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Posts Tagged ‘Usa’

Agora Valley

Che cosa avviene all’interno di Agora Valley? Nulla di più semplice, è la mecca del libero mercato degli anarchici di mercato. Vi saranno i venditori di ogni genere e forma, varie forniture di beni e prodotti commerciati e venduti su base volontaria.
La ristorazione sarà espressa dalla valutazione soggettiva di ogni individuo. Quest’anno, ci sono tre percorsi invece di uno e ogni passaggio pedonale sarà venduto al miglior offerente. Il trasporto e la consegna dei prodotti sarà disponibile attraverso vari carrelli da golf. Insomma, immaginate una società senza Stato, un mercato dove il business si sviluppa spontaneamente tra cliente e venditore, il tintinnio dello scambio con monete anche d’argento, i gentili ringraziamenti, e il cibo delizioso consumato.

Quale gamma di prodotti e servizi saranno disponibili? Abbiamo un elenco completo: profumi, custodie in pelle e cinture, libri, matrimoni apolidi, saponi, articoli per fumatori, gioielli, arte, magliette, fumetti, assicurazioni per attivisti, assistenza medica volontaria, massaggi, frullati (anche frullati di latte crudo), riso e curry, cibi in scatola, sigarette, corsi di ballo, piste da ballo, e varie sale per intrattenimento.

Per info e comunicazioni: http://porcfest.com/

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Il mito Americano in ottica libertaria

gennaio 29, 2011 4 commenti

Lo studio della cultura e della storia americana statunitense, soprattutto secondo un ottica libertaria, crea davvero innumerevoli sorprese agli occhi di un osservatore o ricercatore europeo. Sostanziali differenze storiche dividono l’America della frontiera nata libera e l’Europa dell’oscurità e delle monarchie assolute. Cosa aspettarsi d’altronde dal paese che è nato con una rivolta fiscale, padre di colui che è stato l’apologeta della Disobbedienza Civile: Henry David Thoreau e dei referendum per la legalizzazione della marijuana. Gli Stati Uniti vantano di una tradizione libertaria autoctona sconosciuta agli europei, avversa ad ogni ragionamento di matrice marxista, autori come Spooner, Stephen Andrews, lo stesso Thoreau, Benjamin Tucker, William Greene, Josiah Warren, John Henry Mackay, ecc .. La cultura libertaria americana è impregnata di principi radical-liberali dei padri fondatori quali Jefferson ( colui che disse: Il Governo migliore è il governo che governa meno) e questa è presente in tutta la tradizione anarchica e libertaria statunitense. Jefferson, non aveva fiducia in nessuno, né nei ricchi né nei poveri. Egli aveva imparato le lezioni insegnate da Machiavelli, che fondeva la teoria politica al potere. In altre parole Jefferson capì le difficoltà di conservare la libertà, visto che la classe dirigente sempre s’interessa di concentrare più potere nelle sue mani. La teoria jeffersoniana, in effetti, va sempre collegata a un’ispirazione politica individualista. Il padre dell’indipendenza americana propugnava una concezione della libertà che oggi viene detta negativa e che, difendendo lo scambio come luogo di incontro di libere volontà, cercava in primo luogo la minimizzazione della coercizione. Nota è la tesi secondo la quale ogni generazione ha il pieno diritto di darsi regole e autorità del tutto nuove. Poiché gli uomini nascono liberi, gli uomini di domani devono sempre poter disporre della facoltà di ricreare di nuovo quel patto che hanno sottoscritto al termine della loro lotta contro le armate di re Giorgio. L’anarchico americano Spooner nel formulare la sua teoria sulla Costituzione partì da basi jeffersoniane, perché secondo Jefferson ogni costituzione è sempre emendabile. Paul Goodman definisce l’anarchismo una forma di pensiero e azione essenza dell’idea “liberale”: «dopo l’ottocento, alcuni di noi liberali hanno cominciato a chiamarsi anarchici», lo stesso Noam Chomsky ( che ora celebra il despota Chávez come un eroe) riporta nella pubblicazione “Il governo del futuro”: “mi pare dunque, che una volta conosciuto il capitalismo industriale, il liberalismo classico non possa che condurre all’anarchica”. Una concezione “liberale” dunque dell’anarchismo completamente differente da quella europea condizionata dall’ideologia marxista ( con le dovute eccezione: Berneri, Luce Fabbri, ma anche un analisi attenta di Malatesta, Proudhon e Bakunin ). Dal punto di vista storico la tradizione libertaria americana si differenzia da quella europea proprio per cause storiche, perché gli Stati Uniti non hanno mai dovuto combattere una monarchia interna assolutista, di regime, come i paesi Europei. Mentre in Europa anarcoindividualisti attentavano alla vita di sovrani e governanti, in USA sperimentavano comunità libertarie, banche mutualiste, moneta alternativa, casse di mutuo soccorso e fiorivano una marea di giornali e periodici libertari. Lo stesso internazionalismo, mentre in Europa veniva teorizzato e si discuteva tra le varie correnti, in America era un fatto, una quotidianità, essenza stessa del mito americano della frontiera e della libertà di migrazione. Lo spettro politico americano è caratterizzato da una vasta area di “libertarians” di “destra”, di “sinistra”, anarconsindacalisti (es: IWW), minarchici, oggettivisti, volontarsiti, mutualisti e altre categorie. Spesso si è discusso degli “scontri” tra queste aree, ma è vivo anche un confronto e una collaborazione tra quasi tutte queste aree in nome dell’antistatalismo e del confronto culturale, soprattutto dopo la nascita dell’Alliance of left-libertarian che si batte contro il militarismo, lo statalismo, il sessismo e il monopolio economico. Il quadro libertario americano risulta essere complesso, frutto di una tradizione liberale che ha sempre posizionato al centro l’individuo, le libertà individuali, la secessione dallo stato, lo sperimentalismo e possibilismo in ambito economico. L’attuale cultura economica, sociale e politica degli Stati Uniti risulta essere opposta a quella che prefiguravano i padri fondatori e chi diede vita alla Costituzione Americana, ecco perché, da più voci, oggi si grida ad una nuova rivoluzione americana, un americanista convinto allo stato attuale non può essere che il più convinto antiamericano.

Domenico Letizia

Mensile Libertario Cenerentola, Gennaio 2011

Pubblicazione: Cosa significa essere un libertario

ottobre 27, 2010 1 commento

Charles Murray
Cosa significa essere un libertario
TRADUZIONE DI ELEONORA OTTAVIANI
Anno di pubblicazione: 2010

Charles Murray ci dice perché una società con meno governo sarebbe una società più felice.
«Questo libro tenta di spiegare perché è possibile ritenere che meno governo c’è, meglio è. Perché una società che proceda su principî di governo limitato sarebbe in grado di promuovere la felicità umana. In che modo essa porterebbe a una più completa realizzazione personale, a comunità più dinamiche e a una cultura più ricca. Perché una tale società avrebbe meno poveri … e meno criminali. In che modo essa non abbandonerebbe i meno fortunati, ma si prenderebbe cura di loro molto meglio di come lo fa la società di oggi … Il libro che state per leggere non contiene note a piè di pagina. Non ha tabelle ma soltanto un grafico. Il mio scopo non è quello di fornire prove ma di spiegare un modo di guardare il mondo.»
Charles Murray

link: http://www.liberilibri.it/opera.php?k=169

A WAY TO BE FREE, HEINLIN E WENDY MCELROY

di Carlo Luigi Lagomarsino
Undici anni fa, veniva pubblicata in due volumi (per oltre mille pagine complessive) A Way to be free. (Pulpless, 1999), l’autobiografia di Robert LeFevre, egoista-libertario americano morto nel 1986. Il materiale di cui sono composti questi libri è stato raccolto dalla vedova di LeFevre, Loy, e ordinato per la pubblicazione da Wendy McElroy, nota scrittrice anarchica. Immagino che LeFevre sia pressoché sconosciuto fuori dagli Stati Uniti e non mi pare che le pubblicazioni “anarco-capitaliste” europee, e in particolare quelle italiane, lo menzionino con la frequenza di altri “padri fondatori” (mi pare piuttosto che non lo menzionino affatto). the making of a modern american revolutionary
Notissimo è invece Robert Heinlein, scrittore di fantascienza caro tanto ai lettori generici quanto a quelli orientati culturalmente in termini suppergiù libertari, in particolare per Stranger in a strange land e The moon is a hars mistress
E’ naturale chiedersi a questo punto: cosa c’entra LeFevre con Heinlein? La risposta è semplice ma il legame che esiste fra i due rende letteralmente romanzesca la semplicità. LeFevre è infatti il modello sul quale Heinlein ha costruito il personaggio del Professor Bernardo de la Paz in The moon is a hars mistress. David Friedman ha scritto che “l’elenco delle cose buone contenute nel libro valgono un lungo saggio”. Vi si racconta, ricalcando minuziosamente gli episodi che lo compongono su quelli della guerra di indipendenza americana, l’insurrezione dei coloni lunari contro la madre patria terrestre. Il Prof. De la Paz è un teorico della cospirazione (“sono un uomo libero, quali che siano le regole che mi circondano. Se le trovo tollerabili, le tollero; se le trovo fastidiose, le rompo”) e il romanzo, letto in un certo modo, può somigliare a un trattato di pedagogia rivoluzionaria (“la rivoluzione è come un motore, non puoi metterci dentro pezzi a caso e sperare che si metta a funzionare”). D’altra parte il libro è anche la storia del rapporto fra il Professor de la Paz e lo scolaro Manuel Garcia. Tutto ciò rimanda a una precisa attitudine di LeFevre il quale, negli anni Sessanta, aveva aperto in Colorado (al pari di altri, comeWalter Knott in California) una “Freedom School”.
Giornalista (e direttore di giornali) Robert LeFevre era nato nel 1911. Il primo volume della sua autobiografia si sofferma sugli anni della “depressione”, sul suo tentativo di sfondare nell’ambiente teatrale e cinematografico dell’epoca (come attore) e mostra già un compendio delle idee che avrebbe maturato intorno al governo, alle origini e al significato della proprietà e della libertà. Nel secondo volume la visione di una società fatta di liberi individui culmina nel movimento libertario che lui stesso ha contribuito a costruire. Thomas L. Knapp, candidato del Libertarian Party al Congresso degli Stati Uniti e vecchio redattore di “Freemarket” ha confessato che, dato il fascino e la ricchezza dei contenuti, ha dovuto leggere e rileggere i due corpulenti tomi. Ancorché fra i critici la posizione di Heinlein non abbia riscosso quell’unanimità di giudizio che sarebbe lecito aspettarsi. Brian W. Aldiss, storico e a sua volta scrittore di fantascienza, ne parla come di un autore in questo senso farraginoso (altri lo definiscono “manicheo”) e sarebbe improprio fare di lui “uno Zapata”, “sebbene sia vero che parecchi suoi romanzi trattino di guerre e rivoluzioni”. Secondo Aldiss, Heinlein avrebbe tentato di “razionalizzare”, attualizzandola, una tendenza di fatto reazionaria. Viceversa in un ampio studio dedicato nel 1968 allo scrittore da Alexei Panshin (Heinlein in dimension: a critical analysis) si dice che “l’idea di libertà in Heinlein è completa e selvaggia”. Probabilmente non guasta ricordare che Stranger in a strange land fu tenuto in gran conto nella sub-cultura degli hippies e Ed Sanders lo cita fra quelli che contribuirono a fornire “una base teoretica” alla “famiglia” di “Satana” Manson.
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I romanzi, rispettivamente del 1962 e del 1967, sono stati introdotti in Italia il primo da la Tribuna, collana SFBC n.10, 1964, e il secondo da Mondadori, Urania n. 445-46, 1966. Il primo, Straniero in terra straniera, è stato riproposto nel 1977 dalla Nord in una nuova traduzione e, più recentemente, nel 1994, da Mondadori/Interno Giallo; il secondo, La luna è una severa maestra, da Mondadori nella serie de i Libri di Urania.

Ora l’ America teme gli squatter da Far West

settembre 14, 2010 9 commenti

Le persone che si considerano «cittadini sovrani» sono trecentomila

Cittadini che non riconoscono alcuna autorità e si dichiarano al di sopra delle leggi federali e statali, negli Stati Uniti ce ne sono sempre stati. Non mancano nemmeno i nuclei organizzati, almeno dalla fondazione, negli anni ‘ 70, del Posse Comitatus, un movimento che riconosceva solo alcuni poteri locali e rispettava unicamente l’ autorità dello sceriffo. Si tratta di persone che rivendicano libertà assoluta da ogni burocrazia opprimente: non registrano i figli in comune quando nascono, non li mandano a scuola, non pagano le tasse, guidano senza patente. Gruppetti, o addirittura sette, che ricordano gli anarchici europei o gli «squatter» (c’ è chi sostiene l’ illegittimità del possesso di terreni e immobili da parte delle banche e, quindi, si sente in diritto di «espropriare»), ma che nella versione americana sono imbevuti di teorie cospirative: considerano le strutture amministrative una congiura delle «corporation» (che hanno occupato la politica) contro l’ applicazione delle libertà assolute contenuti nel Bill of Rights e nella Costituzione che molti di loro hanno imparato a memoria. La polizia li sorveglia discretamente intervenendo quando vede pericoli. Controlli che divengono sempre più difficili perché nell’ America di Obama i casi di contestazione di tutte le autorità stanno rapidamente aumentando, mentre il rifiuto anarchico di rispettare una legge o un divieto in alcuni casi si trasforma, da fatto individuale, in gesto politico, in sfida aperta alle istituzioni. Il Southern Poverty Law Center – un centro di ricerche delle organizzazioni per i diritti civili – ha appena pubblicato uno studio nel quale indica in 300 mila le persone che si considerano «cittadini sovrani». Molte più che nelle rilevazioni precedenti. Alimentano il fenomeno la crescente sfiducia nelle istituzioni prodotta dalla recessione che ha lasciato milioni di persone senza lavoro e senza casa, ma anche la diffusione di Internet che consente di veicolare senza mediazioni il messaggio della ribellione a ogni forma di autorità e la stessa elezione di un presidente nero che molti sovereign citizens – un movimento che ha radici tra i white supremacists, i sostenitori della superiorità dei bianchi – hanno preso assai male. Fino a ieri l’ Fbi cercava soprattutto di stanare truffatori ed evasori incalliti che si nascondevano dietro lo schermo anarchico per delinquere. Ora c’ è più attenzione per gli aspetti politici: si comincia a parlare di paper terrorism, terrorismo di carta che mira a destabilizzare le strutture economiche e politiche. Come nel caso dei Guardians of the Free Republics, un gruppo che di recente ha intimato in tono minaccioso a tutti i governatori dei 50 Stati dell’ Unione di dimettersi entro 72 ore. La vicenda non ha avuto seguiti, ma ha segnato un punto di svolta. Ora c’ è anche chi teme saldature tra i cittadini sovrani e le frange più estreme del movimento antistatalista dei Tea Party.

massimo.gaggi@rcsnewyork.com
Gaggi Massimo

Anarchismo Americano, la figura di Stephen Pearl Andrews

Stephen Pearl Andrews nato nel 1812 a Templeton nel Massachusetts, morto nel 21 Maggio del 1886 fu un anarchico individualista appartenente alla tradizione autoctona dell’anarchismo americano. Ha scritto e trattato di problemi legali, di linguistica, filosofia, religione, economia, ecc, Andrews fu tra quei anarchici americani che hanno fatto degli “esperimenti sociali” il modo di costatare come era possibile creare praticamente e subito società nuove antiautoritarie e libere nell’ America della frontiera ancora libera da una forte istituzione centralizzata. Nel 1833 Andrews fonda un settimanale libertario di quattro pagine: ‘The peaceful revolutionist’ ( il rivoluzionario pacifico ), questo giornale ebbe breve vita ma in poco tempo si diffuse ovunque. Nel 1850 Andrews incontra e rimane affascinato dalle idee di un altro anarchico individualista Warren e la sua dottrina della sovranità dell’individuo, dottrina che trae origine e sviluppo proprio dalle radici del liberalismo originario della tradizione americana. Andrews incominciò ad occuparsi della creazione di comunità volontarie e libertarie da diffondere in tutta l’America, fondando la sua teoria sociale che prende il nome di Pantarchy che consiste in una rivoluzione spirituale, un nuovo governo e una nuova chiesa che siano universale nella sua natura, insomma nuove “forme sociali” da sperimentare. Nel 1851 , Andrews tenne una serie di conferenze sociologiche a New York, stampate poco dopo con il titolo di “the costitution of government in the sovereignty of the individual ( la costituzione del governo nella sovranità dell’individuo ) e cost the limit of price ( il costo limite del prezzo ). L’idea del costo limite del prezzo è presente anche in Warren, anzi proprio in quest’ultimo trae ispirazione e realizzazione, come ha scritto Federico Tortorelli: “Tale sistema prevede tra l’altro un criterio di imputazione dei costi innovativo, preciso ed ecologico. Il sistema mutualista aperto del prezzo di costo trasparente (quello è il suo nome per esteso) prevede regole a garanzia dell’equivalenza tra lavoro e potere d’acquisto: egualitarismo salariale, mutualismo, trasparenza completa, garanzie forti contro gli approfittatori, credito a tasso zero, regole alternative sui cambi valutari, applicabilità a ogni tipo di attività economica, inoltre si prevede: autonomia e specializzazione per ogni impresa, presenze in ogni settore, coerenza etica sugli investimenti, tutto questo per uno sviluppo alternativo che tolga il terreno alle logiche capitaliste e stataliste.”
Andrews ha analizzato a lungo lo stato e il suo essere vedendo in quest’ultimo una sorta di distruttore di un equilibrio interno delle relazioni sociali, provocando così le guerre ed uno stato d’agitazione perpetua. La sovranità dell’individuo è quindi il miglior fondamento di società basata sulla giustizia, è impossibile che esista la libertà sottomettendo un intero popolo agli stessi obblighi, ma bisogna assicurare ad ognuno la possibilità di conseguire la felicità e l’appagamento coi propri metodi e con la propria forza, la ricerca della felicità, quella ricerca che veniva difesa dalla stessa Costituzione Americana, i diritti che la costituzione dello stato garantisce ai cittadini perdono il loro significato fintantoché gli uomini sono costretti a vivere in una condizione che attribuisce ad alcuni la prerogativa di determinare il destino di altri, finché sarà così la stessa libertà non verrà mai attuata e la società vivrà nel disagio sociale e morale. Per Andrews l’economia politica deve essere parte di una più complessiva filosofia sociale, che includa al suo interno non solo le condizioni della produzione, ma anche un’equa distribuzione dei prodotti del lavoro, così potrà acquistare il suo reale significato, giacché soltanto così etica ed economia procedono di pari passo, non è il salario in se stesso che determina l’ingiustizia, ma l’ingiusto compenso ricevuto dal produttore, che lo priva di una parte del prodotto del suo lavoro.
Fu contrario ai metodi comunisti della sua epoca, che credevano di poter raggiungere il proprio obbiettivo tutto d’un colpo, mentre, a suo avviso, era possibile solo un processo molto graduale e rispettando la libertà individuale.
Andrews visse e produsse le proprie idee all’interno di una società ancora non legata a logiche statali sviluppando idee mutualiste e di mercato, sperimentazione e libertà, quell’anarchismo tipicamente americano sconosciuto allora, e per molti versi ancora oggi, agli europei.

Domenico Letizia

Titolo: Stephen Pearl Andrews
Sottotitolo:
Testata: Cenerentola, Mensile Libertario
Registrata: Tribunale di Bologna 7237 del 03/07/2002
Data: Luglio- Agosto 2010

La lezione Americana

luglio 28, 2010 3 commenti

Come rilevato da Carlo Lottieri, è impossibile una seria riflessione sul federalismo «se non ci si confronta con quanto è successo in America due secoli fa, quando – dopo la guerra per l’indipendenza dall’Inghilterra – le ex-colonie sono divenute il teatro del più ambizioso esperimento istituzionale in tal senso». In proposito, e per uno sguardo non convenzionale della vicenda america, è importante il volume di Luigi Marco Bassani, “Dalla Rivoluzione alla Guerra civile. Federalismo e Stato moderno in America, 1776-1865”, Rubbettino Ed., 2009, p. 324. Incentrato sulla dialettica “Stato moderno-federalismo”, esso ricostruisce un percorso politico-dottrinario dalla Rivoluzione alla guerra civile volto ad illustrare la difficile ricezione americana delle categorie europee sullo Stato e sul potere. Le lotte condotte dagli Antifederalisti, da T. Jefferson e da J. Calhoun nascevano dall’ opposizione alla “formula europea e moderna” quale soluzione al problema dell’ordine politico, contrapponendo all’idea della creazione di una sala di comando unica quella della natura pattizia e volontaria dell’unione americana.
Tale concezione, seppur non incontrastata, dominò il panorama delle idee politiche della giovane repubblica per molti decenni dopo la Rivoluzione, tanto che in quel periodo il sistema federale prosperò, rivelandosi anche un potente freno alla crescita degli apparati governamentali. Nel periodo in cui l’Europa passava dalla Rivoluzione francese all’età napoleonica e poi a quella dell’irrompere del mito della nazione sulla scena politica, l’America viveva l’età dell’oro della “libertà federale”. La presidenza Lincoln e la guerra civile aprirono invece le porte ad una profonda revisione istituzionale e politico-dottrinaria, che poi produsse la nascita di un vero e proprio “Stato americano”.

di Rossella Galati
rossella.galati@gmail.com