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Posts Tagged ‘anarco-capitalismo’

I MERITI DEL LIBERTARISMO CHE LA SINISTRA DOVREBBE CAPIRE

aprile 4, 2011 2 commenti

Quando si parla di libertarismo (a volte viene utilizzato anche il termine anarcocapitalismo che rappresenta una delle tendenze del libertarismo) si pensa subito e giustamente a una società completamente privatizzata e libera dalla presenza dello stato. Questo modello sociale provoca terrore nelle logiche mentali di chi analizza e studia gli effetti disastrosi del capitalismo attuale. Ma la teoria e la pratica anarco-capitalista non possono essere visionate così superficialmente, soprattutto se scrutiamo questo modello, come ho fatto, partendo da “sinistra”. Tutti i libertarian seri sanno e riconoscono che l’attuale neoliberismo non è quello profetizzato, dimostrando scientificamente come l’attuale distorsione del capitalismo, che è all’opposto del libero mercato, sia frutto delle interferenze e dei monopoli dello stato nell’economia e nelle scelte politiche. Chiunque analizzi il modello libertarian o anarco-capitalista e si riscontri con studiosi, sconosciuti ai più, come Bruno Leoni si ritrova a contatto con elaborazioni teoriche come l’individualismo metodologico. Tutta la scuola austriaca basa i propri modelli su tale individualismo che auspica una visione sperimentale della società e della politica, o meglio, come scrisse uno degli austriaci più conosciuti, F. A. Hayek, «solo laddove sia possibile sperimentare un gran numero di modi diversi di fare le cose si otterrà una varietà di esperienze, di conoscenze e di capacità individuali tali da consentire, attraverso la selezione ininterrotta delle più efficaci fra queste, un miglioramento costante», la sperimentazione di tanti modelli sociali, politici ed economici, qualunque essi siano, l’importante che vengano scelti volontariamente e che non aggrediscano corpo e proprietà altrui. Una società privatizzata ma soprattutto liberalizzata che da forza alle capacità individuali, diffondendo sovranità e consapevolezza delle proprie scelte, non-violenta e che lascia sperimentare e far applicare tutti i modelli sociali alternativi, antiautoritari e democratici che l’attuale monopolio statale non fa fiorire e distrugge. Alla “sinistra” attuale la libertà fa paura, ma per chi è di sinistra (se per sinistra intendiamo i principi della giustizia e della libertà) il libertarismo antistatalista diviene il modello ideale in cui confrontarsi applicando e rispettando un principio di tolleranza. A conferma di ciò basti pensare che certe formulazione teoriche della New Left come le teorie volontariste, neomutualiste (Kevin Carson) e per l’autogestione hanno conforto e presupposti proprio nell’economia austriaca, che è alla base del modello anarcocapitalista e libertarian. Insomma, il libertarismo come sinistra estrema liberale? Superare certe paure dovute a termini ed etichette è il presupposto iniziale, anche perché molto va modificato e rivisto dell’attuale libertarismo. La parola cane non morde, questo attuale autoritarismo statalista, sì.

(Domenico Letizia)
http://www.lucidamente.com/default.asp?page=fullonair

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Hoppe Hoppe, cavallino

gennaio 17, 2011 4 commenti

Carlo Romano

Hans-Hermann Hoppe è nato in Germania nel 1949, ha studiato con Jürgen Habermas, si è addottorato a Francoforte, ha insegnato in varie Università del suo paese, per qualche tempo è salito in cattedra pure a Bologna e vive da anni negli Stati Uniti dove, sotto la guida di Murray N. Rothbard, dal quale ha ereditato il posto alla University of Nevada, ha approfondito la conoscenza del pensiero libertario americano, finendo col diventarne un elemento di spicco. In Paleolibertarismo (Rubbettino, € 12) Piero Vernaglione ne ricostruisce l’originale vicenda intellettuale, che tale è soprattutto pensando alla scarsa considerazione in cui il nuovo maestro americano teneva le idee della sua formazione europea. Prima di morire nel 1995, Rothbard aveva peraltro impresso una svolta al proprio pensiero, insistendo fra l’altro sul ruolo della morale, in special modo la cattolica, come legge alternativa a quelle avanzate dai sistemi statali una volta che la libertà economica avesse portato ai suoi naturali esiti anarchici. Diversi pensatori libertari (free-market) condivisero la svolta. Persino chi, come Walter Block, aveva sostenuto di “difendere l’indifendibile” – spacciatori, falsari, ruffiani ecc. – intonava adesso il Mea culpa. Hoppe, in particolare, facendo in ogni caso sua la distinzione fra libertarismo e libertinismo, si applicò su taluni aspetti della svolta del maestro inerenti una nuova ipotesi “proprietaria” nei confronti dello stato.
Per i libertari “un governo è un monopolista territoriale della coercizione: un’agenzia che può impegnarsi in continue e istituzionalizzate violazioni dei diritti di proprietà”. Saltare da un’enunciazione così priva di sottintesi a sofisticate distinzioni fra sistemi di governo il cui apparato “sia posseduto privatamente o pubblicamente” parrebbe inutile, dal momento che in una frase ci si è espressi perfettamente. Se poi si ha la sensazione che venga spezzata una lancia in favore del governo “posseduto privatamente”, cioè della monarchia, l’inutile – dato il conclamato contesto libertario – sembra prendere il sapore della provocazione. E qualora di essa Hans-Hermann Hoppe possedesse il gusto, ancor più manifesto è nei suoi saggi lo scrupolo per il ragionare geometricamente ordinato e dunque con la provocazione – se lo è – c’è da attendersi pure l’ostinazione dei contenuti, come dimostra ampiamente Democrazia: il dio che è fallito, pubblicato in italiano, per la traduzione di Alberto Mingardi, da Liberilibri di Macerata (ama@liberilibri.it). Uno scrupolo e un’ostinazione, tuttavia, che non dissolvono ovvie perplessità, innanzitutto l’obiezione che viene spontanea è chiedersi cosa possa veramente cambiare nella vita dei “i sudditi” una volta che sia riconosciuto il diritto di proprietà sull’organismo statale.

Per cominciare, Hoppe sostiene all’incirca quel che sostengono i monarchici, vale a dire che “un proprietario privato del governo” avrà comunque l’interesse a limitare le proprie politiche di sfruttamento se vuole mantenere la fonte dei suoi godimenti e valorizzare il patrimonio dello stato. Tuttavia, aggiunge Hoppe, le restrizioni poste all’accesso nel gruppo dominante rafforza la solidarietà fra i sudditi come potenziali vittime delle aggressioni statali, per cui il rischio di perdere legittimazione è grande. Ma il punto è un altro. La monarchia è per Hoppe il paradigma di una regressione che è arrivata a compimento con la democrazia, quando il governo è una pubblica proprietà e chiunque, in linea di principio, ne può entrare a far parte, indebolendo attraverso questa illusione la resistenza al sopruso. La democrazia non è dunque per Hoppe “il peggior sistema di governo ad eccezione di tutti gli altri” come voleva Churchill, ma è proprio il peggiore, quello nel quale le violazioni della libertà si sono dimostrate ingenti come mai nella storia sotto forma di regolamentazione legislativa, espropriazioni, tasse e altro. Il liberale di oggi, afferma Hoppe, se vuole essere coerente coi liberali classici nel diritto di opporsi all’oppressione governativa, deve sospingere questo diritto fino alla “secessione illimitata”, vale a dire “all’illimitata proliferazione di territori liberi e indipendenti”. Anche in questo caso Hoppe non manca di servirsi di termini e concetti che senza dubbio vanno ad urtare la sensibilità delle anime belle, tanto da affermare che in una società nella quale i diritti di proprietà siano compiutamente riconosciuti dovrà necessariamente aumentare la discriminazione, ma è solo per dire (e fa l’esempio degli “stili di vita controculturali”) che chi non accetta le regole non può aspirare a esservi assimilato avendo la libertà di starne fuori. Questi pochi ragguagli non restituiscono in ogni caso la robustezza del libro, alla cui lettura si apre la mente, quand’anche una certa quantità di obiezioni l’affollasse, su riflessioni nient’affatto infruttuose. Questo non vuol dire che la sue tesi convincano.

http://digilander.libero.it/biblioego/HoppeMon.htm

Pubblicazione: Cosa significa essere un libertario

ottobre 27, 2010 1 commento

Charles Murray
Cosa significa essere un libertario
TRADUZIONE DI ELEONORA OTTAVIANI
Anno di pubblicazione: 2010

Charles Murray ci dice perché una società con meno governo sarebbe una società più felice.
«Questo libro tenta di spiegare perché è possibile ritenere che meno governo c’è, meglio è. Perché una società che proceda su principî di governo limitato sarebbe in grado di promuovere la felicità umana. In che modo essa porterebbe a una più completa realizzazione personale, a comunità più dinamiche e a una cultura più ricca. Perché una tale società avrebbe meno poveri … e meno criminali. In che modo essa non abbandonerebbe i meno fortunati, ma si prenderebbe cura di loro molto meglio di come lo fa la società di oggi … Il libro che state per leggere non contiene note a piè di pagina. Non ha tabelle ma soltanto un grafico. Il mio scopo non è quello di fornire prove ma di spiegare un modo di guardare il mondo.»
Charles Murray

link: http://www.liberilibri.it/opera.php?k=169

A WAY TO BE FREE, HEINLIN E WENDY MCELROY

di Carlo Luigi Lagomarsino
Undici anni fa, veniva pubblicata in due volumi (per oltre mille pagine complessive) A Way to be free. (Pulpless, 1999), l’autobiografia di Robert LeFevre, egoista-libertario americano morto nel 1986. Il materiale di cui sono composti questi libri è stato raccolto dalla vedova di LeFevre, Loy, e ordinato per la pubblicazione da Wendy McElroy, nota scrittrice anarchica. Immagino che LeFevre sia pressoché sconosciuto fuori dagli Stati Uniti e non mi pare che le pubblicazioni “anarco-capitaliste” europee, e in particolare quelle italiane, lo menzionino con la frequenza di altri “padri fondatori” (mi pare piuttosto che non lo menzionino affatto). the making of a modern american revolutionary
Notissimo è invece Robert Heinlein, scrittore di fantascienza caro tanto ai lettori generici quanto a quelli orientati culturalmente in termini suppergiù libertari, in particolare per Stranger in a strange land e The moon is a hars mistress
E’ naturale chiedersi a questo punto: cosa c’entra LeFevre con Heinlein? La risposta è semplice ma il legame che esiste fra i due rende letteralmente romanzesca la semplicità. LeFevre è infatti il modello sul quale Heinlein ha costruito il personaggio del Professor Bernardo de la Paz in The moon is a hars mistress. David Friedman ha scritto che “l’elenco delle cose buone contenute nel libro valgono un lungo saggio”. Vi si racconta, ricalcando minuziosamente gli episodi che lo compongono su quelli della guerra di indipendenza americana, l’insurrezione dei coloni lunari contro la madre patria terrestre. Il Prof. De la Paz è un teorico della cospirazione (“sono un uomo libero, quali che siano le regole che mi circondano. Se le trovo tollerabili, le tollero; se le trovo fastidiose, le rompo”) e il romanzo, letto in un certo modo, può somigliare a un trattato di pedagogia rivoluzionaria (“la rivoluzione è come un motore, non puoi metterci dentro pezzi a caso e sperare che si metta a funzionare”). D’altra parte il libro è anche la storia del rapporto fra il Professor de la Paz e lo scolaro Manuel Garcia. Tutto ciò rimanda a una precisa attitudine di LeFevre il quale, negli anni Sessanta, aveva aperto in Colorado (al pari di altri, comeWalter Knott in California) una “Freedom School”.
Giornalista (e direttore di giornali) Robert LeFevre era nato nel 1911. Il primo volume della sua autobiografia si sofferma sugli anni della “depressione”, sul suo tentativo di sfondare nell’ambiente teatrale e cinematografico dell’epoca (come attore) e mostra già un compendio delle idee che avrebbe maturato intorno al governo, alle origini e al significato della proprietà e della libertà. Nel secondo volume la visione di una società fatta di liberi individui culmina nel movimento libertario che lui stesso ha contribuito a costruire. Thomas L. Knapp, candidato del Libertarian Party al Congresso degli Stati Uniti e vecchio redattore di “Freemarket” ha confessato che, dato il fascino e la ricchezza dei contenuti, ha dovuto leggere e rileggere i due corpulenti tomi. Ancorché fra i critici la posizione di Heinlein non abbia riscosso quell’unanimità di giudizio che sarebbe lecito aspettarsi. Brian W. Aldiss, storico e a sua volta scrittore di fantascienza, ne parla come di un autore in questo senso farraginoso (altri lo definiscono “manicheo”) e sarebbe improprio fare di lui “uno Zapata”, “sebbene sia vero che parecchi suoi romanzi trattino di guerre e rivoluzioni”. Secondo Aldiss, Heinlein avrebbe tentato di “razionalizzare”, attualizzandola, una tendenza di fatto reazionaria. Viceversa in un ampio studio dedicato nel 1968 allo scrittore da Alexei Panshin (Heinlein in dimension: a critical analysis) si dice che “l’idea di libertà in Heinlein è completa e selvaggia”. Probabilmente non guasta ricordare che Stranger in a strange land fu tenuto in gran conto nella sub-cultura degli hippies e Ed Sanders lo cita fra quelli che contribuirono a fornire “una base teoretica” alla “famiglia” di “Satana” Manson.
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I romanzi, rispettivamente del 1962 e del 1967, sono stati introdotti in Italia il primo da la Tribuna, collana SFBC n.10, 1964, e il secondo da Mondadori, Urania n. 445-46, 1966. Il primo, Straniero in terra straniera, è stato riproposto nel 1977 dalla Nord in una nuova traduzione e, più recentemente, nel 1994, da Mondadori/Interno Giallo; il secondo, La luna è una severa maestra, da Mondadori nella serie de i Libri di Urania.

A vincere è il dibattito

ottobre 2, 2010 2 commenti

Giorgio Fidentato, l’agricoltore libertarian contro il sostituto d’imposta, si è reso protagonista di un gesto che merita davvero un plauso, soprattuto culturale.
Alcuni anarchici ( di tendenza, ma non so se si indentificano così, anarco-comunista) si sono presentati da Giorgio alla sede del Movimento Libertario per dar vita ad un dibattito sulla questione OGM, è sopraggiunta una forte pioggia e Fidenato gentilmente ha offerto la sede del proprio Movimento per dar vita al dibattito. Chi vince in questa situazione è proprio il dibattito, vi è stato un confronto interessante tra anarco-capitalisti e anarco-comunisti si è discusso di multinazionali, monopoli, sussidi all’agricoltura e della storia del termine libertario.
Fidenato ha lanciato una sfida, unirsi per una vertenza contro i sussidi statali all’agricoltura, rinnovo questo invito: perchè non unirsi tutti contro il potere statale inziando proprio da ciò?

link dell’intervista:

Anarco-capitalismo, Benvenuta disobbedienza civile!

di Alfredo Mazzucchelli

Mi sembra un po’ riduttivo e superficiale affermare che l’anarchismo abbia fallito perché si è affidato sulla violenza! Porto due esempi a dimostrazione del fatto che l’anarchismo nelle sue forme più consistenti e responsabili sia stato ed è un movimento contro la violenza:
Benché la violenza non sia lecita, quando e’ opposta per autodifesa o in difesa degli inermi e’ un atto di coraggio assai preferibile alla codarda sottomissione. questa ultima non si addice ne’ all’uomo ne’ alla donna. Sotto la violenza, ci sono molti stadi e varietà di coraggio. ognuno deve saper giudicare da solo, in proposito. nessun’altra persona può o ne ha il diritto (Harijian, 27 ottobre 1946, Gandhi ( Gandhi si è sempre ispirato a H.D. Thoreau)
Noi non siamo pacifisti perché la pace non è possibile se non la si vuole dalle due parti. Noi consideriamo la violenza necessaria e doverosa per la difesa, ma solo per la difesa. E, si intende, non solo per la difesa contro l’attacco fisico, diretto, immediato, ma contro tutte quelle istituzioni che per mezzo della violenza tengono la gente in schiavitù. Noi siamo contro il fascismo e vorremmo che lo si debellasse opponendo alla sua violenza una violenza maggiore. E siamo sopratutto contro il governo che è la violenza permane. Ma la nostra violenza deve essere resistenza di uomini contro bruti e non lotta feroce di bestie contro bestie. (Umanità Nova, Roma 1921, Errico Malatesta)
Come si vede qua siamo sul terreno di uomini che si esprimono CONTRO LA VIOLENZA. Pacifismo e violenza finiscono per condurre ad uno stesso fine: difatti i pacifisti per non violare un principio lascerebbero sterminare mezza umanità, mentre i violenti per affermare sempre un principio finirebbero con lo sterminarne l’altra metà.
Scrive Luca : “Il problema è come realizzare o produrre tali realtà enclaviche competitive tra loro”.
Ma ripeto, vogliamo lasciare ai nostri futuri questa scelta o dobbiamo per forza impicciarci di fatti che riguarderanno coloro i quali li dovranno affrontare per risolverli? Cosa sarebbe altrimenti questo metodo, la riproposizione di una nuova ideologia? La panarchia di cui parla Luca, devo confessare che non so cosa sia, e questo ovviamente per mia colpa, ma se per pan-anarchia intende un metodo che sia totalmente e conseguentemente anarchico nel mezzo prefigurante fine, allora penso che parliamo della stessa cosa che quelli come me da oltre 150 anni chiamiamo sintesi mezzo-fine. Infine ogni forma di Disobbedienza Civile deve essere la benvenuta e ricerchiamone anche di nuovi, di metodi! E questo deve far parte dei compiti di noi uomini del nostro tempo, dei nostri giorni, sia pur affannati e presi come siamo dalle necessità quotidiane. Da ultimo bisogna tener presente che la sperimentazione nel contesto presente corre il rischio di apparire ed essere solo velleitaria e quindi di dare un cattivo esempio di se stessa. Un corpo pulito immerso in acqua sudicia non può che contaminarsi.

(http://www.movimentolibertario.it/index.php?option=com_content&view=article&id=8932:anarco-capitalismo-benvenuta-disobbedienza-civile&catid=1:latest-news)

Dibattito sulla Sperimentazione

di Alfredo Mazzucchelli

Stiamo discutendo su sistemi puramente teorici che hanno bisogno dell’avallo della esperienza e della sperimentazione per potersi definire utili, funzionali, accettabili ed infine percorribili da parte, gran parte, maggioranza o totalità della società. Da anarchico senza aggettivi ed attributi, il primo obiettivo che mi propongo di raggiungere è quello della abolizione, superamento, distruzione, scomparsa dello Stato, quale entità o sovrastruttura conservatrice, generatrice e riproduttrice di quella struttura che oggi sta alla base dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e questo è dovuto al fatto che il male non tanto è insito nel capitale, ma nell’uso distorto che se ne fa.
Dobbiamo quindi poter disporre di condizioni adatte a costruire in una società senza stato, una organizzazione sociale accettabile da tutta o da una parte degli uomini. Una società fondata sul diritto alla proprietà, una società costruita su base collettivista, una società costruita su base comunista, oppure una costruita su base individualista, può essere raggiunta solo attraverso un libero accordo e sarà non solo possibile ma anche consentito, di sperimentare contemporaneamente ognuna di queste forme da parte di tutti coloro i quali lo vorranno. Partire con la presunzione che uno qualsiasi di questi modelli sia quello giusto, sarebbe come voler costringere gli altri alla sua coatta applicazione ed imposizione. Se ci sarà un modello che riuscirà ad affermarsi sugli altri, questo dovrà avvenire solo se e quando gli uomini lo avranno riconosciuto più umano e più giusto degli altri. Se parliamo di sperimentazione, dobbiamo convenire che la sperimentazione dovrà avvenire su tutti quei modelli che saranno immaginati.
Sento già l’affermazione che potrebbe affermarsi un modello non giusto, ma anche questo non possiamo deciderlo noi oggi, come non possiamo sapere oggi se i nostri futuri potranno immaginare od inventare altri sistemi a loro più congeniali per quei momenti.
Ritengo quindi che fare della filosofia oggi può anche essere un interessante tentativo di scoprire quello che all’oggi non si sa, mentre al momento il nostro compito e le nostre energie dovrebbero essere riposte nella ricerca dei mezzi, metodi e delle strade migliori da percorrere per raggiungere e conquistare quella “conditio sine qua non” attraverso la quale sia possibile sperimentare le nostre differenti teorie e soluzioni : l’abbattimento dello Stato.
Ad oggi le proposte sorte dopo l’illuminismo hanno fallito, liberalismo, anarchismo, marxismo, sia pure per differenti motivi e cause, hanno fallito l’obiettivo da ognuna di loro prefigurato. Il razionalismo ci ha fatti naufragare nel giacobinismo, il liberalismo non è stato capace di controllare la crescita e l’affermazione dei monopoli, l’anarchismo infine non ha saputo proporre un progetto complessivo per restare ancorato ed attualizzarsi via via allo sviluppo e trasformazione della società.
Priorità quindi alla distruzione dello Stato e completa libertà nello sperimentare tutti quei sistemi che gli uomini,nelle differenti condizioni e realtà, vorranno.
“Nessuno mi può costringere ad essere felice a suo modo (come cioè egli si immagina il benessere degli altri uomini), ma ognuno può ricercare la felicità per la via che a lui sembra buona, purché non rechi pregiudizio alla libertà degli altri di tendere allo stesso scopo”.
(Immanuel Kant)

http://www.movimentolibertario.it/index.php?option=com_content&view=article&id=8844:servono-le-conizioni-per-una-societa-senza-stato&catid=1:latest-news