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IL Possibilismo nella società Libertaria

febbraio 18, 2010 2 commenti


Il Possibilismo nella società Libertaria

Quando parliamo di Società libertaria intendiamo far analisi di una società ove le istituzioni imposte, soprattutto lo stato, siano assenti. Un modello libertario di gestione non lo ricerchiamo o ‘‘sogniamo’’ solo nella società del futuro ove lo stato scomparirà ma anche nella vita di tutti i giorni: dalle zone libere e autogestite a tutte le formule contro-economiche siano esse (ad esempio) il baratto, il mercato deregolato e nero, gestioni mutualiste, gruppi di mutuo appoggio e libero scambio..
Spesso mi dedico alle discussioni economiche usando il termine ‘liberoscambismo’ , con questo intendo ogni formula di gestione economica che si rifaccia ad una libera interazione o contrattazione tra individui, comunità o società in un regime di non regolamentazione e coercizione.
Un libertario liberoscambista non può essere che un possibilista economico. Il possibilista è colui che auspica molti modelli economici e sociali anche da sperimentare. Solo in zone libere ove lo stato e la coercizione mancano è possibile sviluppare possibilismo economico, ‘concorrenza’ e scelta volontaria di modelli quali il collettivismo, il mutualismo, la scelta o non di proprietà private, l’affidarsi ad agenzie private per dati servizi, ma anche la sperimentazione di modelli sociali quali l’ecologia sociale, modelli neo-primitivisti ecc…
Il tutto come dicevo attraverso una scelta libera e volontaria.
In una società o in un sistema di relazioni libertario e liberoscambista il possibilismo creerà libertà e non imposizione, pianificazione o fascio-libertarismo.
Mi piace ricordare Berneri quando auspicava una società della tolleranza ove la critica allo stato e la negazione del principio di autorità erano mete irrinunciabili, la forma economica anarchica doveva rimanere aperta, e che si dovesse sperimentare la libera concorrenza tra lavoro e commercio individuali e lavoro e commercio collettivisti. Interessante sarebbe analizzare la teoria Panarchica di Max Nettlau ove ogni individuo esprime il suo consenso su tutti gli aspetti gestionali che lo riguardano, ma questa è un’altra analisi….

Domenico Letizia
anarhkydom@hotmail.it
Dal Mensile Libertario Cererentola

Arezzo: Una Via a Berneri, Finalmente!


Nelle ultime settimane è stata ottenuto dal Sindaco l’impegno solenne per l’intitolazione di una via a Camillo Berneri, dopo che una prima volta la commissione toponomastica del Comune aveva ignorato la formale domanda. La richiesta è stata inoltrata dal Comitato Berneri, sostenuta da un movimento di opinione e anche da un gruppo facebook di oltre 500 persone. “Scalinata Camillo Berneri (1897-1937) militante libertario” ‘è la targa che comparirà, molto presto, sulla scalinata che va da via Guido Monaco a Piazza del Popolo, in pieno centro, vicino al “suo” liceo classico Petrarca. Una vittoria dal basso, un atto di resistenza dignitosa al revisionismo.

da: Umanità Nova

Tornano a chiedere a gran voce un monumento e una via per Camillo Berneri. Qui, ad Arezzo, una delle sue città. Dove la famiglia si era trasferita nel 1916 in via De’ Redi, dove Berneri ha studiato (allo Scientifico); nell’Arezzo che gli ha dedicato poco tempo fa un convegno ed è nato un comitato per valorizzarne gesta e pensiero.
Un gruppo di intellettuali dai nomi illustri sostiene il ricordo dell’anarchico ammazzato in Spagna dai comunisti stalinisti, ma anche un gruppo di gente “della strada”. Su Facebook, il social forum, tanti sostenitori per questa causa che vive ad Arezzo un altro round per concretizzare il risultato di un ricordo visibile.
Il gruppo intende sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni locali affinché, quanto prima, si intitoli una strada di Arezzo a questo grande militante libertario. Una sensibilizzazione forte per questa figura centrale dell’antifascismo europeo. Camillo Berneri era nato a Lodi nel 1897 e fu giovane socialista a Reggio Emilia, quindi anarchico. Uno di quelli anarchici che viveva fra fra Arezzo, Firenze e Cortona nel periodo fra la prima guerra mondiale e l’esilio. Un intellettuale e pubblicista di primo piano, allievo di Gaetano Salvemini, amico di Piero Gobetti e dei fratelli Rosselli. Fuoriuscito in Francia è stato tra i primi antifascisti ad accorrere in Spagna. Pubblicista e giornalista possiamo affermare, redattore di “Guerra di Classe”, delegato politico del battaglione internazionale della Colonna Francisco Ascaso Cnt-Fai (più nota come “Colonna Rosselli”). Berneri ha combattuto il regime antifranchista ed è morto a Barcellona per mano di altri antifascisti, assassinato dai sicari di Stalin nelle tragiche giornate del maggio 1937.
Arezzo vuole che gli sia resa memoria. Nel settantesimo dell’assassinio,due anni fa di questi tempi, gli è stato dedicato il convegno di studi storici “Camillo Berneri: un libertario in Europa fra totalitarismi e democrazia – 5 maggio 1937 / 2007”. Folla nella Sala dei Grandi della Provincia.
Gli atti del convegno verranno pubblicati proprio nelle prossime settimane con un delizioso saggio, fra l’altro, di Giorgio Sacchetti che non è soltanto una ricerca di luoghi e memorie, ma anche l’analisi di una mente curiosa e aperta. Un intellettuale aperto ed eclettico

http://eccolatoscana.myblog.it/archive/2009/05/16/arezzo-un-monumento-a-camillo-berneri-l-anarchico-ucciso-in.html

Il gruppo a cui aderire: http://www.facebook.com/group.php?gid=78290681228

L’idea liberale di mercato distorta dallo stato

Un bel dibattito tra Domenico Letizia e Luciano Nicolini sul mercato, l’anarchia e lo stato, sulle pagine del mensile Cenerentola: http://www.cenerentola.info/archivio/numero112/articoli_n.112/dib.html

L’idea liberale di mercato distorta dallo stato

Ogni volta che mi dedico al dialogo definendomi anarchico liberale quindi liberoscambista e possibilista noto sempre da parte di chi ascolta una sorta di perplessità che a volte diventa stupore. Dove sta la perplessità? In due semplici paroline: Libero Mercato.
La concezione del libero mercato e del liberoscambismo non è estranea al movimento anarchico, anzi ne è una parte fondante, certo è importante definire cosa intendiamo con libero mercato e ancora più importante è analizzare perché con l’attuale crisi tutti si prestano dai repubblicani ai democratici, dai liberali ai socialisti, dai marxisti ai non-marxisti, tutti proprio tutti, si prestano a gettare la colpa del cataclisma economico al libero mercato.
Il mercato, lo scambio è la cosa più naturale che avviene tra gli uomini, l’uomo è fatto e basa la sua esistenza sullo scambio dalle opinioni al commercio. Quello che lo stato sta cercando di abbattere è l’idea di mercato non il capitalismo perché il capitalismo come lo conosciamo è sempre esistito in quanto collaboratore dello stato e suo strumento, il vero mercato è quello non assistito, quello libero, quello decentrato, contro i cartelli e monopoli, insomma quel mercato che appartiene all’idea del liberalismo classico mai applicato dai governi. Le politiche attuali, anche quelle più liberali, sono tutte unite nel dire che il mercato è fallito e c’è bisogno di stato: ecco cosa cercano veramente i governi nella loro totalità, cercano di rafforzarsi, cercano di divenire ancora più forti, di far capire che l’istituzione e lo stato sono essenziali per la vita dei cittadini che altrimenti vivrebbero circondati dal caos.
E’ qui che noi dobbiamo fermarci e riflettere, tocca a noi anarchici e amanti della libertà riprenderci l’idea di libero mercato, ovviamente creando un nuovo mercato, creando una nuova concezione anarchica e liberale. Di passi ne vedo specialmente nella cultura libertaria americana, l’esponente del mutualismo contemporaneo Kevin Carson si definisce a favore di un “libero mercato anticapitalista”, ritenendo che il capitalismo come comunemente inteso sarebbe impossibile senza stato, pertanto il libero scambio non comporterebbe rischio di sfruttamento.
Anche la tradizione storica dell’anarchismo europeo va ricordata bene, Bakunin esalta il liberismo nordamericano (non erano ancora sorti i trust), e dice “La libertà dell’industria e del commercio è certamente una gran cosa, ed è una delle basi essenziali della futura alleanza internazionale fra tutti i popoli del mondo”. E ancora: “I paesi d’Europa ove il commercio e l’industria godono comparativamente della più grande libertà, hanno raggiunto il più alto grado di sviluppo”. L’entusiasmo per il liberismo non gli impedisce di riconoscere che fino a quando esisteranno i governi accentrati e il lavoro sarà servo del capitale “la libertà economica non sarà direttamente vantaggiosa che alla borghesia”. Ancora oltre si spinge colui che definisco il libertario dei libertari Camillo Berneri secondo cui (n.d.r.) la forma economica anarchica doveva rimanere aperta, e che si dovesse sperimentare la libera concorrenza tra lavoro e commercio individuali e lavoro e commercio collettivisti. La collettivizzazione coatta era quindi da condannare se frutto dell’imposizione e non della libera scelta: l’anarchia non doveva portare ad una società dell’armonia assoluta, ma alla società della tolleranza.
Oggi più di prima è compito degli anarchici conservare e sviluppare idee di mercato diverso e libero e non far i giochetti dei governi che tutti insieme da destra a sinistra condannano il mercato per il controllo e il rafforzamento dello stato, a dir il vero questa direzione è già intrapresa; Pietro Adamo ha ripetuto più volte la necessità di recuperare l’idea di liberalismo e quindi anche di mercato, un nuovo sguardo all’esperienza del Novecento che non si fermi agli effetti pratici recenti del neoliberismo. Una concezione di mercato libertario in cui si incrociano istanze non solo economiche, ma etiche, politiche, sociali, e cosi via. La libera sperimentazione anarchica potenzia tutte le sfere in cui l’uomo agisce, non solo quella economica: proprio dall’interazione di queste sfere dovrebbe risultare una sorta di limite all’ambito del “mercato”. Saremo identificati come nuovi liberisti? Sì, curandoci di sottolineare, ogni qualvolta ne avremo l’occasione, la differenza tra noi e loro.
Recuperare un anarchismo che sia liberale, possibilista e di mercato curandoci di differenziarci sempre dagli pseudo-liberisti, che nei fatti non lo sono, delle forze di centrodestra. Tocca a noi recuperare quello che di buono c’è nel liberalismo e farlo divenire libertario. Rudolf Rocker scriveva agli inizi degli anni Trenta: “Tante strade conducono alla dittatura dalla democrazia e nessuna di queste strade parte dal liberalismo”.

Domenico Letizia

Non concordo

Che la concezione del libero mercato e del liberoscambismo non sia estranea al movimento anarchico è vero; che ne sia una parte fondante è notoriamente falso. Il movimento anarchico, in prima approssimazione, rappresenta la tendenza libertaria del movimento socialista, per cui, sempre in prima approssimazione, è sostenitore di un’economia pianificata. Che poi una pianificazione basata sul libero accordo (e quindi non imposta dallo stato) possa contenere elementi di contrattazione tra i produttori e, quindi, di mercato, è cosa che a chiunque conosca il mondo e, soprattutto, gli uomini che lo abitano, appare ovvia. Ma da qui ad affermare che il liberoscambismo sia “una parte fondante del movimento anarchico”…
Non mi risulta, inoltre, che “con l’attuale crisi tutti si prestano, dai repubblicani ai democratici, dai liberali ai socialisti, dai marxisti ai non-marxisti, tutti proprio tutti (…) a gettare la colpa del cataclisma economico al libero mercato”. In verità, fino a pochi mesi fa tutti, proprio tutti, tranne una piccola parte dei marxisti e gli anarchici, sostenevano che il libero mercato fosse la panacea di tutti i mali; ed anche ora, di fronte a una crisi economica di proporzioni gigantesche, continuano a dire che lo stato deve intervenire per sostenere, o al più per “correggere le storture” del mercato, non certo per abolirlo.
Non conosco le opere di Kevin Carson. Concordo con l’affermazione che “il capitalismo come comunemente inteso sarebbe impossibile senza stato”, rimango invece perplesso rispetto all’affermazione che “il libero scambio non comporterebbe rischio di sfruttamento”: il libero scambio può portare all’arricchimento di alcuni a scapito di altri; e l’arricchimento di alcuni può portare alla costituzione di stati, anche molto feroci, finalizzati al mantenimento delle differenze sociali venutesi a creare e all’instaurazione di un regime basato sullo sfruttamento.
Non mi stupisce il fatto che Bakunin abbia esaltato “la libertà dell’industria e del commercio”. All’epoca lo facevano anche i marxisti, convinti che si trattasse di un passaggio necessario per il superamento del capitalismo. Quanto a Berneri che, è bene ricordarlo, fu ucciso dagli stalinisti proprio per la sua strenua difesa delle collettivizzazioni, era favorevole al lavoro e al commercio individuali soltanto a patto che non comportassero l’utilizzo di manodopera. Probabilmente tale posizione era dovuta alla (giusta) convinzione che, anche all’interno di una ipotetica “società dell’armonia”, ci sarebbe comunque chi preferisce lavorare in proprio, e che sarebbe assurdo, oltre che assai poco libertario, negargliene la possibilità.

Luciano Nicolini

Rothbard o Bakunin?


Rothbard o Bakunin? L’avvenire di un’illusione (di alternativa)
di Luigi Corvaglia

“Nazionalsocialismo o caos bolscevico?” recitava un manifesto che la Gestapo aveva fatto affiggere nelle città tedesche, reagendo però molto male quando qualche ignoto si preoccupò di incollarvi sopra dei foglietti con su scritto “Erdapfel oder Kartoffel?” (“patate o patate?”). Paul Watzslavick, da psichiatra, ci descrive i deleteri effetti prodotti dall’illusione di alternative apparentemente antitetiche ma risultanti, alla fine, entrambe afferenti ad un unico polo di una coppia di opposti più generale.
Nell’ambito ideologico da cui lo slogan citato scaturisce, ad esempio, non si dà una terza possibilità, cosa che fa percepire i due concetti come opposti assoluti. Da un punto di vista “democratico”, però, le due possibilità afferiscono entrambe al polo del totalitarismo, al quale è da contrapporre, quale antitesi, la “democrazia”. I due poli costituiscono, dunque, una meta-coppia di contrari. Searles, d’altro canto, descrive dei pattern comunicazionali che definisce “sistemi per far diventare matto l’altro” e, anche in questo caso, si tratta di creare situazioni in cui il partner comunicativo venga ingabbiato in una situazione di scelta impossibile fra due opzioni solo apparentemente alternative ( tertium non datur). Fatto è che, laddove non si riesca a cogliere una terza possibilità, forse è il caso di guardare meglio. Lo stesso Watzslavick, in una nota del suo “Il linguaggio del cambiamento”, pur temendo che l’indagine potrebbe sfociare nella metafisica, riconosce che una metacoppia di contrari (quali, appunto, dittatura e democrazia) potrebbe, a sua volta, essere iscritta in un unico cerchio concettuale che diventa nuovo estremo di una nuova coppia di opposti di livello superiore. Democrazia e dittatura, infatti, rientrano entrambe nel cerchio della statualità. “Statalismo o antistatalismo?” sarebbe la domanda. All’aumentare del livello concettuale, diminuisce la capacità inibitoria ed ansiogena della proposta. Fermandoci momentaneamente a questo livello e curiosando in uno dei due termini della diade in considerazione possiamo valutare quanto ci si trovi in alto, cioè possiamo chiederci se l’ambito del pensiero antistatale sia scevro da simili trappole logiche. Si direbbe proprio di no. Non è un azzardo affermare che l’elemento di demarcazione più netto fra gli anti-statalisti sia costituito dalla questione del mercato e della (propedeutica) proprietà privata. La domanda, insomma, diventa: “comunismo anarchico o anarco-capitalismo?”. Anche qui si ha l’impressione che ci si trovi in presenza di opposti assoluti e, nell’ambito culturale di riferimento, una volta, cioè, messa fuori dalla competizione l’opzione statale, non sembra darsi una terza possibilità. Chi scrive ritiene, invece, anche questo un esempio di difficile scelta fra patate e patate. Le navate delle chiese anarchiche risuoneranno a questa affermazione delle eco dei gridolini delle vergini violate di cui, si sa, esse traboccano.
Del resto, questa sarebbe la reazione del bolscevico che si vedesse accumunato al nazionalsocialista, ma, dall’alto del meta-livello, gli uomini si vedono molto piccoli e si assomigliano molto più di quanto non si direbbe guardandoli da quella distanza alla quale, si dice, “nessuno è normale” . Entrambe le categorie considerate (anarchici tradizionali e “libertarians”), infatti, presentano analoghe caratteristiche di integralismo e conseguente cecità selettiva alle caratteristiche omologhe (o “omologabili”) dell’altra proposta. L’abolizione della proprietà o la sua estensione diventano la panacea di ogni male. Ognuno utilizza la propria concettuale cassetta degli attrezzi per fronteggiare qualunque tipo di avversità.
Come diceva Mark Twain, “quando disponi di un martello tutti i problemi ti sembrano chiodi”. Utilizzando la terminologia dell’epistemologo Lakatos, possiamo dire che a difesa del proprio “nucleo metafisico” i partigiani di entrambe le posizioni utilizzano molte “euristiche negative”, cioè dei processi logici volti a salvaguardare la propria teorizzazione dalle invalidazioni, e pochissime “euristiche positive” volte a modificare la propria concezione al fine di inglobarvi gli elementi di realtà contrastanti. La consapevolezza di questo stato di cose muove quindi i fautori dell’ “anarchismo analitico” ad una revisione del pensiero e dell’azione anti-statale. La definizione è ripresa dal “marxismo analitico” (Cohen, Elster, ecc.), la scuola di pensatori tesa ad una analisi concettuale rigorosa dei fondamenti generali e dei micro-fondamenti particolari della visione marxista per produrre una proposta dotata di coerenza interna, chiarità espositiva e rigore intellettuale. Simile l’intendimento di questi anarchici critici. Un’opera questa che comporta il far pervenire alla coscienza il fatto che l’utopia anarchica classica si scontra con molte contraddizioni, la prima delle quali è nel fatto che è una concezione della libertà che, non tollerando altro da sé, si basa su un principio anti-libertario. In altri termini, un’organizzazione comunista, se vuol dirsi davvero non autoritaria, non può non ammettere il diritto di exit e la secessione individuale, consentendo la produzione separata e autonoma di forme organizzative alternative. Tuttavia, se così è, il comunismo anarchico finisce col negare sé stesso, consentendo il riprodursi del mercato e della concorrenza. D’altro canto, questo lavoro significa anche considerare che l’anarco-capitalismo rothbardiano tende ad identificare il mercato col capitalismo storico ed a presentare quest’ultimo come antagonista dello stato, piuttosto che come il prodotto della deformazione che lo stato produce sul mercato. Mercato, quindi, è qui termine da intendersi quale confronto, scambio, concorrenza, non solo e non tanto di beni, ma anche di idee, concezioni, stili di vita, pretese ed aspettative, è parola che sta a significare l’autopoietico organizzarsi, l’ acefalo processo dal quale è sempre scaturito tutto ciò che naturalmente regge al tempo fra le creazioni umane: le lingue, i costumi, i sistemi simbolici di scambio, il diritto consuetudinario, e così via. La proposta di questo “nuovo”, ma in realtà vecchissimo, anarchismo prevede quindi il recupero dello spirito “laico” e genuinamente “liberale” che informa da sempre il pensiero libertario meno perso dietro alle chimere dell’organicismo mitico di quel “popolo” uniformemente senziente ed agente su cui ironizzava Berneri. Tertium datur.
Certo, per alcuni anarchici duri e puri che conoscono Proudhon per sentito dire e che credono che Malatesta e Fabbri fossero dei comunisti e non degli apologeti del commercio, del confronto e della libera sperimentazione, la sole parole “mercato” e “liberale” sono in grado di elicitare anatemi e scomuniche. Korzybski sta però lì a ricordarci che la parola cane non morde. Altrettanto fanno gli anarchici analitici. In definitiva, la questione, al meta-livello, diventa “ottusità ideologica o analisi critica?”. E così parlando ci siamo allontanati dal campo di patate.

Da: http://tarantula.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=1127164

anarChomsky

di Carlo Luigi Lagomarsino

Per quanto alcuni saggi sembrino rimbalzare con troppa disinvoltura da una raccolta all’altra, leggo sempre con piacere i libri di Noam Chomsky,. Mettere insieme diversi testi variamente dedicati all’anarchismo è stata comunque una bella idea (della AK Press, e adesso, in traduzione italiana, della Tropea: Anarchismo. Contro i modelli culturali imposti). Ciò che impressiona di Chomsky è la sempre ragguardevole documentazione. Tuttavia, l’ampiezza dei riferimenti e la menzione dei testi sembra a volte chiudere la discussione anziché aprirla o, perlomeno, rischia di ridurla a una valutazione di attendibilità e pertinenza circa le affermazioni che dovrebbero asseverare. L’impressione è che nei testi radicali Chomsky preferisca far parlare detta documentazione (e se ben ricordo, da qualche parte l’ha pure confermato) poco curandosi, se non per quel tanto che essa suggerisce, dei nodi teorici implicati, la qual cosa comporta un’attenzione ai fatti reali che via via va a confondersi coi fatti testuali. Se c’è (o ci possa generalmente essere) una stretta coincidenza fra i due non vuol però dire che si sia fatta chiarezza o che la logica di questi fatti, rigorosa quanto si vuole, tenda di per sé a far comprendere in modo più preciso le scelte di Chomsky. Così, nel momento in cui rende sensibile la sua inclinazione alla “democrazia diretta” (di sindacalisti rivoluzionari, marxisti consigliaristi e anarchici) non ci viene detto in che maniera concretamente la concepisca, quanto sia efficace e desiderabile, quanto sia – e come – condivisa dai vari soggetti che compongono i gruppi ai quali si riferisce.
Non viene ben chiarito prima di tutto se essa debba ritenersi fondata su basi territoriali o di mestiere, elemento decisivo e carico di conseguenze pratiche. Maggior luce sulla questione, per esempio, migliorerebbe la lettura della parte dedicata agli avvenimenti della guerra civile spagnola di quello che è il saggio più noto, lungo e interessante (nonostante quanto si va rimarcando) di questa raccolta: Obiettività e cultura liberale. Chomsky non sciorina, come invece ci si potrebbe aspettare tanto pare ormai scontata, la solita verbosità sui crimini stalinisti. Ritiene viceversa, finché ci si limiti ad analizzare come obiettivo la difesa della Repubblica, la politica stalinista una politica realista. In un certo qual modo, così facendo, Chomsky rigetta “anarchicamente” ogni difesa dello Stato per volgere la sua attenzione alla rivoluzione sociale quale unica vera difesa del campo repubblicano, per una “repubblica” d’altro segno ovviamente. In questo senso un ben diverso realismo lo ritrova nelle posizioni di Camillo Berneri. Anche codesta indicazione non porta in ogni caso all’auspicato “chiarimento”, cosicché il suo collocarsi dalla parte delle collettivizzazioni messe in atto da marxisti del POUM e anarchici (ma trascura le analisi di “Bilan”) ha l’aria di minimizzare gli eventi drammatici di quei giorni (e il diffuso clima di omicidio) nella riduzione a una semplice scelta di campo della quale poco o nulla si viene in realtà a sapere. Forse è un suo modo per far pensare.

Mercato, proprietà, Anarchia

Pietro Adamo spiega perché, a suo avviso, l’anarchismo non possa non essere “liberale”. Dalla Rivista ”A”

Se si parla in pubblico di “civiltà” o ethos liberale si può essere certi di evocare una precisa serie di immagini: il neoliberismo rampante, le imprese del duo Reagan/Thatcher, i licenziamenti di massa nelle industrie del Nord del mondo, i bambini dell’estremo Oriente intenti a cucire Nikes per un tozzo di pane, e così via. Ma dal mio punto di vista il termine ha tutt’altra accezione. Per “ethos liberale” io intendo la lotta condotta nel corso dell’età moderna e contemporanea contro le nozioni di assolutismo, autocrazia, gerarchia, privilegio, in nome degli ideali collegati alla libertà individuale e ai diritti umani. Certo, si è trattato di uno sforzo prodotto in buona parte da quei ceti e quei gruppi sociali che lottavano per la propria autoaffermazione, ma interpretare in un ristretto senso classista il fenomeno significherebbe trascurarne proprio l’istanza centrale, la ricerca della liberazione individuale e collettiva. Nel travaglio della modernizzazione i gruppi subalterni si sono spesso impadroniti delle parole d’ordine delle libertà “liberali”, riplasmandole secondo fini ed esigenze proprie. In molti momenti (rivoluzionari o meno) si colgono slittamenti di discorso che puntano ad ampliare la sfera delle libertà, universalizzandone i fondamenti ispiratori e applicandoli a ogni ambito dell’azione umana. E protagonisti di questo “slittamento” sono spesso uomini e donne appartenenti ai ceti più infimi, che rivendicano non solo la libertà di religione o di stampa, ma quella di associazione, quella sessuale, quella economica, sino a postulare un generale ridisegnamento della società sulla base del principio della libera sperimentazione.
Di questo ethos è figlio l’anarchismo. Anzi, per certi versi, solo l’anarchismo ha dato dignità sistematica di pensiero a queste tendenze della civiltà liberale. E se il liberalismo è divenuto, nel corso dei secoli, essenzialmente una giustificazione dello status quo, ciò non ne pregiudica affatto le potenzialità rivoluzionarie. “Nell’epoca eroica della filosofia liberale, che si estese gradualmente sulla religione, la scienza, l’economia e la politica, dal Cinquecento al Settecento, i liberali stavano dicendo più o meno ciò che dico io”, ha ammesso Paul Goodman, lamentando la successiva “catastrofe” della tradizione: “Ed è per questo”, ha concluso, “che oggi, dopo l’Ottocento, alcuni di noi liberali hanno scelto di definirsi anarchici”.
Entro questo ethos troviamo però sia il mercato sia la proprietà privata. Ora, per capire come questi due “orrori” siano non solo integrabili in una società libertaria, ma non possano non costituirne parte essenziale, è necessario a mio parere uno sguardo all’esperienza del Novecento che non si fermi agli effetti pratici recenti del neoliberismo.
Il fenomeno del totalitarismo, sia nei suoi aspetti di determinazione della vita quotidiana, come nei casi classici del fascismo e del comunismo, sia in quella tendenza all’irregimentazione culturale del dissenso che abbiamo imparato a distinguere nel concreto funzionamento delle società occidentali del tardo ventesimo secolo, ci ha insegnato alcune lezioni cui non possiamo rinunciare, ovvero che in un qualsiasi sistema sociale la misura della libertà è proporzionale alla facoltà di scelta, e che l’accentramento delle funzioni economiche e politiche restringe necessariamente questa misura.
Il processo opposto, che incarna al meglio il progetto libertario, è costruito sulla tesi di un generale decentramento di queste stesse opzioni. Ma, se non si ipotizza una qualche forma di unità centrale che pianifichi e disponga dell’allocazione delle risorse, cosa che probabilmente riprodurrebbe la logica totalitaria, non ci resta che – se sposiamo sino in fondo le implicazioni del principio della libera sperimentazione – affidarci al libero e spontaneo gioco delle interazioni tra comunità e comunità e tra individuo e individuo. Io chiamo “mercato” il quadro entro cui si situa questa rete di rapporti, un quadro che a mio parere dovrebbe essere caratterizzato dalla più o meno intuitiva correlazione tra domanda/offerta e libero adattamento delle risorse umane.
La differenza tra il “libero mercato” capitalistico del tardo ventesimo secolo e questa ipotetica “società di mercato” libertaria sta proprio nella cornice di sfondo: laddove il “mercato” berlusconiano è concepito, un po’ religiosamente, all’interno di una fede assoluta nelle sue capacità di autoregolarsi per vie esclusivamente economiche (intese nel ristretto senso di “finanziarie”), il “mercato” libertario dovrebbe essere inteso come uno dei prodotti di una logica e di un immaginario sganciati dal nesso economia/dominio, ovvero come il risultato di un libero gioco nel quale entrino anche considerazioni culturali e sociali, che potrebbero prendere l’aspetto di decisioni individuali e di decisioni collettive, comunitarie e transcomunitarie. Sia ben chiaro: non sto dicendo che alla comunità (qualsiasi forma essa assuma nel concreto) spetti il controllo della vita economica, ma che la comunità e l’individuo dovrebbero essere in grado di partecipare al complesso delle interazioni socioeconomiche ciascuno apportando i suoi specifici valori, etici, sessuali, religiosi o altro, in un “libero gioco” che presupponga la costante ricerca di un punto di equilibrio, raggiungibile però solo in via(consapevolmente) provvisoria.
All’interno di questo “mercato” libertario, la proprietà assume a mio parere una funzione importante.
Troppo spesso si crede che lo slogan proudhoniano “la proprietà è un furto” corrisponda all’apologia anarchica del comunismo.
Di fatto Proudhon chiude il suo libello del 1840 con un violentissimo attacco al comunismo, che accusa di violare “l’autonomia della coscienza e l’eguaglianza”. Il suo ideale è fondato prima “sull’eguaglianza delle condizioni, cioè dei mezzi, non sull’eguaglianza del benessere, la quale a parità di mezzi dev’essere opera del lavoratore”, e poi – sorpresa, sorpresa – sul “possesso individuale”, unica “condizione della vita sociale”, e infine, sulla “libera associazione, la libertà, che si limita a mantenere l’eguaglianza nei mezzi di produzione e l’equivalenza negli scambi”, fondamenti della “sola forma di società possibile”. In un trattato più tardo, giunse a ridefinire il ruolo della proprietà nella società libera come “uno strumento di garanzia, di libertà, di giustizia e di ordine”.
Ho citato proprio Proudhon, noto appunto come inventore del sopra citato slogan, per dimostrare che le opinioni anarchiche sulla proprietà sono ben lontane dall’appiattirsi su una sua banale negazione. Se è vero che buona parte dei libertari del tardo Ottocento ha accettato la logica del comunismo, è altrettanto vero che altre tendenze del movimento – degnamente rappresentate dallo stesso Proudhon, per esempio – hanno colto con perspicacia maggiore il pericolo totalitario insito nell’idea di una società senza proprietari, in cui l’unico vero “proprietario” sia lo stato, la comunità o altro ente adeguato.
E dopo l’esperienza del primo Novecento molti teorici dell’anarchismo hanno recuperato l’idea del “possesso” come sbarramento alla formazione (o alla riformazione) dei meccanismi della coercizione statuale, da un lato inserendola nella cornice della sopra citata “società di mercato” libertaria fondata sull’interazione individuo/comunità (che per certi versi implica una costante risindacazione dei diritti di proprietà concreti), dall’altro valorizzandone le istanze associative legate al suo possibile (e forse desiderabile) statuto collettivo.
Credo che questo quadro costituisca uno dei punti di riferimento più significativi di alcune delle più potenti elaborazioni degli esponenti dell’anarchismo post-classico. Il riferimento può essere immediato nel caso di Camillo Berneri, autodefinitosi “liberista”, che si dichiarò favorevole alla “libera concorrenza tra lavoro e commercio cooperativi e lavoro e commercio individuali”. O nel caso di Colin Ward, la cui prospettiva gradualista, decentralista e federalista sembra presupporre, come fondamento della generalizzazione della sperimentazione anarchica, una “società di mercato” libertaria.
Può essere più sfumato e problematico nel caso di Luce Fabbri, che ha più volte riaffermato la propria fedeltà al modello socialista nei termini della “proprietà collettiva dei mezzi di produzione e di scambio”; tuttavia la sua ripetuta insistenza sull’ “associazione che moltiplica ed estende sino ai limiti dell’universo conosciuto le possibilità e le irradiazioni dell’azione individuale”, o che “moltiplica all’infinito le proiezioni dello sforzo individuale”, parrebbe anch’essa implicare, con i suoi riferimenti per certi versi obbligati a un contesto incentrato su un qualche tipo di scelta/concorrenza tra opzioni differenti, una forma di convivenza non molto diversa dal “mercato” libertario.
Sono sostanzialmente d’accordo sull’idea che le tradizioni vadano valutate nel loro complesso e che certamente il mondo del tardocapitalismo contemporaneo deve molto ad una sostanziale interpretazione moderata e immobilista dei principi del liberalismo. Ma ciò non significa che tutte le tradizioni vadano messe sullo stesso piano. Ci sono serie differenze strutturali tra socialismo, comunismo, anarchismo e liberalismo. La più cogente è che tra esse solo il comunismo (“reale”, ovviamente) sembra implicare strutturalmente – o almeno questa è la lezione della storia – la caduta nel totalitarismo: “Tante strade conducono alla dittatura dalla democrazia e nessuna dal liberalismo”, scriveva agli inizi degli anni Trenta Rudolf Rocker, intendendo con “democrazia” le differenti versioni del principio della volontà generale – tra le quali la più nota all’epoca era quella comunista)
Io credo effettivamente che non si dia società libera senza proprietà privata. Nelle società complesse non tribali, dall’antico Egitto alla Francia del Re Sole sino all’Unione Sovietica, l’assolutismo tendente al totalitarismo si è sempre imperniato sulla negazione del diritto di proprietà dei singoli. Nel caso del fascismo esso era ancora accettato, anche se in un contesto in cui erano date per scontate le superiori esigenze della nazione.
Insomma, anche se la proprietà privata non pare essere condizione sufficiente per poter indicare come “libera” una certa società, mi sembra proprio che ne rappresenti una condizione necessaria Proprietà privata, quindi, ma non necessariamente individuale. I passi di Camillo Berneri e Luce Fabbri sopra citati implicano (nel primo pensatore in modo esplicito) un mondo sociale in cui i meccanismi della produzione siano affidati in buona parte a cooperative e comunità in concorrenza tra loro sul piano economico. Questo genere di comunismo volontario in un contesto “aperto” (in cui cioè non viga alcuna forma di proibizione esplicita della proprietà individuale) mi pare perfettamente congruente con i principi di una (possibile) società libertaria.
È vero che l’insistenza anarchica sulla libertà integrale (sfera economica compresa) induce alcuni a scorgerne un’affinità con i teorici del liberismo ultrà. Questa affinità c’è e mi pare sia innegabile. Ci sono anche ovvie e marcate differenze. Come ho scritto sopra, l’ideale “mercato” libertario si situa in un contesto in cui si incrociano istanze non solo economiche, ma etiche, politiche, sociali, e cosi via. La libera sperimentazione anarchica potenzia tutte le sfere in cui l’uomo agisce, non solo quella economica: proprio dall’interazione di queste sfere dovrebbe risultare una sorta di limite all’ambito del “mercato”. Il motivo per cui il liberismo berlusconiano è squisitamente conservatore è che si tratta di una “libera sperimentazione” limitata alla sfera economica: è noto che, in quanto a famiglia, sesso, religione, eccetera, i forzaitalioti non sono altrettanto “liberisti”.
Per gli anarchici la libertà di intrapresa è, per cosi dire, un principio irrinunciabile, genetico: non possiamo certo sacrificare la nostra identità più profonda perché una sinistra miope, statolatra e protezionistica ha permesso alla destra di appropriarsi delle parole d’ordine della libertà. C’è il rischio di trovarsi a fianco dei liberisti? Questo rischio lo correremo (non possiamo non farlo), curandoci di sottolineare, ogni qualvolta ne avremo l’occasione, la differenza tra noi e loro.
Scegliere tra gli oppressi e gli oppressori, tra “i padroni e chi padrone non è”.
Non sono tanto certo di poter identificare con sicurezza le due categorie. La realtà sociale del mondo tardocapitalista mi pare un po’ complessa per manicheismi di questo genere. Su alcuni soggetti sociali trovo più difficile pronunciarmi: l’impiegato statale, miglior simbolo del parassitismo; l’operaio (para)statale, interessato alla protezione a oltranza dei suoi privilegi (pagati dal resto della popolazione); all’opposto dello spettro, il piccolo imprenditore “creativo” (ne esistono, pare); il commerciante oberato dalle tasse; non sono sicuro di poter dire a quali categorie (se “oppressi” o “oppressori”) questi soggetti appartengano, anche se gli ultimi due sono chiaramente “padroni”. E quand’anche si parlasse di chi vive in situazioni di reale disagio (i “diseredati”), non sono certo di potere condividere le ricette economiche e politiche usualmente proposte da loro o dai loro portavoce, che mi paiono culminare, con la loro insistenza sul protezionismo, in un potenziamento dei poteri forti associati proprio allo stato e al parastato.

Il ”Cretinismo Anarchico”


Un bellissimo ”pezzo” dal Cretinismo Anarchico di Corvaglia:

Mi appresto, con insolita pazienza, e col pensiero rivolto a ciò che Berneri definiva il “cretinismo anarchico”, a spiegare che non esiste concezione libertaria che non contempli la libertà. Dato l’anarcocretinismo imperante, la cosa non è così scontata come potrebbe apparire.

Cominciamo dai miei sulfurei rende vouz col demonio capitalista. Intanto, vorrei cominciare con alcune precisazioni. Innanzitutto, scindiamo liberalismo da “capitalismo”. Le mie simpatie vanno al primo, non al secondo. Ulteriore messa a fuoco: a cosa mi riferisco quando parlo di “liberalismo”? Forse allo zarismo monopolistico e mediatico col quale abbiamo dimestichezza? Niente affatto. In buona compagnia di personaggi che ai preti dell’ordine radical-chic non dovrebbero dispiacere (Merlino, Chomsky, Goodman, Ward, ecc.), mi riferisco con questa etichetta allo spirito di autodeterminazione dell’individuo, alla lotta contro ogni totalità, ogni assolutismo, politico come religioso, all’ethos che ha sovvertito la staticità pre-moderna fondata sul dato immutabile, sulla gerarchia, sul privilegio per rivendicare autonomia e libera scelta. Insomma, a tutto ciò che funse da motore per le rivoluzioni liberali che hanno portato l’occidente nella modernità (e la cui mancanza ha lasciato parte del mondo al medioevo della teocrazia). Ovvio che un libertario non può considerarsi soddisfatto dalla libertà che abbiamo, però, se non si riconosce che la relazione fra il liberalismo e le istanze di cui i cosiddetti anarchici si fanno portavoce è una relazione incestuosa, tutta compiuta all’interno delle medesime mura domestiche, vuol dire che si appartiene ad un’altra famiglia.

In soldoni, se indice relativo di libertà è la scelta (di oggetti, stili di vita, di condotte sessuali, di sistemi economici, di riferimenti morali, di servizi, di organizzazioni sociali e così via), è chiaro che l’esistenza di un ente centrale e monopolistico di produzione di norme e/o di beni comporta una forte riduzione della libertà. Allora tutto ciò che va nella direzione opposta a questa è liberatorio, ergo “libertario”. Cosa va in direzione contraria al monopolio e all’assolutismo centralista? Il decentramento, il federalismo, il confronto, la libera sperimentazione. Ora, tutto ciò è possibile solo se la proposta alternativa non è un altro monopolio confezionato in un pacchetto “all inclusive”, tipo l’abolizione della proprietà e, faccio per dire, il lavoro a rotazione o l’abolizione del lavoro stesso. E’ vero che, se, utopisticamente, tutti gli abitanti del pianeta fossero concordi, quella sarebbe realmente una condizione “anarchica”, perché anarchismo, alla fine della fiera, è socialismo liberamente scelto; ma, oltre a prevedere un mutamento antropologico dell’uomo, questa concezione non ci spiega come si gestirebbe l’eventuale ribelle che decidesse di abbandonare la società anarchica e proponesse ad altri dodici congiurati di diffondere il vangelo della produzione e dello scambio. Una volta, un noto rivoluzionario di professione (di professione intellettuale, perché di mestiere fa il ragioniere) mi rispose citando la soluzione prospettata dal “magnifico Bakunin”: “cappio, veleno e coltello”. Insomma si è tutti liberi di scegliere quello che l’avanguardia anarchica ha scelto per voi
( Una nuova vita vi attende nelle colonie Extra-Mondo.) L’ occasione per ricominciare in un Eldorado di buone occasioni e avventure, un nuovo clima, divertimenti ricreativi…” recitava un cartello pubblicitario nel film “distopico” Blade Runner. Non sembri strano, però, perché ciò è tipico di ogni concezione “democratica”, cioè di quella che il massone Constant (quello di “impiccheremo l’ultimo re alle budella dell’ultimo prete”) definiva la “libertà degli antichi”, ossia quella della polis ateniese, poi ripresa dai giacobini, in cui le libertà non preesistono alla organizzazione sociale ma sono prodotte di questa, pertanto, chi si trova fuori dalle mura della polis è escluso dal godimento di questo diritto calante dall’alto.
Che fine ha fatto la libera sperimentazione con la quale ci si sciacquava la bocca negli “spazi occupati”? Fabbri e Gori? Berneri e Merlino? Proudhon e Goodman? Spooner e Tucker? A ballare il twist nei rispettivi sacelli, immagino. Perfino Malatesta non avrebbe apprezzato (si leggano i passi sulla libera sperimentazione) , ma è meglio non dirlo per non scatenare crisi d’identità in molti nichilisti di professione (sempre intellettuale, of course). Ecco perché, come altrove ho avuto modo di esprimere, concordo con Ibanez, che è un anarchico, mica un portavoce del ministro degli Interni, quando dice che quella anarchica, se male intesa, è una concezione totalitaria, perché idea “che non tollera altra da sé”. Nulla da stupirsi, quindi, se questi signori, nell’unica occasione fornitagli dalla storia di gestire qualcosa di più della propria camera, cioè durante la rivoluzione spagnola del ’36, hanno prodotto ben quattro ministri, vari tribunali che sarebbero stati apprezzati dagli anarco-capitalisti più conservatori e si siano distinti anche per la persecuzione degli omosessuali.

Vediamo, invece, un’altra situazione. In una condizione in cui gli uomini non si propongono in esibizioni intellettuali che distinguano libertà “civili”, da salvaguardare, e libertà “economiche”, da abolire sulla base di un moralismo tutt’altro che laico, è possibile immaginare vari gruppi umani che si organizzano in base alla convergenza di preferenze, “gruppi di affinità” ( per usare un’espressione in voga fra certi “compagni”), e si danno a modalità concordate di conduzione delle interazioni e delle proprie esistenze, sperimentando e riservandosi l’opzione di spingere per modificare gli equilibri sistemici di cui sono elementi, come di uscirne e entrarvi a piacimento. In questo caso ci troviamo in una condizione di libera sperimentazione, di confronto e concorrenza fra diverse opzioni. Insomma, in una situazione “liberale”, in cui non esiste una unica Verità, totale, grande, stabile e immutabile, bensì minuscole verità individuali e temporanee. Il primo caso ha gli stigmi della religione, il secondo, della laicità. Questa situazione non è democratica e, sempre secondo il Constant, ha a che vedere con la “libertà dei moderni”. E’ tenendo conto di tale differenza che un grande pensatore anarchico del passato, Rudolf Rocker, mica un ragazzino di un centro sociale, ha potuto pronunciare la famosa frase “molte strade portano alla dittatura dalla democrazia, nessuna dal liberalismo”. Tale quadro può essere definito Mercato, laddove quello precedente può essere definito Monopolio.
Ma abbracciare una concezione “liberale” significa contemplare l’aberrazione della proprietà privata, sbotterà qualcuno. Si. Come abbracciare la concezione di restare in vita contempla l’aberrazione del defecare. Per forza. L’unica alternativa ad un sistema centralizzato di allocazione delle risorse, che ripropone l’istanza centrale e totalitaria, è il libero gioco di interazioni, di reciproche scelte, l’autopoietico equilibrio di relazioni, pretese ed aspettative fra individui e fra comunità. Però c’è una bella differenza fra il fare una apologia del capitalismo e limitarsi a notare il fatto sotto gli occhi di tutti che può anche darsi capitalismo senza libertà, come nel Cile di Pinochet, ma mai libertà, per quanto relativa, senza il capitalismo. Che l’esistenza del mercato sia condizione tutt’altro che sufficiente, ma sicuramente necessaria, per la libertà è concetto espresso recentemente, per esempio, da un noto intellettuale anarchico, nonché docente universitario, senza che il “politburo” libertario gli revocasse la patente di anarchico (credo che gli abbiano solo tolto una decina di punti) , probabilmente per il prestigio di cui gode il professore. Del resto, lo stesso signore che ebbe a dire che “la proprietà è un furto”, cioè Proudhon – che non è certo un Carneade per gli anarchici -, affermò anche che questo furto era comunque “uno strumento di garanzia, di libertà, di giustizia, di ordine”. Cosa spetta, allora, ai libertari? Sfruttare e mantenere le potenzialità liberatorie e impedire quelle autoritarie implicite in ogni forzatura dell’esistente, in ogni atto di violenza, quale appunto la proprietà è. Come disse Goodman, fare in modo che le libertà passate non si tramutino nelle schiavitù di oggi.

Immaginiamo, ancora, che, nella condizione pluralistica descritta, un più o meno vasto gruppo di individui condivida l’idea di vivere fuori dalla logica dello scambio, in una condizione di socialismo liberamente scelta e sempre rivedibile. Bene, come si era detto, non è forse l’anarchismo il socialismo consensuale in assenza di autorità centrale? Dov’è, allora, la differenza con la situazione precedentemente considerata? Non ci sarebbe differenza nella situazione in cui l’opzione anarco-socialista fosse accolta da tutti. Enorme differenza nel più probabile caso in cui non tutti fossero entusiasti sostenitori del mutuo appoggio e della messa in comune del mondo. Nell’anarchismo “tradizionale”, a carattere religioso, non esiste spazio per opzioni appena meno libere della libertà totale, al punto da vietare la schiavitù liberamente scelta (extra ecclesiam nulla salus); nella società “liberale”, laica e “di mercato”, ognuno sceglie ciò che vuole. Basti pensare che nella società di mercato è possibile vivere senza mercato, mentre nella comunità anti-mercato è impossibile vivere producendo e scambiando per capire quale delle due opzioni sia la più “libertaria”. Lo scambio contiene il non scambio, ad esempio. Che il “più” contenga il “meno” dovrebbe essere acquisizione ovvia per chiunque abbia visto una matrioska. Molti gesuiti della “A cerchiata” non l’hanno mai vista. Il pluralismo è base della libertà. Il grande liberale Isaiah Berlin, autore della celeberrima distinzione fra “libertà di” (democratica) e “libertà da” (liberale), proponeva un parallelismo fra il monismo delle concezioni democratiche, inclusa quella pseudo-anarchica precedentemente considerata, e l’agorafobia, cioè fra la ricerca di una unità compatta, sicura e includente e la ricerca nevrotica di un luogo chiuso e rassicurante. Il pluralismo è figlio di una irrefrenabile claustrofobia.

Dalla rivista Tarantula