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Posts Tagged ‘Antifascismo anarchico’

La crisi dell’anarchismo e l’ethos liberale


Sul pensiero di Luce Fabbri (intervistata da Cristina Valenti su Rivista A 247) interviene criticamente Pietro Adamo.

Nel secondo dopoguerra l’anarchismo è andato incontro alla crisi decisiva, con un progressivo esaurirsi della sua presenza nell’immaginario occidentale. I pensatori e i militanti hanno reagito in modi diversi. In maggioranza si sono adeguati alle parole d’ordine della sinistra marxista, accettandone l’egemonia sul piano intellettuale e conformandosi alla sua visione manichea del mondo, sia pure con esplicite divergenze sul piano delle conclusioni. Un esempio rappresentativo di questo genere di atteggiamento lo troviamo in una delle donne «forti» del movimento, Maria Luisa Berneri, di cui fu pubblicata, nel 1952, una raccolta postuma di articoli. Il titolo del libro era Neither East nor West : l’autrice poneva sullo stesso identico piano l’Unione Sovietica, con i paesi del socialismo reale, e l’Occidente capitalista e liberale. L’idea portante era che entrambi i sistemi fossero egualmente e analogamente repressivi e inumani. Il fatto che il suo libro potesse esser pubblicato nel West, dove gli anarchici erano (relativamente) liberi di far propaganda culturale o di organizzare sindacati, mentre a East professarsi anarchico voleva dire prenotarsi un simpatico posto di villeggiatura coatta in Siberia, non toccava la sostanza del suo argomento. Il socialismo reale e il capitalismo reale erano due orrori; d’altro canto – e qui assumeva rilevanza l’influenza della sinistra istituzionale – per il socialismo “ideale” restava sempre un’ancora di salvezza.
Tra gli anarchici esistevano per fortuna anche altre tendenze – in Italia ben rappresentate, per esempio, dalla Volontà di Giovanna Berneri e Cesare Zaccaria – meno propense a condividere senza traumi l’immaginario comunistoide. Leggere i vari pamphlet pubblicati da Luce Fabbri in questo periodo è di fatto un’esperienza rinfrescante. Ai dogmatismi e alle certezze si sostituisce uno spirito critico e analitico, insoddisfatto della vulgata corrente, animato da una costante problematicità e da una prospettiva culturale non ristretta. Fedele alla radice socialista dell’anarchismo, la Fabbri è comunque capace di mettere in gioco questa stessa fede e di ridiscuterla nell’ambito di una riflessione che tiene conto di nuovi spunti, come l’ascesa della tecnocrazia e l’avvento del totalitarismo.
I suoi scritti mi sembrano dominati da un’esigenza primaria, descritta in L’anticomunismo, l’antiimperialismo e la pace (1949) (d’ora in avanti AAP) nel seguente modo:
“Logicamente facile e netta, la posizione di coloro che lottano per una vera libertà e una vera giustizia sociale, diventa difficile e quasi direi tragica in mezzo a quest’assurdo allinearsi di combattenti, in cui il totalitarismo stalinista eredita la funzione storica del nazi-fascismo” (p.42).
Per la Fabbri il tema del percorso possibile degli anarchici è centrale. In La strada (1952) (d’ora in avanti S) lo individua nel “socialismo antistatale” della linea bakuninista, che potrebbe tornare alla ribalta grazie alla rinnovata identificazione tra lo stato e “lo sfruttamento capitalista” (p.7). L’analisi è tutt’altro che semplicistica, e si inserisce in una concettualizzazione storica (stavo per scrivere “filosofia della storia”) che, se da un lato soffre, come tutte le operazioni di questo genere, di un eccessivo schematismo nonché della pretesa di poter “indovinare” il futuro, dall’altro offre una serie di considerazioni intorno alla natura dell’anarchismo di indubbio valore e novità.

Tendenze statolatriche

Già nel secondo dopoguerra la Fabbri era giunta alla conclusione che la distinzione tradizionale tra destra e sinistra – che per esempio Norberto Bobbio ritiene ancor oggi valida – era superata. Non serviva a null’altro che “a coprire di fumo la strada verso l’avvenire”. Con l’avvento dei totalitarismi, la militarizzazione dell’economia e il nuovo impeto dato alla “statalizzazione” dagli “adoratori” di Stalin, “l’equazione sinistra = trasformazione nel senso del progresso perde ogni significato discriminatorio”. La divisione del mondo in due blocchi rischia di semplificare ingannevolmente la situazione. A parere della Fabbri la terminologia potrebbe essere ancora recuperata con l’attribuzione di nuovi significati: a destra fascisti e comunisti, uniti da un comune programma di “massima oppressione politica, massimo sfruttamento economico, monopolizzati tanto la prima quanto il secondo dallo stato e dalla sua casta burocratica”; al centro le “cosiddette democrazie occidentali”, in costante pericolo di pendenza “verso destra”; a sinistra gli alfieri del socialismo antistatale, gli antifascisti, i pacifisti, in poche parole i libertari. Per arrivare a questa “esattezza di vocabolario” occorrerebbe però “porre in termini chiari il problema del socialismo e quello dello stato”. “E ciò generalmente non si fa”, conclude (AAP, pp. 4-7).
Agli inizi degli anni cinquanta l’obiettivo della Fabbri stava quindi nel ridisegnamento del vocabolario della politica. Nell’ambito di questa operazione offerse una serie di suggerimenti sulla natura dell’anarchismo stesso. Anche la riflessione su di esso subiva i nefasti effetti dell’ “innegabile influenza marxista su tutti i movimenti italiani (e, possiamo dire, europei)” ( Sotto la minaccia totalitaria, 1955, p. 13, d’ora in avanti MT). Questa aveva prodotto, per quanto riguardava l’anarchismo (e gli anarchici), la sottovalutazione programmatica dell’eredità liberale. Il termine “liberalismo” aveva assunto una accezione “spregiativa” grazie all’azione congiunta dei marxisti e dei partiti conservatori che, “per il fatto di averlo sulla loro bandiera, se ne considerano proprietari” (MT, pp. 45-46). Al contrario, il modo migliore per intendere l’anarchismo era di considerarlo “alla confluenza di due linee evolutive, quella del liberalismo e quella del socialismo”(MT, p. 18). Accettando l’istanza egualitaria del secondo e l’insistenza sui principi della libertà e dell’autonomia del primo, le tendenze statolatriche presenti in entrambe le tradizioni si sarebbero neutralizzate a vicenda: “Tanto il liberalismo quanto il socialismo sono stati falsati, deviati dalla fame del potere: il liberale non ha vacillato a rendere schiavi gli uomini impadronendosi del loro pane; il socialista oggi tende alla tirannia politica attraverso la statizzazione della proprietà. La lotta tra il falso liberalismo (blocco occidentale) e il falso socialismo (blocco orientale) è una lotta nel vuoto” (S, p. 10).
Lo sforzo maggiore era ovviamente rivolto a chiarire il ruolo del liberalismo, sul quale sembravano esserci dubbi maggiori. Inserendosi nel solco delle elaborazioni liberalsocialiste, a loro volta eredi della distinzione crociana tra liberalismo come metodo e liberismo come politica economica, la Fabbri sostenne che il primo aveva “avuto solo applicazioni pratiche parziali e uno sviluppo tronco come dottrina” (S, p. 8). L’idea che esso, in quanto dottrina individualista, fosse la dottrina cardine del capitalismo era profondamente errata, e questo per due motivi. In primo luogo, “il capitalismo non è mai stato individualista” (S, p. 8); nella ricostruzione storica della Fabbri, il “preteso individualismo” dei capitani d’industria dell’Ottocento non era altro che “l’espressione del desiderio di limitare l’autorità dello stato in materia economica”. Le prime battute d’arresto del capitalismo industriale spingeranno infatti i “padroni” verso cartelli e trusts, istituzioni che costituiscono in se stesse una palese negazione del cosiddetto individualismo originario. Di conseguenza il mondo imprenditoriale non si orienta affatto verso i valori dei “mercati e dei prezzi”, ma piuttosto verso la tutela statale prima e verso il controllo diretto dello stato poi (MT, p. 25). Ed è questo il secondo motivo dell’inconciliabilità tra liberalismo e capitalismo: facendo tesoro dell’esperienza nazista, la Fabbri afferma che lo sviluppo più naturale del secondo lo porterà in altra direzione: i capitalisti “lasceranno cadere il loro liberalismo per conciliarsi con i nuovi regimi più o meno totalitari in formazione, che salvano la gerarchia sociale, creando una casta superiore e privilegiata di funzionari” (S, p. 9).

Federalismo libertario

Quale liberalismo, quindi? Un liberalismo di carattere soprattutto etico, incentrato in primo luogo “sulla difesa della personalità individuale” (MT, p. l9). Ed è proprio nello sviluppo di questo concetto che la Fabbri crede di scoprire il momento della confluenza con il socialismo. I liberali non sono riusciti a risolvere il problema reale del dominio dell’uomo sull’uomo, accontentandosi di una pura teoria della politica:
“la lotta per la libertà dell’uomo non può essere diretta solo contro la tirannia politica, ma deve essere combattuta nello stesso tempo contro il controllo della vita economica da parte d’una casta privilegiata, sia essa composta da capitalisti privati o dai burocrati dello stato proprietario” (S, p. 17).
In altri termini, il liberalismo – inteso come metodo di convivenza civile fondato sul libero sviluppo dei singoli – potrà dirsi compiuto quando avrà eliminato i presupposti del dominio economico: secondo la Fabbri, la libera impresa e la proprietà privata. La tradizione liberale, nel suo momento più alto, non potrà che confluire nel socialismo, accettando l’idea di una proprietà socializzata e di una libera “associazione che moltiplica all’infinito le proiezioni dello sforzo individuale” (S, p. l3). Questo percorso non è poi molto diverso da quello del liberalismo radicale alla Gobetti e del socialismo liberale alla Rosselli – esperienze sulle quali si sofferma con palese simpatia (AAP, p. 41, MT, pp. 29-30, 42, 44) – con la differenza che, laddove i due insistono sulla razionalizzazione da un lato, e la diminuzione dall’altro, del potere di intervento dello stato nella vita degli uomini, la Fabbri postula, seguendo da presso uno degli interlocutori anarchici privilegiati dei due “martiri”, Camillo Berneri, un metodo liberale all’interno di una società senza stato basata sui principi del federalismo libertario.
L’equivoco sul liberalismo nasce storicamente dagli sviluppi ottocenteschi del conflitto tra la società borghese e il socialismo. Il “contenuto classista” dell’azione di riscossa dei movimenti operai non poteva non provocare un “urto” decisivo: ma “tale contenuto è, secondo me, circostanziale” (MT, p. 24), preciserà, accollandone la sopravvivenza soprattutto al perdurare dell’influenza marxista. Tra le due tradizioni restano comunque significative differenze. “Ci sono parole che sentiamo nostre come “socialismo””, scriverà nel 1955, e altre, come “liberalismo”, “che stanno a significare solo una eredità da raccogliere e da continuare” (MT, p. 9). Il cuore di Luce è tutto dentro la tradizione socialista; ma non è difficile scorgere, all’interno dei suoi pamphlet scritti tra la fine dei Quaranta e l’inizio dei Cinquanta, un significativo slittamento di enfasi e tono. La frase sopra citata prosegue con un chiarimento: il liberalismo è “una parentela più remota, che diventa importante ora, perché ci aiuta a combattere da un punto di vista attuale lo stato, dato che oggi capitalismo e assolutismo burocratico convergono” (MT, p. 9). ln altre parole, è stata la riflessione sul ruolo e la portata del totalitarismo a portare la Fabbri a ciò che lei stessa ha descritto come “la valorizzazione della tradizione liberale” (MT, p. 8). In questo senso la sua riflessione giunge a cogliere con grande chiarezza ciò che molti anarchici del Novecento, presi nella rete della vulgata marxista, non hanno spesso compreso, cioè che l’anarchismo non è in sé l’antitesi del capitalismo, quanto piuttosto del totalitarismo: “guardando al passato, vediamo che, facendo della libertà il centro delle loro aspirazioni, gli anarchici si sono trovati fin da principio sulle posizioni che sono oggi diametralmente opposte a quelle totalitarie” (MT, p. 46). Il confronto con i regimi nazisti e comunisti ha sbalzato in primo piano ciò che i precedenti conflitti di matrice classista avevano occultato, rivelando la centralità dell’ethos liberale: “il carattere liberale, in senso ampio, dell’anarchismo, risalta assai più oggi, alla luce dell’esperienza totalitaria” (MT, p. 46).

Riflessione incompiuta

Luce Fabbri ha quindi colto alcuni dei più importanti elementi dell’anarchismo contemporaneo. D’altro canto il suo schema interpretativo soffre di alcune rigidità, o, volendo usare i suoi termini, della presenza di “un groviglio di falsi idoli, di dilemmi artificiali, di assiomi accettati universalmente” (S, p. 26). Nel caso si tratta – mi pare – della fedeltà a oltranza al modello del comunismo libertario alla Kropotkin, con i suoi corollari dell’avversione verso la proprietà privata e l’insufficiente concettualizzazione degli effetti della cosiddetta” proprietà socializzata”. Tuttavia, più che in una sorta di “idolatria” intellettuale, i limiti della proposta fabbriana – che considero ovviamente secondari rispetto agli evidenti pregi – mi sembrano fondarsi soprattutto su due elementi interrelati, il mito della perversione stalinista e una riflessione incompiuta sul totalitarismo.
E’ usuale distinguere tra i momenti iniziali della rivoluzione bolscevica – i soviet, la socializzazione, la democrazia consiliare, eccetera – e le successive perversioni accentratrici del leninismo e dello stalinismo. Così facendo si perdono di vista le linee di continuità nel bolscevismo e la qualità giacobino-totalitaria del complesso della sua vicenda. _ nei dogmi e nei fondamenti dell’ideologia marxista stessa che si annidano i germi dell’antiindividualismo radicale e della “società-massa”: l’eliminazione della proprietà privata è solo una delle strategie di fondo del totalitarismo. Luce si è concentrata sugli effetti devastanti della proprietà privata nell’accezione capitalista del termine, proponendo di recidere il male alla radice. E tuttavia il nesso tra collettivizzazione e società totalitaria non è affatto unidirezionale, e neppure casuale.
In altri termini, la lezione del Novecento insegna non solo che il totalitarismo tende di fatto a” socializzare” la proprietà, ma anche che il livellamento della proprietà tende inesorabilmente a incoraggiare forme totalitarie di organizzazione della vita sociale. Trascurare questo elemento ha forse portato la Fabbri a sottovalutare altri elementi dell’ ethos liberale – per esempio, una concettualizzazione garantista e “difensiva” della proprietà stessa – che potrebbero trovare una degna collocazione nell’anarchismo stesso.

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Liberali nel Pdl? Per favore non diciamo bugie.


Da libertario e da Astensionista (con la ”A” maiuscola ) non mi occupo, anzi, non mi interessano le caratteristiche e le problematiche del Partito di Berlusconi ( delle questioni interne, perché di danni al paese ne stanno facendo tutti i giorni ) ma c’è una cosa che vorrei porre all’attenzione di voi lettori e che vorrei fosse sinceramente chiaro che il Pdl consideratelo un partito conservatore, clericale, se volete socialista qualcuno dirà senza torti un po’ ‘’fascista’’ ma per favore non definitelo liberale e non provate nemmeno a considerarlo libertario. La mia preoccupazione sta tutta nel difendere il termine e il concetto politico ‘’liberale’’ è assurdo che qualcuno vada a dire in giro che il Pdl è liberale o che è il partito dei liberali. Dirò un’altra cosa che appena detta mi rimangio, considero il Pd con tutti i post e i vetero comunisti che ci sono dentro filosoficamente più liberale del Pdl cosa che come ho detto mi rimangio immediatamente. Credo sia fondamentale per tutti voi che vi considerate liberali veri liberali (non alla Giovanardi che osa definirsi liberale dopo aver pronunciato queste parole degne di un, se mi consentite, demente: ”Se non è lecito inquinare l’ambiente, meno che mai può essere inquinare le persone dentro”), di chiudere con il Pdl. Con questo post spero s’inizi sinceramente a discutere di un divorzio dei liberali dal Pdl, diciamocelo chiaramente i liberali seri non votano il Pdl. L’Italia sta affrontando una serie di divieti che stanno facendo dell’Italia un paese da ex-repubblica socialista, non voglio discutere dei decreti super proibizionisti e illiberali in materia di droga, la deriva fascista in materia di migrazione,la loro accanita difesa per la ”famiglia”, la deriva assistenzialista e statalista (questa c’è sempre stata) in economia del Pdl e non voglio nemmeno sottolineare che un partito come An e gente come la Mussolini con i liberali non c’entrano, parliamo di sicurezza? Un vero libertario come Ron Paul ha detto che chi sacrifica la libertà per la sicurezza non merita né una né l’altra (chi sa che direbbe Paul su Berlusconi), parliamo di politica estera? Ancora guerre e soldi nostri spesi in esercito e armi per far arricchire qualche fabbricante anzi qualche monopolio costruttore di armi, insomma tutte cose degne di partiti completamente illiberali. Diciamocelo chiaro il Pdl con i liberali non c’entra niente!

Camillo Berneri un gran libertario


Berneri era nato il 20 maggio 1897. La salute cagionevole e la madre mazziniana separata dal padre, segretario comunale a Lodi, gli contorsero l’infanzia. Però, in vita modesta ma elitaria, girò con lei l’Italia delle rivolte: tra cuori generosi e menti spregiudicate e tenaci. Quindicenne era seguace del socialista reggiano Prampolini, e nel 1915 si trovò, ad una riunione antimilitarista contro Cesare Battisti, costernato davanti a due manifestanti morti. Poi Torquato Gobbi gli fu maestro, nelle sere brumose lungo la via Emilia, sotto i portici che risuonavano dei suoi baldi tentativi di resistere: convenne d’essere nato anarchico entusiasta. Anche perciò si sposò minorenne, ad Arezzo, con un’allieva della madre.

Appena in tempo per essere arruolato nella Grande Guerra e continuare la propaganda. Scoperto, venne spedito in prima linea e ferito. Quindi, a guerra finita, venne confinato dalla Regia Questura a Pianosa, anarchico schedato. Ne convenne: la società attuale è detestabile, bisognava prediligere la minoranza, parte eletta. A fianco di Malatesta e Fabbri, che l’amavano come un figlio, fu avversario della tirannia fascista. Ma era troppo libero, persino per gli altri anarchici, che paradossali scrivevano al loro leader storico Malatesta, protestando che certe sue idee erano così inattese e fattori di disgregazione interna. Faticò a studiare perché molto miope, ma nel 1922 si laureò con Gaetano Salvemini e divenne amico di Ernesto Rossi, Gobetti e Rosselli. La generalità degli anarchici era atea, lui non pensava a Dio; i più erano per un’economia comunistica, lui voleva la concorrenza tra lavoro e commercio cooperativi e individuali.
Soprattutto, poi, Berneri negava sì l’autorità di ogni Stato centrale, però gliene piaceva molto uno federale e d’autonomie.Giudicava degli invasati i comunisti, ottusi dalle pedagogie dispotiche e bigotti di una operaiolatria che derideva: «Non contenti della “anima proletaria”, hanno tirato fuori “la cultura proletaria”».
Leggendo L’Ordine Nuovo , riconobbe le patologie provinciali di Gramsci e se l’immaginava piovuto a Torino dalla nativa Sardegna e preso dagli ingranaggi della metropoli industriale: la letteratura bolscevica russa gli pareva pantografare l’identico processo psichico. Un anarchico così perspicace non poteva piacere ai fascisti, che gli negarono la cattedra e s’abituarono a picchiarlo. Nella primavera del 1926 fuggì quindi in Francia, costretto a umilissimi mestieri per sfamare la moglie e le due bimbette che lo raggiunsero. Berneri riuniva le ingenuità e tutti gli slanci del più puro anarchico con un’intelligenza senza astuzia, e però meditativa. S’accorgeva di quanto fosse malata la ristagnante ossessione settaria, che rovinava la vita degli esuli non meno della miseria. D’altra parte, essendo ingenuo, era predestinato ad esserne la prima vittima. Nel 1928, espulso in Belgio, elogiò l’attentato al principe Umberto di Savoia e, con gli evasi di Lipari di Giustizia e Libertà, fu implicato nel progetto d’attentato al ministro Rocco in visita. Ma si lasciò consegnare proprio dalla spia Menapace un pacco di cheddite e finì altri mesi e mesi in prigione, come gli riaccadde con le riespulsioni in Francia e Germania. La guerra di Spagna lo sorprese nei dubbi, mentre s’era deciso a scrivere «una specie di lirica in prosa delirante». Partecipò ai combattimenti come semplice miliziano, ma i suoi compagni insistettero perché rientrasse a Barcellona: era così miope e sordo; ma soprattutto era più adatto ad altro. Mediò i contrasti tra gli anarchici e Gl; e avversò gli omicidi stalinisti; e quindi Togliatti, che Berneri riconobbe per il professorino pedante, di «perentorietà asinesca», che era. Le gesta che gli costarono la vita. Eppure in Italia abbondano le vie intitolate a Togliatti e agli altri complici dei suoi peccati. Non ce n’è un granché dedicate a Berneri.
Ripetendo In economia Berneri diceva: “sul terreno economico gli anarchici sono possibilisti, sul terreno politico sono intransigenti al cento per cento!” Ovvero, se la critica allo stato e la negazione del principio di autorità erano mete irrinunciabili, la forma economica anarchica doveva rimanere aperta, e che si dovesse sperimentare la libera concorrenza tra lavoro e commercio individuali e lavoro e commercio collettivisti. La collettivizzazione coatta era quindi da condannare se frutto dell’imposizione e non della libera scelta: l’anarchia non doveva portare ad una società dell’armonia assoluta, ma alla società della tolleranza.

Di seguito pubblico una sua lettera a Piero Gobetti, che dimostra quanto labili siano in realtà le barriere tra i pochi che, nel nome della libertà, si oppongono al potere oppressivo dello stato.

Il liberismo nell’Internazionale

di Camillo Berneri

Caro Gobetti,

m’è accaduto più volte, trovandomi a discutere delle mie idee con persone colte, di dover constatare, per le domande rivoltemi e per le obbiezioni mossemi, che il movimento anarchico, che pure fa parte, e non piccola, della storia del socialismo, è o semi-ignorato o malamente conosciuto. Non mi sono, quindi, stupito, leggendo l’articolo del prof. Gaetano Mosca sul materialismo storico, nel vedere annoverato tra i socialisti utopisti il Proudhon, che rimarrebbe mortificato nel vedersi posto a braccetto con quel Blanc, che egli saettò con la più aspra ironia per aver posto “l’Eguaglianza a sinistra, la Libertà a destra e la Fratellanza in mezzo, come il Cristo fra il buono e il cattivo ladrone.”

Per escludere il Proudhon dagli scodellatori della zuppa comunista, basterebbe la critica alla formula, che divenne poi il credo Krapotkintano “da ciascuno secondo le sue forze ed a ciascuno secondo i suoi bisogni,” formula che egli chiama una casuistica avvocatesca, poiché non vede chi potrà fare la valutazione delle capacità e chi sarà giudice dei bisogni. (Cfr. L’Idée générale de la Révolution au dix-neuviéme siécle. – Garnier, Paris, 1851, p. 108).

L’errore in cui è caduto il Mosca è interessante, poiché dimostra come sia sfuggito a molti studiosi della storia del socialismo questa verità: che il collettivismo dell’Internazionale ebbe un valore essenzialmente critico. Fatto che è stato negato anche da alcuni anarchici, come da L. Fabbri, che sostiene essere l’anarchismo “tradizionalmente e storicamente socialista” in quanto ha per base della sua dottrina economica “la sostituzione della proprietà socializzata alla proprietà individuale” (cfr. Lettere ad un socialista; Pensiero – 1910, n. 14, p. 213).

Basta una rapida scorsa alla storia della Iª Internazionale per smentire questa affermazione. L’Internazionale nacque in Francia, nell’atmosfera ideologica del mutualismo proudhoniano, e, come dice Marx in una sua lettera relativa al Congresso di Ginevra (1866), non aveva, nel suo primo tempo, espressa alcuna idea collettivista né comunista. Il rapporto Longuet nel Congresso di Losanna (1867) dimostra che Proudhon dominava ancora. E tale dominio si riscontra nel Congresso di Bruxelles (1868), in cui, tuttavia, si affacciò l’idea collettivista, ma in modo generico e limitata alla proprietà fondiaria e alle vie di comunicazione. La collettivizzazione affermata nel IV Congresso, quello di Basilea (1869), fu limitata al suolo. L’influenza praudhoniana, dunque, è parallela all’anti-comunismo e all’anti-collettivismo.

Al collettivismo aderirono Bakounine e seguaci; ma vedendo in esso più che un progetto di forma economica, una formula di negazione della proprietà capitalista. Bakounine era entusiasta di Proudhon. Egli (Cfr. Oeuvres, I, 13-26-29) esalta il liberismo nord-americano [non erano ancora sorti i trusts], e dice “La libertà dell’industria e del commercio è certamente una gran cosa, ed è una delle basi essenziali della futura alleanza internazionale fra tutti i popoli del mondo.” E ancora: “I paesi d’Europa ove il commercio e l’industria godono comparativamente della più grande libertà, hanno raggiunto il più alto grado di sviluppo.” L’entusiasmo per il liberismo non gli impedisce di riconoscere che fino a quando esisteranno i governi accentrati e il lavoro sarà servo del capitale “la libertà economica non sarà direttamente vantaggiosa che alla borghesia.” In quel direttamente vi è una seconda riserva. Infatti egli vedeva nella libertà economica una molla di azione per la classe borghese, che egli afferma essere ingiusto considerare estranea al lavoro (Cfr. Oeuvres, I, pp. 30 e segg.), e non poteva non riconoscere la funzione storica del capitalismo attivo. Interessanti sono anche i motivi delle simpatie del B. per il liberalismo nord-americano, poiché ci spiegano che cosa egli intendesse per proprietà.

Il B. fa presente che il sistema liberista nord-americano “attira ogni anno centinaia di migliaia di coloni energici, industriosi ed intelligenti,” e non si impressiona punto all’idea che costoro divengano, o tentino divenire, proprietari.

Anzi, si compiace che vi siano coloni che emigrano nel Far West e vi dissodino la terra, dopo essersela appropriata, e nota che “la presenza di terre libere e la possibilità per l’operaio di diventare proprietario, mantiene i salari ad una notevole altezza ed assicura l’indipendenza del lavoratore” (Cfr. Oeuvres, I, 29).

La concezione del valore energetico della proprietà, frutto del proprio lavoro, è la nota fondamentale della ideologia economica del B. e dei suoi più diretti seguaci. Tra questi Adhémar Schwitzguébel, che nei suoi scritti (Cfr. Quelques écrits, a cura di J. Guillaume, Stock, Paris, pagina 40 e seguenti) sostiene che l’espropriazione rivoluzionaria deve tendere a concedere ad ogni produttore il capitale necessario a far valere il suo lavoro. La dimostrazione storica dell’anti-comunismo bakunista sta nel fatto che le tendenze comuniste nell’Internazionale italiana trionfarono nel 1867, quando l’attività del Bakounine era quasi interamente sospesa (Cfr. Introd. del Guillaume alle Oeuvres de B., p. XX) e nel fatto che in Spagna, ove l’Alleanza aveva piantato profonde radici, perdura una corrente anarchica collettivista in senso bakunista.

Se il collettivismo dell’Internazionale fosse stato compreso dal Mazzini non ci sarebbe stato il fenomeno della sua critica anti-comunista. Così criticava il Mazzini: “L’Internazionale è la negazione di ogni proprietà individuale, cioè di ogni stimolo alla produzione… Chi lavora e produce, ha diritto ai frutti del suo lavoro: in ciò risiede il diritto di proprietà… Bisogna tendere alla creazione d’un ordine di cose in cui la proprietà non possa più diventare un monopolio, e non provenga nel futuro che dal lavoro.” Saverio Friscia, nella “Risposta di un internazionalista a Mazzini,” (pubblicata sopra il giornale bakunista L’Eguaglianza di Girgenti, e ripubblicata dal Guillaume, che la trova superba e l’approva toto corde [Cfr. Oeavres de B., vol. VI, pp, 137-140]) rispondeva: “Il socialismo non ha ancora detto la sua ultima parola; ma esso non nega ogni proprietà individuale.” Come lo potrebbe, se combatte la proprietà individuale (leggi: capitalista) del suolo, per la necessità che ogni individuo abbia un diritto assoluto di proprietà su ciò che ha prodotto? Come lo potrebbe se l’assioma “chi lavora ha diritto ai frutti del suo lavoro, costituisce una delle basi fondamentali delle nuove teorie sociali?”. E dopo aver analizzato le critiche del Mazzini, esclama: “Ma non è questo del puro socialismo? Che cosa volevano Leroux e Proudhon, Marx e Bakunin, se non che la proprietà sia il frutto del lavoro? E il principio che ogni uomo deve essere retribuito in proporzione alle sue opere, non risponde forse a quell’ineguaglianza di attitudini e di forze ove il socialismo vede la base dell’eguaglianza e della solidarietà umana?.”

In questa risposta del Friscia è netta l’opposizione della proprietà per tutti alla proprietà monopolistica di alcuni; il principio dell’eguaglianza relativa (economica); ed in fine il principio dello stimolo al lavoro rappresentato dalla ricompensa proporzionata, automaticamente, alle opere.
Non pensi, caro Gobetti, che potrebbe essere utile, su R. L., una serie di studi sul liberalismo economico nel socialismo? Credo colmerebbe una grande lacuna e leverebbe di mezzo molti e vecchi equivoci. Credo ne risulterebbe, fra le tante cose interessanti, questa verità storica: essere stati gli anarchici, in seno all’Internazionale, i liberali del socialismo. Storicamente, cioè nella loro funzione di critica e di opposizione al comunismo autoritario e centralizzatore, lo sono tutt’ora.

Tuo C. Berneri.

Anarchia senza aggettivi

Bellissimo pezzo di Karl Hess

C’è solo un tipo di anarchico. Non due. Solo uno. Un anarchico, di quell’unico genere, è definito dalla letteratura e dalla lunga tradizione della posizione stessa, ed è un individuo che si oppone all’autorità imposta attraverso il potere gerarchico dello stato. L’unico ampliamento a questa definizione che mi sembri ragionevole è dire che un anarchico si sollevi contro ogni autorità imposta. Un anarchico è un volontarista.
Ora, oltre a questo, gli anarchici sono persone e, come tali, contengono le mille sfaccettature della personalità umana. Alcuni anarchici marciano, volontariamente, sotto la croce di Cristo. Alcuni si affollano, volontariamente, intorno ad altre figure che amano e che sono fonte di ispirazione. Alcuni vogliono fondare delle cooperative industriali volontarie. Alcuni cercano di stabilire volontariamente la produzione agricola all’interno di kibbutz. Alcuni vogliono, volontariamente, estraniarsi da tutto, compresi tutti i loro rapporti con altre persone; gli eremiti. Alcuni anarchici hanno deciso volontariamente, di accettare solo oro come pagamento, di non coopererare mai. Alcuni anarchici, volontariamente, adorano il sole e la sua energia, costruiscono cupole, mangiano solo vegetali e suonano il salterio. Alcuni anarchici adorano il potere degli algoritmi, giocano a giochi strani e si infiltrano in strani templi. Alcuni anarchici vedono solo le stelle. Alcuni anarchici vedono solo il fango.

Spuntano da un solo seme, non importa come fioriscano le loro idee. Il seme è la libertà. E questo è tutto. Non è un seme socialista. Non è un seme capitalista. Non è un seme mistico. Non è un seme determinista. E’ semplicemente una dichiarazione. Noi possiamo essere liberi. Quello che viene dopo sono tutte scelte e probabilità.

L’anarchia, la libertà, non ci dice come le persone libere si comporteranno o in quali modi si organizzeranno. Ci dice semplicemente che le persone hanno la capacità di organizzarsi.
L’anarchismo non è normativo. Non dice come essere liberi. Dice solo che la assenza di imposizioni, la libertà, può esistere.
Recentemente, in un giornale libertario, ho letto l’affermazione per cui il libertarismo sia un movimento ideologico. Può ben esserlo. In un contesto di libertà loro, tu, o noi, ognuno, ha la libertà di sostenere l’ideologia o qualsiasi altra cosa che non costringa altri a privarsi della loro libertà. Ma l’anarchismo non è un movimento ideologico. E’ una dichiarazione ideologica. Sostiene che tutti gli individui abbiano la capacità di essere liberi. Dice che tutti gli anarchici vogliono la libertà. Poi tace. Dopo questa pausa di silenzio, gli anarchici aggiungono la storia dei loro gruppi e proclamano come loro, non come anarchiche, le ideologie. Loro sanno come sarà, in quanto anarchici, sanno come ci si organizzerà, descrivono eventi, celebrano la vita e il lavoro futuri.

L’anarchismo è l’idea-martello che spezza le catene. La libertà è il risultato e, in libertà, tutto è fine alle persone e alle loro ideologie. Non è fine All’ ideologia. L’anarchismo dice, in effetti, che non c’è una ideologia superiore o dominante. Sostiene che le persone che vivono nella libertà creino le loro storie e i loro stipulino accordi con e all’interno di essa.

Una persona che descrive un mondo in cui tutti devono o dovrebbero comportarsi, marciando al tempo di un tamburo semplicemente non è un anarchico. Una persona che dice di preferire un certo modo, e si augura che anche gli altri decidano di seguirlo, ma che comunque è convinta spetti a loro decidere, può certamente essere un anarchico e probabilmente lo è.
La libertà è la libertà. L’anarchismo è l’anarchismo. Non formaggio svizzero o chissà cos’altro. Non è proprietà. Non è coperto dal copyright. Sono vecchie idee rivolte a tutti che fanno parte della cultura umana. Possono essere scritte con tanti aggettivi dopo il trattino ma non sono nei fatti emendate. Esistono da sole. La gente ci aggiunge trattini ed ideologie supplementari.
La libertà, infine non è uno spazio in cui gli individui possono vivere. Non gli dice come vivranno. Dice, e dirà in eterno, solo quello che noi possiamo.

Articolo tratto da: http://liberteo.wordpress.com/

Un pò d’Anarchismo


Nel Giugno 1968, Edgar Morin, uno degli osservatori più attenti della rivolta studentesca di Maggio, espone (a caldo), le sue conclusioni.

Mi sembra che si possa parlare allo stesso tempo di una resurrezione e di una rinascita dell’anarchia, da parte della gioventù intellettuale. Certamente, il movimento libertario che era stato costituito del resto da diversi gruppi non aveva cessato di esistere, ma la sua esistenza era ridotta e politicamente inesistente. Non so se l’anarchia all’inizio del secolo aveva un seguito tra gli intellettuali. C’era sicuramente Laurent Tailhade che ammirava i testi anarchici, ma questo atteggiamento non doveva essere molto diffuso.Questo fenomeno di risurrezione dell’anarchismo nella gioventù studentesca è dato dal fatto che in tutti i paesi, compresa la Francia, una parte della gioventù vuole cambiare la sua vita quanto cambiare la società. I giovani vogliono essere autentici e liberi. Questo movimento ha preso dagli Stati Uniti l’aspetto “beatnik” o “hyppie”, che costituiva una sorta di anarchismo selvaggio. In Francia, si è incarnato parzialmente in una resurrezione dell’anarchismo. Si è assistito a questo a Nanterre, dove alcuni giovani rifiutano di delegare la loro esistenza a degli organismi, a dei partiti politici, a degli Stati. Si tratta anche di una rinascita dell’anarchismo in quel senso che l’antico movimento libertario viveva sulle idee di Bakunin, di Proudhon, di Elisée Reclus, aveva i suoi maestri di pensiero e scomunicava Marx allo stesso modo che i marxisti scomunicavano Bakunin. Ora, c’è un revisionismo anarchico che si è manifestato prima attraverso dei piccoli gruppi di studio. E in questi gruppi di studio, c’erano studenti che integravano alla teoria anarchica degli aspetti sia del pensiero di Marx, che del pensiero di Freud. Cercando una giustificazione teorica della loro volontà di libertà e di autenticità, hanno incontrato differenti correnti di pensiero moderno ed è da quel revisionismo estremo aperto che viene la rinascita del movimento libertario.
Lo possiamo ritrovare in diversi gruppi. Per esempio, quella piccola rivista “Rouge et Noir” (Rosso e Nero), di cui il titolo del resto significa proprio questa volontà di alleanza tra il marxismo e l’anarchismo. Stessa cosa per la “Tribune culturelle des cercles libertaires” (Tribuna culturale dei cerchi libertari) che era composta in buona parte da studenti. Queste riviste erano poco conosciute perché erano molto spesso clandestine, ma pubblicavano delle analisi estremamente interessanti sui problemi della società, dell’uomo ecc.

Tratto da: http://anarchiameccanica.blogspot.com/

Che Rabbia! Che Schifo! Che Vergogna!

Sotto la scorza dell’Anarchico


Paolo Maurizio Bottigelli continua a vestire di nero, come gli esistenzialisti francesi e gli anarchici di allora. Scrive poesie, legge molta letteratura e parte dalla fine, quando il movimento si perse per strada, perché ognuno cercava un rifugio, un posto. Alcuni lo trovarono nel terrorismo, altri in banca. Proprio come in una canzone di Antonello Venditti, “Compagno di scuola”. Che ancora oggi riporta indietro nel tempo.
Cos’hanno rappresentato, per te, quegli anni?
Tanto, tantissimo. Ma voglio partire da un libro, “Il viaggio”, di Bernward Vesper, un autore tedesco che mi ha consolato quando finì la nostra voglia di rivoluzione, nel senso che il sistema ci inglobò. Ebbene, quel libro lo porto spesso con me, è stato una sorta di aiuto, di conforto. Un libro strano, diverso, che forse meglio di ogni altro ha saputo interpretare il disagio di noi giovani di allora, quando ci accorgemmo che era finito tutto e che bisognava rientrare. Qualche amico non è più rientrato, penso a Gianni Metti che nei primi anni Ottanta, dopo un percorso di droga piuttosto brutto, decise di farla finita sull’argine del Po, a bordo della sua Renault 4. Aveva attaccato il tubo del gas a quello di scappamento e si era chiuso in auto, lasciando una lettera commovente che il Comune pubblicò e distribuì nelle scuole, come monito per i giovani. Quella lettera si intitolava “Vi amo, addio”, ed era dedicata in particolare al padre. E insieme a lui un altro amico, Ivano Moreno, che dagli ideali rivoluzionari finì in un tunnel da cui non uscì più e venne trovato morto in casa, una mattina. Tanti giovani sono finiti così, altri hanno abbracciato la lotta armata. E da quel giorno in cui entrarono nel terrorismo decisero di morire, per sempre, imbracciando un mitra o una pistola, rapinando una banca per finanziare una rivoluzione che non sarebbe più arrivata. Perché la vera rivoluzione la stava facendo il capitale. Questa è l’amara realtà, e parlarne oggi mi lascia tanta tristezza nel cuore.
Come iniziò la tua esperienza di anarchico?
Con alcuni amici ascoltavamo i racconti di vecchi partigiani, come Pietro Giacobbi, Giacomo Canepari, Emilio Cammi e ci iscrivemmo al circolo “Emilio Canzi”. Questa piccola associazione aveva sede in via Mazzini, all’angolo con via S. Rocchino, e lì conoscemmo gli autori dell’anarchismo internazionale: da Bakunin a Cafiero, ma ascoltavamo anche Radio Montecarlo con Herbert Pagani, popolare cantautore milanese che troppo presto ci ha lasciati, che ci insegnava il ruolo dirompente della musica. Gli Who, i Rolling Stones, Bob Dylan e brani come “My generation”. C’era stato, qualche anno prima, l’episodio de “La Zanzara”, il giornale sfornato dagli studenti di un liceo milanese. Erano i primi segnali di una rivolta che sarebbe venuta avanti inesorabilmente. Ma quegli anni, trasversalmente, toccarono tutti noi giovani. C’erano quelli del Psiup (i fratelli Mantovani e Carlo Berra), i militanti di Lotta Continua tra i quali voglio ricordare Adriano Corsi, i ragazzi di “Servire il Popolo” di cui rammento Marioluigi Bruschini, quelli del Movimento Studentesco, penso a Ivano Tagliaferri e gli esponenti del maoismo, con il Partito Marxista Leninista d’Italia, Massimo Cardani e i fratelli Manin, ma anche Democrazia Proletaria con Gianni Gandola e Giuliano Guidi. Ma prima ancora c’erano stati quelli di Vietnam Libero e figure come Cristiano Dan, Luigi Redalelli e gli esponenti della Comunità di San Lazzaro. Ricordo che una sera, al Municipale, nel 1967, venne il poeta Raphael Alberti: un mito, per noi giovani anarchici e i ragazzi di allora. Le sue poesie erano pane per i nostri denti. Ebbene, contestammo la sua presenza perché si era esibito nel tempio della borghesia cittadina. Penso sbagliassimo, ma allora andava così. Io ero spesso insieme al mio amico Giuseppe Ranza, detto Pigi, prima in via Mazzini e poi al Circolo Enal di San Bartolomeo. A proposito di quel circolo, ricordo che una sera arrivò Lucio Dalla, voleva salutare Manolo, lo strumentista piacentino che lo accompagnava nelle tournée. Sembra molto strano, ma in fondo è tutto vero e sembra di aver vissuto un sogno.
Tu hai conosciuto anche Nello Vegezzi, che ricordo hai riferito a lui, in quegli anni?
Nello era un anarchico allo stato puro. Aveva fatto l’esperienza di scuola di cinematografia a Parigi ed era tornato a Piacenza, quando c’erano i cortei e le manifestazioni era lui a chiudere con la sua bandiera nera, bandiera anarchica. Il suo slogan era molto semplice: pane e salame. Quasi a voler racchiudere nella semplicità di queste parole concetti veri, autentici, contro il linguaggio a volte eccessivo dei tanti gruppi che appartenevano alla cosiddetta ultrasinistra. Era semplice, modesto, molto intelligente. A volte sosteneva che la salvezza avrebbe potuto essere rappresentata con la frase “Tutto il potere alla poesia”, e alcuni suoi versi furono apprezzati da scrittori quali Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia e Dacia Maraini. Era un uomo molto colto e profondamente mite, con una grande vena artistica. Romano Gobbi, che oggi gestisce la Libreria Internazionale, espose i “Sassi colorati” del Nello, e penso abbia avuto delle grane con la censura.
Come vi muovevate all’interno della città?
Io facevo capo a Lotta Anarchica. Si andava a volantinare davanti alle fabbriche, e a predicare l’autogestione. In particolare andavamo davanti alla Safta e all’ex Arbos, citando l’esempio di un’azienda in Belgio che riuscì a proseguire e a sopravvivere per un anno in completa autogestione. E poi mi ero specializzato in scritte sui muri, soprattutto tra la zona di via Mazzini e via Sant’Eufemia. Una sera arrivò una volante della polizia, vide che stavo scrivendo e ingoiai i gessi. Ricordo un comizio quando venne l’onorevole Caradonna a Piacenza, c’erano schierati i celerini del battaglione Padova, mentre io da solo stavo per scagliarmi contro questo esercito di elmetti e di scudi, mi fermò e credo sia il caso di dirlo, mi salvò, Lorenzo Tacinelli, col quale ho sempre avuto un ottimo rapporto. Si andava a mangiare nei posti in cui c’erano soprattutto compagni e amici: da Giulio il Rosso a Barriera Torino, alla trattoria S. Stefano dove c’era uno strano personaggio che veniva definito “il geometra”, alla Muntà di Ratt. Personaggi particolari, gente semplice, uomini che credevano in un futuro migliore. E poi, al bar Taverna, conobbi partigiani quali Enrico Cademartori e anche l’avvocato Felice Trabacchi. Ci vedevamo quasi tutti i sabati nel suo studio, era bravo, Trabacchi: era stato in grado di colmare il gap generazionale esistente tra i giovani e gli adulti. Ho un ottimo ricordo di lui, ma anche di tanti altri partigiani. Avevamo rispetto per politici quali Umberto Terracini, Lelio Basso e Sandro Pertini. Per un certo periodo trasferimmo la nostra sede in via Mazzini, avevamo una biblioteca molto fornita. Tanti libri di letteratura. Volevamo mettere in piedi un centro di lettura di quartiere. In casa di Pier Giorgio Poisetti scoprii un volume che cambiò la mia vita, “Juke box all’idrogeno”. Ma leggevo anche Cesare Pavese, Jean Paul Sartre e Friedrich Nietszche: l’immagine del superuomo era speculata all’immagine dell’individuo liberato dai tabù. Ma ascoltavo anche il rock, Jimi Hendrix. Ricordo che andavo ad acquistare gli ellepì sotto la galleria della Borsa, al Club 33gestito da Maurizio e Tiziano Sesenna. Quest’ultimo, purtroppo, rimase vittima di un incidente d’auto a Parigi. Molti amici di allora se ne sono andati, altri hanno fatto carriera. Io ho cercato di portare avanti le mie idee con coerenza. Ricordo che dopo gli studi all’Agrario venni assunto in banca e mi presentai con i capelli lunghi, i miei maglioni neri: fui sospeso diverse volte, fortunatamente venni sempre riammesso. Non ne volevo sapere di adeguarmi al sistema, ma ne facevo parte.
Tu hai frequentato anche Andrea Valcarenghi e hai vissuto l’esperienza di “Re Nudo”?
Sì, è vero. Era l’ala più libertaria, più freak di allora. Con Valcarenghi c’erano Fiorella Gentile e Claudio Rocchi, che qualche anno dopo ebbe una breve stagione come cantautore. Ma ho conosciuto anche l’anarchico Pinelli, era una persona onesta, leale, credeva nella solidarietà e nella giustizia. Nel ’69, quando vi fu la strage di piazza Fontana, si volle far ricadere la colpa sugli anarchici, ma noi capimmo che il disegno era un altro. E lo si è scoperto, purtroppo, più avanti. Di certo, Pinelli entrò in Questura da solo e non ne è mai più uscito. Anni duri, di lotte e di scontri. Anni di diffidenza da parte dei partiti tradizionali nei nostri confronti, ma noi non eravamo violenti. Anzi, proprio l’opposto: eravamo contro la violenza per una società più giusta, impostata sull’individuo. Ho conosciuto anche Riccardo Bauer e ricordo, a Milano, una contestazione pesantissima ad Alberto Bevilacqua. Tutto ciò che era omologato non ci piaceva. Volevamo una cultura nuova, non paludata, ma soprattutto volevamo essere protagonisti. In quel tempo era forte la spinta antifascista del movimento anarchico soprattutto per il garrottamento di Puig da parte di Franco che era al governo in Spagna e l’Italia non aveva mosso un dito di fronte alla crudele esecuzione. A Parma era stato assassinato Michele Lupo, un militante di Lotta Continua, e noi anarchici eravamo considerati alla stregua dei Freak; ruotavano attorno al Movimento anche personaggi incredibili. Io mi ricordo Tamara Baroni di Parma, mantide caliente e donna spregiudicata, “pasionaria” e bellissima, capelli neri corvini e un corpo splendido, guardarla era come imboccare la via del Paradiso. Ci piacevano, poi, le belle ragazze. Una in particolare, la Leopolda, che con le sue minigonne vertiginose e il suo volto splendido aveva conquistato il cuore di tutti noi, giovani innamorati della Rivoluzione.