenza era ridotta e politicamente inesistente. Non so se l’anarchia all’inizio del secolo aveva un seguito tra gli intellettuali. C’era sicuramente Laurent Tailhade che ammirava i testi anarchici, ma questo atteggiamento non doveva essere molto diffuso.Questo fenomeno di risurrezione dell’anarchismo nella gioventù studentesca è dato dal fatto che in tutti i paesi, compresa la Francia, una parte della gioventù vuole cambiare la sua vita quanto cambiare la società. I giovani vogliono essere autentici e liberi. Questo movimento ha preso dagli Stati Uniti l’aspetto “beatnik” o “hyppie”, che costituiva una sorta di anarchismo selvaggio. In Francia, si è incarnato parzialmente in una resurrezione dell’anarchismo. Si è assistito a questo a Nanterre, dove alcuni giovani rifiutano di delegare la loro esistenza a degli organismi, a dei partiti politici, a degli Stati. Si tratta anche di una rinascita dell’anarchismo in quel senso che l’antico movimento libertario viveva sulle idee di Bakunin, di Proudhon, di Elisée Reclus, aveva i suoi maestri di pensiero e scomunicava Marx allo stesso modo che i marxisti scomunicavano Bakunin. Ora, c’è un revisionismo anarchico che si è manifestato prima attraverso dei piccoli gruppi di studio. E in questi gruppi di studio, c’erano studenti che integravano alla teoria anarchica degli aspetti sia del pensiero di Marx, che del pensiero di Freud. Cercando una giustificazione teorica della loro volontà di libertà e di autenticità, hanno incontrato differenti correnti di pensiero moderno ed è da quel revisionismo estremo aperto che viene la rinascita del movimento libertario.
Lo possiamo ritrovare in diversi gruppi. Per esempio, quella piccola rivista “Rouge et Noir” (Rosso e Nero), di cui il titolo del resto significa proprio questa volontà di alleanza tra il marxismo e l’anarchismo. Stessa cosa per la “Tribune culturelle des cercles libertaires” (Tribuna culturale dei cerchi libertari) che era composta in buona parte da studenti. Queste riviste erano poco conosciute perché erano molto spesso clandestine, ma pubblicavano delle analisi estremamente interessanti sui problemi della società, dell’uomo ecc.

Tratto da: http://anarchiameccanica.blogspot.com/

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Movimento 68. SOFRI: Che cosa è stato per me il 68

«Il Sessantotto, la rivincita dei giovani»


Alberoni: la sconfitta dei padri e dei tabù sessuali
Sono passati quarant’anni, ma il Sessantotto continua a far discutere. Quegli anni incredibili che la rivista Time definì «il rasoio che separò definitivamente il passato dal futuro» provocano ancora oggi profonde riflessioni. Quell’anno ha visto fiorire profonde invenzioni oppure ha dato il via a un degrado forse irreparabile? E’ stato la svolta necessaria a liberare il costume e la politica dalle reti della vecchia società, oppure ha rappresentato un’epidemia di egualitarismo a tutti i costi, un’ubriacatura demagogica di cui per anni abbiamo pagato le conseguenze? E ancora: è stato l’alba di una nuova società o il soprassalto finale del vecchio mondo? Cosa resta di quegli anni che il leader maximo del Movimento studentesco milanese Mario Capanna, ha definito “formidabili”? Lo abbiamo chiesto a un altro protagonista del Sessantotto, di quel periodo fatto di utopie e di forti tensioni emotive, al sociologo piacentino Francesco Alberoni che nel 1968 era nella tana del lupo, la Facoltà di sociologia di Trento, culla di ideologie che hanno portato da un lato idee anarchiche e libertarie e dall’altro hanno acceso la miccia del terrorismo.
Professore, cosa significa oggi ricordare il Sessantotto?
«Quando si parla di quel periodo non si ricorda il 1968, l’anno che vide alcuni episodi di rivolta studentesca alla Sorbona di Parigi, alla Statale di Milano e a Valle Giulia a Roma; il Maggio Francese ha racchiuso in sé tanti movimenti pacifisti, anarchici, marxisti che si erano sprigionati già alcuni anni prima. Penso al pacifismo americano dei primi anni Sessanta, al messaggio di Martin Luther King, alle lotte contro la guerra in Vietnam, alla rivolta in Italia che prende corpo verso la metà degli anni Sessanta, attraversa le università, le fabbriche e arriva fino al 1977. E poi il megaraduno di Woodstock che è forse l’elemento più rappresentativo del Sessantotto, esprime une delle più grandi trasformazioni dal Dopoguerra agli anni Sessanta: la separazione tra i giovani e gli adulti. Il Sessantotto è il periodo in cui prende corpo l’internazionale giovanile: vengono sconfitti i padri e vengono abbattuti i tabù sessuali».
Come mai si manifesta questa separazione?
«E’ il frutto del benessere che prende corpo sul sacrificio. I giovani studiano, vivono la loro condizione senza disagi particolari, cominciano ad assaporare il gusto delle vacanze estive dopo la contestazione nelle università durante l’inverno, c’è aria di cambiamento e dietro al marxismo giovanile c’è in realtà un linguaggio certamente più pregnante. Il rock che porta con sé nuovi miti e nuovi riti: i Beatles, i Rolling Stones, Janis Joplin, Jimi Hendrix e la droga. Dallo spinello all’eroina. E poi questi giovani se ne stanno lontani dalle due chiese dominanti: il Pci da un lato e la chiesa cattolica dall’altro. Questi giovani vogliono una società in cui tutto è permesso, in cui fare l’amore non per procreare ma per godere del proprio piacere. E’ questa la vera rivoluzione del Sessantotto, una rivoluzione che proseguirà poi negli anni con il mutamento dei gusti e dei costumi senza perdere mai di vista il ruolo dei giovani».
Ma come: il marxismo, la rivoluzione, la contestazione?
«Vengono avanti intellettuali e filosofi come Adorno e Hockeimer di stampo squisitamente marxista ma anche intellettuali come Herbert Marcuse e Norman Brown, che per altro ho conosciuto personalmente, che teorizzano una sorta di anarchismo che confluisce nel movimento hippy. E gli hippy e Woodstoock rappresentano gli aspetti più interessanti del periodo. Da allora nulla sarà come prima. I giovani si vestiranno in modo diverso dai loro padri, accetteranno la precarietà e il precariato che sono elementi figli dell’Occidente, non faranno a meno della musica, che produce il vero linguaggio rivoluzionario della generazione che ruota attorno al Sessantotto. E saranno le canzoni a ispirare i giovani scrittori e i poeti degli anni Sessanta e Settanta. Non certamente i poeti e gli autori letti e amati dai loro padri. Sulla politica c’è molto da dire. I giovani strizzano l’occhio al Pci ma poi confluiscono nell’infinità di gruppuscoli dell’extrasinistra, da Lotta Continua a Potere Operaio, dal Manifesto al Movimento Studentesco. Si parla di rivoluzione, è vero, c’è la convinzione che l’Italia sia un Paese che finirà come il Sudamerica, si ascoltano gli Inti Illimani, ma alla fine i soli che ciecamente crederanno nella rivoluzione saranno i terroristi delle Brigate Rosse, un autentico disastro per il nostro Paese». Professore, c’è molto disincanto dietro alle sue affermazioni, come mai?
«Ho vissuto quegli anni insegnando all’università di Trento e ho poi studiato i movimenti. Quelli che ruotano attorno al Sessantotto sono movimenti che vanno alla ricerca del piacere, di una vita diversa da quella dei loro padri: certi slogan quali “Tutto il potere all’immaginazione” e “Proibito proibire”, hanno attecchito tra i giovani, come dire che il Sessantotto ha avuto una “pars destruens” molto forte e molto pregnante, ma non ha saputo trasformare la protesta, la rivolta, il rifiuto dei padri e della loro morale, in politica costruttiva. E a proposito di politica, occorre sottolineare che i figli del Sessantotto oggi sono un po’ dovunque: nel Pd, in An, in Forza Italia, penso a Giuliano Ferrara e a Paolo Mieli, l’attuale direttore del Corriere della Sera. Sono in gran parte classe dirigente, ma il loro potere si basa sugli affari, è privo di forza etica, di una morale. Ecco, credo che bisognerebbe inventare una morale, ma com’è possibile se chi è oggi al potere ha costruito la propria coscienza distruggendo ogni forma di morale?».
Chi sono gli eredi dei giovani del Sessantotto?
«Benché se ne dica , gli eredi sono i ragazzi di oggi, così lontani dal mondo del lavoro, così attaccati al piacere, alle pasticche di ecstasy e alla cocaina, a Vasco e a Ligabue. Non tutto ciò che è stato buttato all’aria allora ha dato buoni frutti, anzi, in molti casi è successo il contrario. Ma,inutile negarlo, dal Sessantotto è nata una società più libera, meno bacchettona ma anche più qualunquista ed egoista, proprio perché figlia del piacere e dell’anarchismo».

Il ’68 francese raccontato da Jean-Luc Godard


Al Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa

Si guarda «Le jolie mois de mai», girato in presa diretta dal regista oggi ultrasettantenne insieme ad Alain Resnais e Chris Marker
«Sul quarantennale del ’68 è gia cominciato un chiacchiericcio reducistico da un lato e dall’altro un revisionismo che tende a cancellare i veri valori di quegli anni, così abbiamo deciso di partire dal film di Jean-Luc Godard, Alain Resnais e Chris Marker che è una pietra miliare nella discussione». Così Mauro Decortes, portavoce dello storico Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, presenta una vera e propria chicca per storici e cinefili, «Le jolie mois de mai», girato in presa diretta nel maggio del ’68 a Parigi. Il film, copia unica in pellicola, è stato proiettato mercoledì 16 alle 21 nella sede del circolo, in viale Monza 255. Alla macchina da presa, una 35 millimetri portata a spalla nelle strade del quartiere Latino e nella assemblee della Sorbona, in quel maggio ’68 si alternarono Godard, oggi ultrasettantenne regista della Nouvelle Vague, Resnais, celebre per film come «L’anno scorso a Marienbad» e Marker, uno dei massimi esponenti del cinema-verité.
VALORI – «Partiamo da questo film, intitolato in italiano “Il dolce mese di maggio” -spiega Decortes – per introdurre nel dibattito sul ’68 un documento storico di riflessione su quell’anno cruciale in cui tutto cambiò nel tessuto sociale. Perché ci interessa sottolineare come valori quali la solidarietà e l’eguaglianza, che oggi qualcuno vorrebbe cancellare, furono le vere molle di quella rivoluzione che coinvolse milioni di giovani». La serata è stata introdotta da Enrico Livraghi della Cineteca Obraz, storica sala dove il film fu proiettato nel ’75.

Il 68 europeo visto dagli Usa aveva già i colori del declino


di Giuseppe Pennisi
Premessa. Ricorrono quaranta anni dal 1968. In Italia, ed in certa misura in Francia, sono programmate varie iniziative per ricordare gli avvenimenti di quell’anno che, per molti aspetti, hanno segnato la vita (e le carriere) di molti di coloro che oggi anziani sono in posizioni di rilievo. Non si programmano (che io sappia) importanti manifestazioni in Germania, dove, in particolare all’Università di Francoforte, del “Sessantotto” vennero poste le premesse e formulata una teoria; non per nulla, alcuni dei leader del “maggio francese” erano tedeschi.
Non parteciperò alle iniziative in programma per vari motivi. Per uno soprattutto: a 25 anni, ero un graduate student italiano negli Stati Uniti (a Washington D.C.) in un’università internazionale, la School for Advanced International Studies (Sais) della Università Johns Hopkins. Quindi, unitamente ai miei altri due colleghi italiani (oggi ambedue Ambasciatori d’Italia), nonché ad altri giovani europei che completavano il ciclo di studi alla Sais, vidi il “Sessantotto” europeo con il cannocchiale, mentre ebbi modo di osservare da vicino il “Sessantotto” Usa. Sotto il profilo personale, ero privilegiato (rispetto ai colleghi europei) in quanto in un periodo in cui a Washington la stampa italiana arrivava in ritardo e poteva essere acquistata solamente in un negozietto di pubblicazioni internazionali (spesso nascosta dietro riviste porno francesi o latino-americane), collaboravo regolarmente con “Il Sole-24 Ore” e lo ricevevo via aerea. Quindi, anche gli altri due italiani ed i colleghi che leggevano italiano avevamo più informazioni di quelle (scarse) che arrivavano sul “New York Times” e sul “Washington Post”.
Il “Sessantotto” inoltre è stato per me soprattutto anno di avvenimenti personali importanti; in febbraio incontrai la persona che da allora è mia moglie, ci sposammo in agosto in Provenza ma (dato che lei è francese) ci trovammo a Parigi all’inizio di giugno, proprio mentre infuriava quella che viene ricordata come la “battallie de l’Odéon”. Vinsi, in aprile, un concorso in Banca Mondiale dove presi servizio a metà settembre. Queste vicende private si intrecciavano più con il “Sessantotto” degli Stati Uniti, Paese in cui ho vissuto per oltre tre lustri e puntavo necessariamente gli occhi più su ciò che mi circondava che su ciò che richiedeva inforcare un cannocchiale.
Il Sessantotto americano. Molti dimenticano che in parallelo con il “Sessantotto” europeo, ci fu un “Sessantotto” americano. Iniziò convenzionalmente il 21 ottobre del 1967 con la marcia al Pentagono di un milione di persone, gestita principalmente dalla Students for a democratic society (Sds – organizzazione che allora si proponeva il rinnovamento della società Usa) ed ebbe come suoi momenti importanti: in aprile, l’assassinio di Martin Luther King e successivamente i moti che misero a ferro e fuoco la capitale ed altre città americane, in maggio l’omicidio di Robert Kennedy e in parallelo l’annuncio del Presidente Lyndon Johnson di non ricandidarsi alla Casa Bianca, nonché in estate la difficile contesa per la scelta del candidato del Partito Democratico (con i disordini al Lincoln Park a Chicago), in novembre la vittoria (a larga maggioranza) di Nixon nelle elezioni alla Presidenza della Repubblica. Due i temi di fondo del “Sessantotto” americano: la guerra in Vietnam e il non facile completamento del processo di integrazione razziale richiesto dalla normativa sulla “Grande Società” approvata alla metà degli Anni 60.
Paradossalmente, i teorici tedeschi del “Sessantotto” (in primo luogo Hebert Marcuse, negli Usa dal 1930 ma in stretto contatto con la maggiore università sulle rive del Meno) e gli intellettuali francesi vicini al “maggio” (quali Edgard Morin e Jean-François Revel, a cui si giustapponeva l’ironia di Romain Gary, due volte Premio Groncourt ed allora console generale di Francia a Los Angeles – nonché sposato con un attrice che si definiva appartenente alla sinistra radicale) guardavano agli Usa , in particolare alla California, come al modello di società libera e moderna (“senza Marx e senza Gesù”, secondo il titolo di un saggio di successo di Revel) a cui avrebbe dovuto aspirare l’Europa vecchia, parruccona e polverosa. Alcuni di loro leggevano avidamente un settimanale che si produceva a Washington D.C. (la redazione era in un piccolo appartamento di Thomas Circle), il “Quicksilver Times” – il “Times dell’Argento Vivo” che con articoli frizzanti e foto di nudi integrali era diventato uno dei vessilli del Sessantotto “made in Usa”.
In Europa e in Italia in particolare, si usava e si usa, mitizzare il “Sessantotto” Usa dipingendolo con tratti analoghi a quelli dei miti costruiti sui “Sessantotto” del Vecchio Continente (quello nostrano in primo luogo). Lo si tratteggia come pacifista in quanto contrario all’intervento in VietNam. E’ un’immagine che non ha riscontro nella realtà. L’opposizione alla guerra nel Sud Est asiatico sarebbe cresciuta soprattutto negli anni Settanta (a ragione dell’inconcludenza del conflitto e delle sempre maggiori perdite), ma nell’ultimo scorcio degli Anni Sessanta, accanto ad un movimento di opposizione alla guerra, ma non necessariamente alla presenza Usa nel Sud-Est asiatico (quello, ad esempio, della marcia del 21 ottobre 1967), c’erano un vasto strato di “sessantottini” che vedevano la vittoria delle libertà contro il comunismo in Asia come elemento essenziale per affermare maggiori libertà (per gli afro-americani, per gli ispano-americani, per le fasce a basso reddito) nella stessa società americana. In tal senso, i “guerrafondai” erano “sessantottini” alla stessa stregua dei pacifisti, si vestivano e si comportavano allo stesso modo, partecipavano agli stessi parties dove gli happenings o lo streaking (allora di moda) erano talvolta ai confini con l’orgia. Molti colleghi americani alla Sais partirono volontari alla volta del Vietnam: uno, patriota di ferro per tutta la vita, ha successivamente fatto la sua intera carriera alla Cia ed è padrino di nostra figlia; un altro, vincitore di numerosi premi di giornalismo, è stato sei settimane prigioniero dei Viet-Cong e, riuscito a scappare, è tornato a Saigon come corrispondente del “Washingon Post”, restando immortalato nella foto del reporter attaccato all’elicottero che lascia l’Ambasciata Usa il giorno della caduta della capitale del Vietnam del Sud.

Il cannocchiale sul Sessantotto europeo. I “settantottini” americani si interessavano, necessariamente, più ai problemi del loro Paese che a ciò che stava avvenendo in Europa, malgrado che i miei colleghi Usa fossero un campione molto particolare: non solamente erano impegnati in un programma di studi internazionali, ma parlavano tutti o francese o spagnolo (oltre all’inglese e spesso altre lingue, anche orientali). Una cinquantina di loro parlava italiano anche in quanto aveva passato un anno accademico al Bologna Centre della Johns Hopkins University. Il “Sessantotto” europeo veniva da loro percepito come un episodio dell’ormai lungo ma inevitabile declino dell’Europa ( che pure era, allora, il secondo pilastro dell’Alleanza e della Comunità Atlantica e veniva invitato ad acquistare obbligazioni del Tesoro Usa, i “Roosa Bonds”, dal nome del Sottosegretario americano, per saldare i conti degli Stati Uniti con il resto del mondo).

Anche se gli “europei” alla Sais (una ventina – austriaci, belgi, francesi, inglesi, tedeschi, ed i tre italiani, me compreso) contro-argomentavano che si trattava invece di un segno di modernizzazione, con il senno del poi occorre dire i nostri colleghi americani non avevano tutti i torti. Il “Sessanta” fu, al tempo stesso, la svolta verso il declino e la svolta verso un lungo processo di perdita di produttività comparata dell’Europa rispetto sia agli Stati Uniti sia all’Asia (che allora cominciava a galoppare, ma pochi se ne accorgevano). In privato, sulle sponde del Potomac, si condivideva, infatti, l’analisi di molti coetanei americani che studiavano nella medesima università. Ricordo, in particolare, le preoccupazione di un collega tedesco (che ha successivamente seguito una carriera bancaria nella Repubblica Federale ed in parte negli Usa) non tanto per ciò che avveniva nella Repubblica Federale (e che si sarebbe presto spento, nonostante l’attività di alcuni gruppi terroristi sino alla seconda metà degli Anni Settanta), ma per gli “avvenimenti” in Francia dove, a suo parere, si metteva a repentaglio il riassetto dell’amministrazione dello Stato in corso di realizzazione (nella prima parte della Quinta Repubblica) e soprattutto si indeboliva un management imprenditoriale che (allora) era il più moderno ed il più innovativo in Europa occidentale. Timori analoghi veniva espressi da colleghi belgi, olandesi ed austriaci (i cui Paesi, soprattutto l’Austria, sono stati solamente sfiorati dal Sessantotto). Noi tre italiani accoglievamo con incredulità le notizie che venivano dalla Francia trovando anomala e di breve durata l’alleanza di studenti ed operai, come punta del rinnovamento (tema di un libro di Maria Antonietta Macciotti pubblicato all’inizio degli Anni Settanta): gli studenti francesi erano, a nostro giudizio, tra i più privilegiati al mondo – a ragione della carriere brillanti che si schiudevano automaticamente a coloro che frequentavano “les grandes écoles” e del carico relativamente leggero per coloro che invece andavano nella Facultés (in ogni caso con rette universitarie più figurative che nominali). Maggio (il mese dell’esplosione del “Sessantotto” francese) era comunque per noi periodo di esami finali dopo due anni di studi post-universitari, di colloqui con potenziali futuri di lavoro (li organizzava la stessa Sais con le maggiori multinazionali, specialmente del settore finanziario), di preparazione a concorsi (per coloro che li avrebbero fatti nei loro rispettivi Paesi), di scelte di vita (come il matrimonio). Gli “évenements” francesi, quindi, venivano visto con distacco e distanza; quelli italiano sarebbero scoppiati alcuni mesi più tardi – in effetti nel 1969 ed ha la data convenzionale del suo inizio al 12 dicembre di quell’anno, l’eccidio di Piazza Fontana con cui cominciò “la notte della Repubblica”.

C’era comunque qualcosa che ci interessava molto. I colleghi francesi si procuravano copie della stampa del “Sessantotto” nella loro Patria. Il lessico, il linguaggio era straordinariamente involuto e, per certi aspetti, di difficile comprensione. Ciò non poteva attribuirsi unicamente o principalmente al fatto che tra noi la “lingua franca” era l’inglese (notoriamente lineare, semplice e secco). Una componente era verosimilmente il fatto che i “sessantottini” del maggio francese avevano difficoltà a comunicare le loro idee, le loro strategie (ove fossero esistiti) e soprattutto i loro programmi (ove ci fossero stati). Una difficoltà che contrassegnava confusione di pensiero più che di parola.

Ebbi pure io un contatto diretto con il “maggio” francese. Rientrando in Europa (con la mia futura moglie) ci fermammo a Parigi mentre viaggiavamo alla volta della Borgogna (dove andavo a farmi conoscere dai suoceri). Venimmo ospitati dal prozio di mia moglie che allora aveva un appartamento sull’Ile Saint Louis: vedevamo gli scontri tra dimostranti e forze dell’ordine nel quartiere latino, era in corso la “battaglia dell’Odéon”; dai giornali ci sembrava difficile comprendere cosa volesse chi (in breve quale fosse il nolo del contendere). Soprattutto trovammo fastidioso (nonché faticoso) arrivare a piedi (e con le valigie) alla Gare de Lyon (oggi Gare Bercy) – da dove andavamo in Borgogna – a ragione di uno sciopero di tutti i mezzi di trasporto. Ci fu, però, un curioso aspetto positivo: il sindaco di Colonzelle (piccolissimo comune della Provenza occidentale) ci sposò “sulla parola” (a causa di uno sciopero al Comune di Roma i documenti che mi riguardavano arrivarono con numerosi mesi di ritardo rispetto alla data delle nozze) sia a ragione del clima libertario (si era nell’agosto 1968) sia in quanto in dieci anni nelle vesti di primo cittadino non aveva celebrato alcun matrimonio (a causa dell’invecchiamento dei concittadini e del progressivo spopolamento del villaggio).
Epilogo Dall’autunno del 1968 (rientro negli Usa per prendere servizio in Banca Mondiale), presi raramente il cannocchiale per guardare al “Sessattotto” italiano: l’autunno caldo, i primi cenni di terrorismo erano rumori di fondo per una giovane famiglia che viveva negli Usa in cui nasceva la nostra prima figlia ed il lavoro portava me per diversi mesi l’anno in Estremo Oriente (dove il “Settantotto” italiano era ancora più lontano). Le vacanze in Italia (ed in Francia) erano una corsa da congiunto a congiunto per farsi vedere e mostrare la prole (normale per chi vive all’estero). All’inizio dell’estate del 1972, passai tre settimane in Italia. Si era nella “notte della Repubblica”, ma non lo avvertivo. Dopo ormai cinque anni negli Usa, Roma mi sembra délabrée e malmessa in un’atmosfera da Europa centro-orientale. Incrociai Adriano Sofri, che avevo conosciuto ai tempi dell’Università in quanto frequentavamo lo stesso stabilimento balneare. Ci parlammo senza che l’uno capisse quello che diceva l’altro; il “Sessantotto” – dissi a me stesso – era stato un potente strumento di incomunicabilità. Il ricordo mi tornò al 1968 alla Sais- al Professore di Economia Internazionale Isiah Frank (morto quasi centenario pochi anni fa e docente brillante sino all’età di 90 anni). Iniziava qualsiasi lezione con un cordiale “Buon giorno a tutti” e la terminava (anche dopo le spiegazioni più astratte) con “Arrivederci e soprattutto non fatevi mai illusioni!” . Adriano ed altri -pensai – se ne erano fatte. A sproposito.

"Il ’68? Amavamo gli Usa, non Marx"


Guccini sulla rivista di An: Dylan ed Hemingway i miti, l’eskimo una necessità

Quando canta La Locomotiva, al momento di «trionfi la giustizia proletaria» tutti alzano il pugno al cielo. E’ inevitabile, come lo sono le nostalgie per quell’«eskimo innocente », le invettive contro «portaborse, ruffiani e mezze calze,/ feroci conduttori di trasmissioni false» coll’invito ai «liberisti» di turno: «buttate giù le carte/ tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese/ in questo benedetto assurdo bel paese».
Francesco Guccini ha anticipato il ‘68 fornendo una parte notevole di colonna sonora, è andato avanti malmostoso e indignato tra poeti maledetti e osti generosi, forse ha precorso (per esempio con gli ultimi versi citati, che vengono da Cyrano) persino Beppe Grillo. Per molti dei suoi fans la delusione sarà cocente, se leggeranno l’intervista a Charta Minuta, rivista vicina a Alleanza Nazionale, che ha dedicato un numero monografico al quarantennale del ‘68. Guccini parla con la destra, quelli che un tempo erano i «fasci» e da anni lo corteggiano un poco, per dire qualcosa di pesante. Non è neanche la prima volta: la sede gli conferisce però un risalto speciale.
«Il ‘68 è stato il proseguimento di una vicenda umana, non soltanto mia, ma di tutta quella generazione che veniva dagli anni Cinquanta, piena di desiderio, a volte inconscio, di cambiamento. Dunque prima che politico, direi che il ‘68 è stato un fatto propriamente umano. Insomma, un fenomeno di costume». I suoi miti, rivela, non erano Marx e Marcuse (mai letti) ma Bob Dylan, Hemingway, l’America. E l’eskimo «non era politicizzato, non aveva significato ideologico». Infine, il colpo del ko: «L’ideale libertario è sempre esistito nell’uomo e non ha colori o etichette, non può essere fatto proprio dall’ideologia e va ben al di là degli schieramenti di destra e di sinistra».
E la fiaccola dell’anarchia?E le bandiere che si è sempre pensato dovessero garrire lì intorno? Deposte, abbandonate incanalandosi nel fiume del tempo, a pochi giorni dalle dichiarazioni di Lucio Dalla che si professa ammiratore dell’Opus Dei? Crollano i miti, a uno a uno? Sono casi diversi, fa notare Enrico Deaglio, «perché uno è un frutto del ‘77, l’altro no. L’anno che verrà è stata una canzone del movimento. Anche la Locomotiva, beninteso, ma Guccini c’era già prima. E credo sia sempre stato impolitico. Ricordo che dopo la strage di Bologna lo intervistammo per il quotidiano di Lotta Continua. Si stupì, non coglieva il nesso».
Lucio Dalla ha parzialmente rettificato, qualche giorno fa, parlando al Tg1. Il «modenese volgare», spiega invece da tempo che le sue canzoni sono esistenziali, perché fare una canzone politica è come comporre l’inno per la propria squadra di calcio. Ma l’effetto rimane. Chi ha fermato la locomotiva? Nessuno, risponde Edmondo Berselli, le cui tesi sul ‘68 (in Adulti con riserva, Mondadori) non sono poi così lontane. In quel libro, un «Guccio» immaginario – ma verosimile – elogia prima gli inglesi e poi gli americani, in due discorsi di tre pagine, nella Bologna degli anni Sessanta.
In realtà, spiega Berselli, c’è un grande fraintendimento: «Guccini è stato unanimemente considerato un vessillifero della rivoluzione, mentre non lo era affatto. Semmai è da sempre un tranquillo riformista, arrabbiato soprattutto per via letteraria. Ha letto più libri dei suoi colleghi». La differenza è però che «gli altri cantautori raccontavano favole, intrecciavano metafore, poesie simboliste, lui raccontava storie, narrava la vita della gente». Ivi compresa quella del ferroviere anarchico che si immola in un attentato suicida.
La Locomotiva ha avuto ammiratori insospettabili. Dicono le cronache dell’ormai lontana estate ‘94 che Umberto Bossi, durante una serata a Ponte di Legno, chiese di cantare «quella canzone lì di Guccini, come si chiama, il treno? ». E’ come un poster di Che Guevara: ognuno ci vede quel gli pare. Ed è del resto assolutamente vero, ci assicura Berselli, che al momento della «bomba proletaria », nei concerti, «alzano il pugno e inneggiano anche quelli che adesso votano Forza Italia». L’eskimo è innocente, la Locomotiva è metafisica. E Guccini è sempre lì.