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Archive for the ‘Analisi e Ricerche Libertarie’ Category

Una teoria Libertaria del diritto

di Domenico Letizia

Una teoria libertaria parte dal presupposto antiautoritario che l’imposizione e la coercizione sono danno per l’individuo, da queste considerazioni ogni “legge” è ritenuta non legittima perché imposta da una maggioranza su una minoranza, non condivisa e non adatta ad ogni situazione “localistica” ma programmata, pianificata, centralizzata e istituzionalizzata. Il libertarismo è contro la legge, ma non contro le regole, anzi ciò che il movimento anarchico ha insegnato all’umanità è proprio la condivisione e la partecipazione alla creazione e alla sperimentazione di regole, capacità di autorganizzazione e regole di convivenza comune, una sorta di diritto etico, non monopolizzato e in continuo cambiamento in rapporto alle situazioni e alle condizioni. Per i libertari legge e diritto non sono e non rappresentano la stessa cosa. Il diritto risulta essere il frutto dell’esperienza di vita, il risultato di un percorso razionale di conoscenza e sperimentazione. La tradizione anarchica ha ben illustralo ciò che rappresenta diritto e ciò che rappresenta imposizione. Proudhon ha tenuto distinte le nozioni di legge e di diritto dove la prima è manifestazione dell’esercizio della forza monopolizzata dallo stato, mentre il secondo comprende tutte le forme di regolazione, di mediazione e di amministrazione dei rapporti, degli interessi e dei conflitti che occupano le vicende umane, una concezione libertaria del diritto che definisco basata su rapporti antigerarchici e consensualisti. Una teoria del diritto libertaria che superi l’eterna contraddizione tra utilitarismo e giusnaturalismo e dia approccio ad una condizione giuridica di consenso e di accettazione, di “tolleranza giuridica”. L’esperto di diritto Fabio Massimo Nicosia ha cercato di strutturare tal teoria su concezioni consensualiste e di “mercato” ( inteso come frutto dell’accordo e del libero scambio). Secondo quest’ottica consensualista il “mercato”, infatti, è un meccanismo regolatore ed autoregolato delle azioni umane che funziona anzitutto come ordine politico e giuridico. Le stesse norme di comportamento o le lingue in uso presso i vari gruppi umani sono il prodotto di questo meccanismo acefalo ed autopoietico. Tutto secondo tal concezione teorica risulta essere il frutto del confronto; tutto viene, cioè, da attive e dinamiche transazioni che si possono definire, in senso lato, “di mercato”; pertanto, la stessa proprietà nasce dal mercato, non dal diritto naturale, ma quale utile, temporanea convenzione. Ma, se una convenzione è tale, non ha nulla di sacro e di definito, “perenne” e, in mutate condizioni, il “mercato” ( inteso come sintema dinamico di confronto, indipendentemente dal fatto che si tratti di merci, di idee o usi, costumi, linguaggi, ecc. ) può rivedere le proprie “decisioni” che sono sempre frutto del consenso, dell’accordo e del confronto. Tali riflessioni senza cadere in speculazioni troppo filosofiche e teoriche risultano interessanti proprio a confermare di come la legge sia frutto di un imposizione coercitiva e di come stesso le Costituzioni possono essere create, cambiate e discusse su base volontaristiche e di confronto. L’anarco-individualista americano Lysander Spooner descriveva di una costituzione senza autorità, Spooner muoveva la critica alla Costituzione Americana da un presupposto “realistico”: secondo lui un contratto, per essere valido, deve essere stipulato da persone fisiche in rapporto tra loro, messo per iscritto, firmato dalle parti. Senza questa procedura un contratto non ha alcuna autorità e non produce alcun obbligo, insomma non è frutto del confronto e della tolleranza. Interessante, insomma, sarebbe avviare un dibattito tra libertari sul diritto e sulla sua applicazione libertaria.

A Rivista Anarchica, Marzo 2011

Organizzare l’autodifesa

gennaio 4, 2011 1 commento

(…Uno squatter di Barcellona è stato ritrovato perché aveva lasciato delle impronte digitali sui volantini che distribuiva. I metodi di schedatura vanno migliorandosi senza sosta, in particolare a causa della biometria. Se la carta di identità elettronica sarà introdotta, il nostro compito sarà sempre più difficile. La comune di Parigi aveva in parte risolto il problema della schedatura: bruciando il municipio, gli incendiari distrussero i registri dello stato civile. Sono da trovare dei metodi per distruggere una volta per tutte dei dati informatici…)

Un documento interessante, continua qui: http://www.anarchaos.org/wp-content/uploads/2010/08/linsurrezione-che-viene.pdf

Sarò liberista, ma…

Carlo Romano

“Il liberismo è in crisi, ma non è morto” dice Roberto Petrini nella prefazione al pamphlet di Emilio Carnevali e Pierfranco Pellizzetti Liberista sarà lei!. Sarebbe il caso di dire, piuttosto, che non è mai esistito fuori dal puro esercizio concettuale, che le stesse esperienze qui citate come “liberiste”, per quanto ne possano aver sostenuto segmenti di ispirazione, è del tutto abusivo pensare che l’abbiano compiutamente incarnato. Nulla da eccepire, o quasi, su quel che Carnevali e Pellizzetti constatano di Reagan e della Tatcher, casomai andrebbe capito quel che non dicono dello “Stato sociale”, della cui crisi quelle esperienze sono state l’effetto più che la soluzione. Sull’ordine di questa crisi paiono d’altronde essere oggi “tutti” d’accordo, compresi i nostri due libellisti, e sono eventualmente gli spunti di riforma a dividere. Quel che rimane fuori discussione non è tanto “il sociale” quanto “lo Stato”.
Il liberalismo (il “liberismo” altro non è che questo) è una teoria sulla limitazione dell’ingerenza statale che, nelle sue conseguenze logiche, conduce all’anarchia. Carnevali e Pellizzetti se la prendono con Friedrich Von Hayek, il quale non era per la verità così radicale – concepiva perfino una qualche forma di pianificazione – e del tutto arbitrariamente lo contrappongono a Luigi Einaudi e Ernesto Rossi. Ne danno inoltre una lettura grottesca sul piano biografico, come quella di uno studioso frustrato dal successo di Keynes che ha punte caratteriali di tale ripugnanza da aver fatto di Bruno Leoni un utile e servile idiota della Mont Pelerin Society. Nozick non se la cava meglio. Del resto la preoccupazione maggiore dei due pamphlettisti sembra essere quella di stabilire ciò che è elegante e ciò che non lo è (resta inteso che le loro scelte lo sono).

Al liberalismo si è sempre rimproverato di aver pensato al mondo come se fosse nato con lui e le condizioni di partenza fossero le stesse per tutti. Le cose non stavano proprio così? “La mano invisibile” avrebbe provveduto affinché si aggiustassero spontaneamente. Per equilibrare le circostanze, i liberali pensarono che un’altra mano, quella della filantropia, potesse aggiungersi a quella “invisibile”, poiché si trova sempre qualcuno disposto per generosità o convenienza a interessarsi degli svantaggiati, mentre nessuno accetta tranquillamente di subire la solidarietà per legge attraverso il sistema coercitivo delle tasse (si vada, per esempio, al libro di Machan). Le critiche a simili principi fideistici sono in fin dei conti le stesse che si fanno alle utopie, solo che in quest’ultime le società sono descritte solitamente come un meccanismo che ha nelle inquadrate (per non dire militarizzate) posizioni dei gruppi e dei singoli i suoi ingranaggi, mentre il liberalismo si fonda sui rapporti volontari. Soffermandosi su questo aspetto, non mi sembra che si dia prova di disumanità, si dimostra viceversa di avere a cuore la libertà.

L’ha fatto recentemente anche Wolfgang Sofsky in un libriccino pubblicato da Einaudi. Sofsky insegna sociologia a Gottinga, ma come sociologo – se corresse l’obbligo di chiamarlo così – appartiene a quella tradizione, ben radicata in Germania, di un ammaestramento dove i dati quantitativi sono perfettamente dissolti nel quadro delle idee, ciò per cui la definizione di filosofo o antropologo avrebbe lo stesso effetto. A lui si deve, a mio parere, uno dei maggiori studi dedicati alla violenza (Saggio sulla Violenza, Einaudi, Torino 1998), quantomeno uno di quelli che ho letto con maggiore coinvolgimento. Non tutto quel che in seguito ho scorso fra ciò che è scaturito dalla sua penna mi ha coinvolto nella stessa misura o mi ha convinto (e per quanto possa aver letto tutto ciò in traduzione, mi è sembrato di notare uno iato stilistico fra l’uno e gli altri). Ciò nondimeno, l’accusa di “banalità” che ho visto rivolgere in certe recensioni a In difesa del Privato mi sono apparse a loro volta “banali”. È vero che la primissima parte (“tracce”) è scritta con un fin troppo evidente occhio di riguardo nei confronti di certo stereotipato “kafkismo”, ma rimane suggestiva e calzante – e chissà che non sia tale proprio in ragione del suo essere stereotipata. I capitoli successivi sono costruiti in modo meno “narrativo” ma sempre chiaro (perciò “banale”?). Non si divaga mai e si passa piuttosto di ragionamento in ragionamento (letteralmente) attraverso una concatenazione che non teme il luogo comune o l’affermazione apodittica. si evochino le flatulenze, il libero pensiero o la proprietà.

Della proprietà Sofsky attesta quel fattore di integrazione fra le persone rivendicato dal liberalismo, non quello che secondo una certa critica le estraneerebbe. Certo la definizione stessa di “proprietà” è soggetta a riflessioni non da poco, soprattutto se si pensa che il fattore di cui sopra è principalmente un rapporto giuridico, non la semplice constatazione di un possesso. In quanto rapporto di questo tipo essa ha dato vita a formule sempre più complesse che i liberali stessi hanno contestato (i monopoli) come interferenze a un corretto svolgersi degli scambi e delle acquisizioni. In qualche misura è lecito chiedersi se quello che chiamiamo “sistema capitalista” è davvero la cornice appropriata del liberalismo e del libero mercato.

L’idea che sovietismo, fascismo, roosveltismo e sistemi definiti più o meno “liberali” siano aspetti diversi di un unico sistema, “capitalistico” per l’appunto, appartiene comunque a certa dissidenza che per semplicità si può definire genericamente socialista (Bruno Rizzi) prima ancora che a Hayek, come vogliono far credere Carnevali e Pellizzetti per screditarlo come “antidemocratico” in forza della sua avversione al new deal. E la letteratura che genericamente viene definita “socialista” è meno compatta su certi temi di come si possa pensare rifacendosi alle versioni dominanti per interminabili decenni, tanto che la caduta dei regimi di osservanza moscovita le ha scalfite solo superficialmente. La ripresa lenta di studi su Marx, anche con libri che hanno ottenuto un certo successo popolare – si pensi a quelli di Wheen e di Attali, e adesso a quello del giovane Fusaro – suscita in fondo ancora sorpresa, come se ogni discorso in merito si fosse chiuso definitivamente nel 1989. Che nelle nuove riflessioni ci sia una evidente continuità con le passate dissidenze non è messo, mi pare, nel giusto rilievo. Si preferisce pensare a interpretazioni totalmente nuove o altrimenti spericolate e sensazionalistiche. Ripensare a certe tematiche proprie di Marx fuori da un canone consolidato prima dalla socialdemocrazia e poi dal comunismo sembra una inutile avventura più che la riscossa postuma di ostinate minoranze e di Marx stesso. Così, per fare un solo esempio, un pensatore che nulla ha mai concesso all’egualitarismo, si è ritrovato per un secolo prigioniero dell’unico testo manipolabile in tal senso. Ciò che a Critica al Programma di Gotha è accaduto col suddetto canone.

Libri:
Carnevali – Pellizzetti: LIBERISTA SARÀ LEI, Codice, Torino 2010
Wolfgang Sofsky: IN DIFESA DEL PRIVATO, Einaudi, Torino 2010
Tibor R. Machan: GENEROSITÀ. VIRTÙ CIVILE, Liberilibri, Macerata 2010 Diego Fusaro; BENTORNATO MARX!, Bompiani, Milano 2009

Pubblicazione: Contro la proprietà intellettuale

Con questo saggio provocatorio Kinsella ha dato il via ad un totale ripensamento delle basi della proprietà intellettuale tra i libertari. Mises e Rothbard ci avevano già messo in guardia dai brevetti, ma Kinsella va ben oltre e sostiene che la stessa esistenza di brevetti, copyrights e marchi registrati vada contro il libero mercato. Attraverso una logica stringente ed esempi persuasivi, l’autore capovolge completamente la prospettiva, che tutti noi diamo per scontata, sulla proprietà intellettuale inducendo il lettore a riflettere sull’argomento. La proprietà intellettuale, a suo avviso, è semplicemente una convenzione giuridica imposta dallo Stato e non un’estensione dell’autentico diritto di proprietà.

N. Stephan Kinsella
Contro la proprietà intellettuale
Rubbettino, 2010

(http://bub.ilcannocchiale.it/2010/11/28/kinsella_copyright.html)

Confronto tra Democrazia e Mercato

novembre 25, 2010 7 commenti

Domenico Letizia

Nelle società odierne dominate dalla burocrazia e dalle maggioranze, la “democrazia” è il bene assoluto, valore totale da rispettare e da diffondere in ogni cultura. Ma la democrazia come qualsiasi altro dogma che s’impone agli individui non è altro, in fin dei conti, il potere della maggioranza, che indubbiamente può variare o no, sulle minoranze. Ad un analisi approfondita la scelta di un governo democratico non risulta per nulla trasportatrice di valori di libertà e sovranità individuale.

Il dibattito dovrebbe portare ad un confronto tra democrazia e “leggi” della concorrenza o mercato. Se nella democrazia l’opinione della maggioranza risulta oppressiva per le minoranze, nel mercato la responsabilità con tutte le conseguenze ricade sulla scelta in sé. Ciò che va visto con attenzione è il problema dell’ “efficienza” e confrontare se questa metodologia sia rispettata nella democrazia attuale o nelle “democrazie concorrenziali ” o di mercato. Ludwing Von Mises utilizza l’argomento della democrazia affermando che la distribuzione dei voti monetari è il frutto essa stessa, del referendum perenne dei consumatori. Nozick si avvale dell’argomento della libertà ritenendo che la distribuzione di potere è nel mercato l’espressione del criterio “ ognuno in base a come sceglie a ognuno in base a come è scelto”. Risulta di facile comprensione affermare che il modello mercato è più “democratico” della democrazia attuale.
A differenza del consumatore che si muove nel mercato e nello scambio, durante le elezioni il voto non implica alcun patto tra chi “consuma” il voto e chi viene designato, se l’eletto non rispetta il programma per il quale è stato votato, non viene spazzato via dalla concorrenza in favore di un altro individuo che rispetti tali programmi o le scelte dichiarate. Se io scelgo un prodotto è questo non è di mio gradimento semplicemente lo cambio, anche dopo un paio d’ore, in democrazia non è così.
A ciò va aggiunto il carattere dispotico della democrazia che non si ritrova nel mercato, quello della scelta, dell’oppressione della maggioranza sulle minoranza. Milton Friedman, l’economista premio nobel, ha chiarito bene la differenza fra i sistemi democrazia e mercato attraverso l’esempio delle cravatte. Mentre nel mercato economico illustra Friedman, ognuno va al negozio per conto suo, di modo che ciascuno ha quello che sceglie, vale a dire ciò per cui vota (se il 51 per cento vuole una cravatta rossa, se la prende, e il 49 per cento la prende verde o come vuole) nella democrazia politica la gente vota: se il 51 per cento vota cravatta rossa, deve portarla il 100 per cento. Ciò che il mercato dovrebbe portare al modello democratico è la libertà di scelta e la responsabilità, ciò porterebbe ad un governo privo di caste imposte e ad una società a-statale. Libertà contro Dittatura. Il sistema mercato e il confronto con la democrazia è stato ben illustrato da Riccardo La Conca.

(http://notizie.radicali.it/articolo/2010-11-23/intervento/confronto-tra-democrazia-e-mercato)

Dalla crisi economia all’orgasmo sociale

novembre 9, 2010 5 commenti

Lo statalismo fa male, fa male economicamente ma soprattutto moralmente e culturalmente. Di questa crisi si è sentito parlare parecchio, soprattutto a sproposito e come sempre quando a far i danni sono i governi e il patriarca assoluto lo stato, semplicemente si addossa la colpa a qualcun altro, in questo caso “l’entità” Mercato. Che poi nessuno faccia nomi di chi di questo mercato oligarchico si è approfittato, coloro che si sono arricchiti alle spalle di milioni di individui è normale, semplicemente perché il colpevole di tanto artifizio è lo stato in quanto tale e il suo assistenzialismo capitalista, interventista: banche centrali, la creazione di moneta fasulla, l’intervento statalista per amici imprenditori e per clientele politiche, economiche e sindacali, insomma quello che è casta che però ha nome e cognome, soprattutto tra chi dovrebbe governare in nome del cittadino elettore. Ma la crisi è anche una nuova e risorgimentale opportunità, un opportunità di risveglio di orgasmo sociale, se la vita economica vissuta fin oggi è impossibile da perpetrare tocca ripartire dalle base, per r-inventare forme e sistemi economici partecipati, autogestiti, democratici insomma alternativi. Si ritorna a parlare di casse di solidarietà, di mutuo appoggio, di partecipazione, di mercato alternativo, di commercio solidale, insomma la crisi mette in luce di come ci sia bisogno di liberarsi da ciò che ha generato la crisi, soprattutto lo stato e lo statalismo riconsegnando il potere di gestione sociale al cittadino, all’individuo protagonista economico dei propri servizi e alla comunità in cui vive.
La partecipazione sociale è incentivata a svilupparsi proprio alla luce della perdita di scelta, dalla consapevolezza di un mercato ove il problema sussiste nella mancanza reale di mercato ( per intenderci, pensiamo alla circolazione della moneta, se non gira, se non è presente nelle fasce sociali il sistema economico monetario è in crisi). La libertà di scelta che può prodursi da questa crisi si ha sostenendo tutte quelle forme di mercato e mutualismo decentralizzato, solidale e autogestito.
Solo in questo modo la crisi economica si trasforma in orgasmo sociale con l’obiettivo di sviluppare l’autodeterminazione individuale delle scelte in tutti i campi dell’esistenza, questa libertà in tutti i campi produce un limite naturale allo stesso sistema “mercato”, cioè come illustrato da Pietro Adamo l’ideale “mercato” libertario si situa in un contesto in cui si incrociano istanze non solo economiche, ma etiche, politiche, sociali, e cosi via. Questa sperimentazione potenzia tutte le sfere in cui l’uomo agisce, non solo quella economica: proprio dall’interazione di queste sfere dovrebbe risultare una sorta di limite all’ambito del “mercato”.

Domenico Letizia

Mensile Libertario “Cenerentola” Novembre 2010

L’anarchismo fra politica ed antipolitica

Stefano D’Errico
Il dominio del socialismo statalista ed autoritario che haimmancabilmente prodotto il capitalismo di stato in tutti i paesi in cui s’è imposto o la socialdemocrazia (per lo più integrata nelsistema di sfruttamento, compartecipe della spoliazione del TerzoMondo), non poteva che compromettere la sinistra su basi planetarie.Il giacobinismo moderno, succube di ciò che Camillo Berneri denunciò già negli anni Trenta come mito “operaiolatra”, ha da una partecorroborato la crescita selvaggia dell’industrialesimo, la crisiambientale ed il saccheggio indiscriminato delle risorse. Dall’altraha quasi imposto un marchio xenofobo contro i contadini (considerati“retrivi” e “piccolo borghesi”) e negato (come il colonialismo) leculture astatali libere dalla soccombenza alla produzione, considerate“involute” dallo stesso Marx. L’etnocentrismo occidentale ha cosìavuto mano libera nell’imporre su basi globali il proprio modellotecnologico, culturale e religioso come “marchio di fabbrica” ed unsistema mercantile assolutamente apocalittico e fine a se stesso.Il primo revisionismo (quello autoritario) ha “sdoganato” nelmovimento dei lavoratori la cosiddetta “statualità proletaria”, ovverol’utilizzabilità del principale veicolo del sistema di sfruttamento(poiché non sono le classi a produrre lo stato, ma è lo stato che nedetermina la nascita). In ambito politico, tutto ciò ha accreditatol’utilizzazione sconsiderata dell’autonomia del partito (nuova classedirigente) in funzione totalitaria. Con buona pace di Lenin, ilcomunismo autoritario ha imposto a milioni di persone un “pensierounico” ante litteram basato sull’assurdo di un materialismo cosiddettoscientifico considerato (su basi idealistiche e deterministe) perfettoed “invincibile”, negando al contempo il metodo sperimentale ed empiriocriticista (libertario e pluralista per definizione). Tali sonole radici della ragion di stato giacobina (del partito fatto stato) e dell’assurdo di una (presunta) eguaglianza conquistabile in assenza di libertà con la dittatura del (sul) proletariato. E vi sono elementi di prossimità anche con le inevitabili accezioni del resto della“modernità” involuta, rappresentate dai totalitarismi di destra (ugualmente statalizzatori) e dalle democrazie apparenti, blindate e consociative. Tali i punti di contatto con il pensiero unico attuale(neo-darwinismo sociale e revanche del capitalismo), impostosi dopo che il crollo del socialismo autoritario ha – nell’immaginario collettivo di una sconfitta “cosmica” – trascinato con sé anche l’incolpevole socialismo libertario. A questi si può imputare infatti solo un vizio sovrastrutturale ed indotto rispetto alla propria ideologia: quello di aver buttato il bambino (la politica intesa comeautogoverno della polis) insieme all’acqua sporca (il politicismo),impedendosi infine di esprimere in tempi e modi dovuti quella critica radicale e di classe al capitalismo di stato che è parte imprescindibile della sua base fondativa dai tempi di Proudhon e Bakunin.
Oggi occorre partecipare ai movimenti radicali, progressivi e d’emancipazione riconoscendone finalmente la necessaria e strutturale pluralità. Se vogliamo riprendere il cammino interrotto non possiamo abbandonarci alle subdole trappole del revisionismo storico, tanto meno dimenticare le nostre origini, come credono di poter fare i fanatici del “post” (“post-moderno, post-socialismo, post-anarchismo”). Né adottare la “religione” del “nuovismo” (“neo-socialismo,neo-anarchismo”), per sua natura troppo eterogeneo, caotico e indistinto. I movimenti (e non vanno trascurate le organizzazioni sindacali di base che adottano un metodo libertario ed autogestionario), devono ricominciare dalla loro autonomia rispetto alla politica, negando proprio la cosiddetta “autonomia del politico”. Se devono ripartire dai propri ambiti specifici e dal territorio, costruendo una rete di democrazia diretta solidarista, associazionistica e comunalista in alternativa al centralismo ed allo stato, occorre soprattutto che imparino onestamente a subordinare la politica all’etica, perché il fine non giustifica i mezzi. Ma, al tempo stesso, non possono negare di assumersi le responsabilità che tutti coloro che sviluppano azione sociale hanno di fronte alla storia. Devono svincolarsi dalla paura di“compromettersi”, da ciò che Berneri indicava come “fobia della degenerazione” (e lo diceva criticando giustamente anche il diktatonnicomprensivo dell’astensionismo). Occorre evitare la confusione fra giudizi di merito e giudizi di valore, ovvero che passi tattici assurgano al ruolo di principi (e che i principi stessi vengano considerati inamovibili persino a fronte di una loro eventuale confutazione, sedimentino un’ortodossia integralista). Quanti vogliono cambiare le cose devono aborrire particolarismi e soggettivismi e dotarsi di un’organizzazione e di un programma collettivo flessibile e sempre riformabile. Occorre ritornare alle basi del socialismo umanitario e libertario,moralmente intransigente, eppur tollerante ed aperto alla sperimentazione. Chi vuole cambiare il mondo deve accettare strutturalmente la necessità del pluralismo e del confronto qualie lementi inalienabili. Sarebbe bene convincersi del fatto che, se è giusto perseguire la perfettibilità, non esiste la perfezione assoluta. L’idea stessa di una società “trasparente” è assolutamente totalitaria. L’idea di potere deve ridursi al diritto di poter fare. Va apertamente rifiutata a priori qualsiasi forma di dittatura, palese o occulta che sia. Il totalitarismo, sotto qualsiasi forma, non può certo costruire la libertà né, tantomeno, l’eguaglianza. In nessun caso, neanche di fronte al cambiamento radicale o alla rivoluzione, si è da soli, ed anche qualora si fosse maggioranza (come capitò agli anarchici spagnoli), la cosa di per sé non esime dalla politica. Occorre quindi tener sempre presente a priori che sono necessarie delle alleanze, riconoscendo l’alterità delle forze in campo e delineando un progetto gradualista che non si ponga in contraddizione con il fine ultimo. Sapendo prefigurare e concordare percorsi comuni con altre forze, senza nessun tabù sulla politica né complessi d’inferiorità o chiusure settarie. Non si tratta di accettare quel riformismo che vuole solo “aggiustare” l’esistente, ma neppure di abbandonarsi ad un massimalismo totalizzante che nega la necessità di una politica dei piccoli passi. In ultimo, proprio il “fine” va concepito come un (problematico) inizio: non esistono palingenesi sociali.