Lo sbaglio di Rothbard

Murray Rothbard, “Nazioni per consenso” in AA.VV., “Nazione, cos’è”, Leonardo Facco Editore, 1996. – L. 12.000

citazione di un passo:

“Una società interamente privatizzata non avrebbe assolutamente frontiere aperte. Se ogni pezzo di terra in un paese fosse posseduto da qualche persona, gruppo o società ciò significherebbe che nessun immigrante potrebbe entrarvi se non è stato invitato ad entrare e se non ha ottenuto il consenso ad affittare od acquistare la proprietà. Un paese totalmente privatizzato sarebbe chiuso quanto i singoli abitanti e proprietari desiderano”.

critica:

Qualunque teoria della proprietà che voglia essere libertaria ed evitare l’effetto-gabbia non può che muovere da una premessa comunista: occorre cioè assumere che, in origine, tutti hanno in comune la proprietà del mondo. Rothbard riconosce la moralità di tale ipotesi, ma la respinge come irrealistica in nome della separatezza degli individui e dell’impossibilità che ognuno possa possedere effettivamente l’intero mondo; egli denota però così limiti di cultura giuridica, dato che l’istituto (privatistico) della comunione ben consente di immaginare che ognuno possa essere proprietario del mondo pro quota. Ecco allora che il comunismo originario non impedisce affatto che le quote possano circolare e dar vita a un mercato, consentendo detenzioni individuali ed eventualmente legittimando la stessa divisione della comunione.
Tale concezione (quella secondo cui il mondo è originariamente di proprietà comune di tutti gli uomini), è dominante nel cristianesimo primitivo, ma non è affatto estranea nemmeno alla tradizione del liberalismo classico. Non si spiega altrimenti, ad esempio, la “clausola di Locke”, in base alla quale l’appropriazione è illegittima se ne derivino privazioni per gli altri. E si noti che Rothbard, il quale fondamentalmente recepisce la concezione lockeana della proprietà, ne respinge proprio la “clausola” di ragionevolezza, aprendo così la strada alla aberranti conseguenze indicate.
Analoga impostazione si rinviene in tutti quei liberali classici (compreso Bastiat), per i quali il fondamento giustificativo della proprietà è nella produzione, dunque nell’utilità che, attraverso essa, si procura agli altri. Si veda ai tempi nostri la scuola dei property rights (Demsetz e Alchian), o James Buchanan, secondo i quali la proprietà scaturisce da un contratto, se si vuole da una convenzione, e non mai da un atto unilaterale di imperio accompagnato dall’enunciazione di un mistico diritto naturale.
Ma se nasce dallo scambio, la proprietà ne reca i segni, non essendo pensabile che dall’accordo possa scaturire il dominio di uno degli scambisti sull’altro, o il peggioramento delle condizioni di uno di loro. Nella peggiore delle ipotesi, il non proprietario si sarà quantomeno garantito un diritto di passaggio e di circolazione, nonché, si direbbe, di accesso a una quota di risorse naturali. Ciò intacca allora il mito dello ius excludendi alios, che a questo punto appare più un frutto “legislativo” e imperativo, che non il prodotto di libere interazioni di mercato.
Rothbard muove da una visione restrittiva della natura umana, imperniata attorno al concetto di lavoro stanziale, che attraverso, l’occupazione, fonda il diritto di proprietà. Il nomade non ha diritti sulla terra. Eppure l’uomo è anzitutto un animale dinamico, la sua azione implica movimento; nella sua natura non v’è domanda di proprietà fondiaria più di quanto non vi sia domanda di spazi aperti. Se perciò è lecito fondare diritti sulla natura umana, tra essi vi è sicuramente un qualche diritto di circolazione, che limita ab origine il diritto di proprietà altrui.

Citazione da: L’opinione di un libertarian di Fabio Massimo Nicosia

  1. giugno 27, 2010 alle 10:21 pm

    A me sembra che anche Nicosia vada fuori bersaglio: si può anche semplicemente riconoscere la proprietà privata come una istituzione sociale nata dall’evoluzione delle relazioni fra gli individui, e quindi evitare lo spinoso problema del doverla giustificare moralmente su base razionale; non vedo però come questo escluda di per sé l’ipotetica (ma inverosimile) realizzazione di un mondo fatto di terreno totalmente posseduto da proprietari che negano il diritto di passaggio. Questa è una fissa di Nicosia, mi ricordo che ne parlò anche su POL. Il fatto è che è impensabile che si possa giungere ad una situazione del genere visto che l’uomo non è un albero e che il movimento, che sia o meno un diritto naturale, è funzionale a mille aspetti dell’esistenza umana.

  2. Domenico Letizia
    giugno 27, 2010 alle 10:38 pm

    Ciao Z, sono d’accordissimo con quanto detto da nicosia, e quanto descritto della proprietà. Nel tuo commento vedo un rafforzativo a quello che penso, ti spiego:

    “Il fatto è che è impensabile che si possa giungere ad una situazione del genere visto che l’uomo non è un albero e che il movimento, che sia o meno un diritto naturale, è funzionale a mille aspetti dell’esistenza umana.”

    condivido quello che hai scritto appunto perchè la proprietà è il frutto anch’essa di interazioni e del mercato, è frutto dello scambio, ecco perchè ritengo vitale il passaggio di Nicosia, non condivido l’ultimo Rothbard delle nazioni del consenso, e aggiungo, proprio questa concezione della proprietà intesa come frutto del mercato parte da quei presupposti di : “libertà di” ( che intende movimento, mercato e libertà) e non di: “libertà da” ( che intende staticità, nonevoluzionismo e conservatorismo per riallacciarmi al post che scrissi un pò di tempo fà..)

  3. giugno 28, 2010 alle 5:45 am

    A me pare che Nicosia cerchi di tirare l’acqua al suo mulino proponendo anche delle inesattezze epistemologiche di fondo e dei gravi errori di obbiettivo nella sua critica.
    Anzitutto Nicosia pare in apparenza rivendicare il disconoscimento di Rothbard della clausola di Locke (ripresa poi da Tocqueville e da altri pensatori liberali classici e libertari) la quale propone di riconoscere a chi lavora e produce in un terreno legittimamente di nessuno, il diritto di proprietà e quindi di essere proprietari.
    Nicosia rovescia più o meno abilmente la questione rappresentandola come un torto/misconoscimento di Rothbard di tale principio, salvo poi (sempre Nicosia) sbarazzarsene una volta gettato il sospetto di apostasia dal pensiero liberale di Rothbard e dell’anarcocapitalismo.
    Di fatto qui Nicosia tende rawlsianamente a volersi fare portavoce liberal di un finto liberalismo classico utile maschera per erodere “la terra sotto i piedi” a Rothbard e al suo ragionamento.
    L’unanimismo di Nicosia nei confronti di un fantomatico prossimo o di una predeterminato noi quale base per qualsiasi usufrutto di diritto comunitario positivo richiesto in funzione dell’uso della terra appare inesistente oltre che a priori irrealizzazbile e te lo dimostro con due esempi.
    Primo esempio: Fidenato deve coltivare mais OGM nella sua proprietà, ora dato che Nicosia non ne riconosce il diritto di possesso del terreno (seppur regolarmente acquisito) di fatto imporrebbe seguendo il suo ragionamento (ammesso che lo possa fare nell’esempio ovviamente) a Fidenato di dover richiedere il consenso non solo di 60 milioni di cittadini italiani, ma di tutti miliardi di abitanti presenti sulla Terra (e questo al di là che tali abitanti della Terra utilizzino o beneficino direttamente o potenzialmente dell’acquisto/alimentazione dei prodotti coltivati da Fidenato).
    Mi pare evidente come allora seguendo il ragionamento di Nicosia, l’unanimità di scopo non solo non verrebbe mai raggiunta ma tenderebbe a negarsi/nascondersi dietro il retorico diritto della maggioranza (altra invenzione del diritto positivo).
    Volendo adoperare in chiave omnicomprensiva tale sondaggio planetario per il consenso di ogni bene o prodotto realizzato o consumato sulla Terra da parte dei singoli individui (dato che parliamo di sottrazione/uso di un bene collettivo) in pratica dovremmo permanentemente per i prossimi centinaia di anni decidere e decretare ogni minima azione compiuta da un individuo al solo scopo di ottenere o delegare tale istanza collettiva.
    Il problema di tale prassi non solo è legata all’impossibilità di realizzazione temporale di tale operazione, ma addirittura l’impossibilità di realizzarla in tempi certi, inoltre ipotizzando che per davvero non esiste alcun organismo che presieda tale sondaggio non si capisce come potrebbe realizzarsi (per non parlare dell’assurdità tecnoburocratica surreale che ne deriverebbe in primis sulla piena condivisione dei quesiti).
    Ecco quindi come la proprietù e l’azione umana è di fatto una libera azione decisa su diritto negativo senza bisogno di essere assistita o delegata o decisa da altri laddove questa umanamente tende a svolgere il soddisfaciamento di un bisogno o di una azione.
    La visione dei liberal e dei progressisti più estremi tende invece a voler camuffare tale soddisfacimento del bisogno entro la keynesiana domanda demandata ad autorità superiori o mediante leggi e regolamenti che di fatto ne negano l’effettivo svolgersi (e alla lunga soddisfacimento) dell’azione/bisogno stesso (basti pensare alla Korea del Nord o all’URSS).
    Secondo esempio, in un lontano futuro gli esseri umani saranno in grado di colonizzare pianeti e viaggiare nello spazio, questi andranno a colonizzare pianeti e satelliti alla ricerca di risorse o semplicemente di nuove zone per abitare.
    Tale emigrazione avviene entro il contesto di luoghi disabitati e sconosciuti, ebbene tali luoghi disabitati e sconosciuti a priori non possiedono alcun diritto di proprietà dato che il suo significato è convenzionalmente legato all’essere umano e al suo significato/ruolo attivo nel contesto.
    Ergo i primi coloni potranno rivendicare nei terreni dove questi si sono insediati un loro prioritario diritto di proprietà dato che ciò si collega anche con il loro diritto prasseologico all’azione umana.
    Ecco quindi che tale azione (di non aggressione dato che immaginiamo un contesto inabitato in precedenza) non lede alcun diritto collettivo sul pianeta.
    Tali abitanti-pionieri non ledono o non devono richiedere il permesso neppure alla loro madrepatria o centro di controllo della spedizione dato che questi cercheranno di operare con il criterio della ragione umana e del buonsenso per centinaia di operazioni/funzioni di routine (mangiare, dormire, ascoltare la musica, leggersi un libro, farsi una passeggiata).
    Non vedo allora alcun diritto collettivo infranto nè quale presupposto alla loro azione.
    D’altronde il discorso dei coloni spaziali tende ad essere simile a quello dei coloni inglesi in America con ciò che ne consegue (come ha trattato nei suoi romanzi Heinlein).
    Il diritto di secessione è basato sulla proprietà e sulla libera prasseologica azione/scelta/discrimine degli individui.
    Mi pare che Nicosia voglia sempre fondare i suoi presupposti su istanze collettiviste e comunitariste che appaiono poco convincenti.
    Tanto più che tal ragionamento lo abbiamo già discusso in merito all’articolo sull’anarcocapitalismo e il rapporto con la privatizzazione della terra e dell’acqua.
    Mi pare allora che l’articolo punti consapevolmente verso la questione diritto positivo connaturato all’uomo come pseudolibertà “di” anzichè libertà “da”.
    Inoltre non capisco cosa voglia dimostrare paragonando Locke e Rothbard nel tentativo di confutare il secondo a partire dal primo.
    Rothbard non contesta minimamente Locke in quanto lo ritiene il caposaldo originario dal quale partire ponendo quindi una continuità evolutiva e radicale al discorso di Locke stesso.
    Mi pare inoltre che Nicosia tenda semmai a non sottolineare l’unico aspetto discutibile di tipo valorial-connotativo dato dal secondo Rothbard, quello della svolta ideologico-politica paleolibertaria.
    Appare evidente come la visione promossa come chiusura proprietaristica dei confini territoriali sia possibilità potenzialmente egotica dal punto di vista delle possibilità di scelta individuali ma francamente poco funzionale allo standard di vita anarcocapitalista (si pensi ai leghisti).
    In un ambito anarcocapitalista la visione proprietaristica non necessariamente implica che l’intera comunità sia chiusa o decida collettivamente come pare talvolta sia Hoppe che Rothbard demandare.
    Di fatto basterebbe che un proprietario di confine voglia cedere liberamente le sue proprietà ad un pubblico utilizzo o passaggio e certamente si creerebbero corridoi o nuovi percorsi di accesso alla comunità anche da parte degli stranieri.
    Il sistema rizomatico di comunicazione e di sviluppo proprietaristico di una enclave pone razionalmente la possibilità di una sua configurazione tendente alle secessioni interne o alle flessibile differenziazione e specializzazioni di configurazionale-sociale laddove i membri di tale enclave o sottoenclave rivendichino differenti atteggiamenti comportamentali (nel rispetto della non aggressione).
    E’ quindi sempre possibile che tra proprietari esistano persone più o meno tolleranti e disponibili magari filantropicamente a far erigere una moschea o lasciare l’edificazione di un campo rom sulla propria proprietà legalmente acquistata e detenuta.
    Cosa farebbero gli altri proprietari?.
    A mio parere poco o nulla se non una secessione o nel tempo una progressiva distacco tendente a costituire dall’enclave di partenza due differenti enclavi (con possibili trasmigrazioni verso le varie enclavi dei possibili aderenti ai due differenti atteggiamenti), oppure realizzando un sistema frontaliero tra le due enclavi (entro un modello conferederativo di sottoenclavi interne) con un canale di comunicazione utile per dinamizzare e favorire potenzialmente l’uso utilitario dei bassi costi di manodopera o di presenza di regole per sviluppare regole o opportunità di lavoro non possibili nelle altre sottoenclavi o zone urbane (vedi modello Chinatown a NY ad esempio).
    Bisogna inoltre far notare come da parte di molti libertari si voglia leggere la visione dell’enclave anarcocapitalista entro gli stessi crismi della società delegata dallo Stato anzichè come formale convenzione nominale e di interscambio tra individui di attività e merci.
    Di fatto l’enclave intesa come organismo funzionale in sè (politicamente) non esiste o non dovrebbe esistere almeno per le forme di libertarismo anarcocapitalista, esiste invece il libero diritto degli individui di scegliere ed operare alcune transazioni e scambi di beni e servizi (di fatto io mi immagino lo sviluppo di una enclave e di una città proprietaria come il diverso raccordo/allacciamento presso differenti servizi privati in competizione tra loro della mia casa così pure di tutte le altre entro le loro libere scelte, non mi immagino alcuna confraternita o fratellanza corporativa e ideologica in tale scelta come pensano i leghisti, ma semplicemente la stessa discrepanza orientativa che assistiamo oggi tra le varie persone al momento di scegliere il proprio operatore di telefonino.
    Appare quindi evidente come non necessariamente entro le enclavi si debbano realizzare forme di amministrazione corporativa, anche se con l’andare del tempo il rischio che un operatore possa produrre in sè per sè tutti i servizi a partire dal proprio punto di monopolio/clientela è possibile sebbene non auspicabile neppure da parte dei libertari.
    Ritengo semmai come in una enclave anarcocapitalista attualizzabile (leggasi città o quartiere) se lo Stato sparisse si svilupperano almeno inizialmente, e si spera anche in seguito, zone miste e financo frattaliche/frammentate di operatori e snodi di servizi plurimi tali da produrre un incontro di domanda e offerta senza al momento pensare a Seasteading o a forme di mobilità urbana di residenza letterale; questo è ciò che penso quando parlo di società anarcocapitalista).
    Ecco quindi che il problema del Rothbard paleolibertario è teorico ma poco utilitaristico nella presentazione delle situazioni in merito alle politiche immigratorie e tende un pò come Hoppe a radicalizzare o mostrare aspetti populistici o ultradifensivistici e restrittivi più verso le minaccie straniere che nei suoi sviluppi di funzionamento interno laddove potrebbero non esserci (ma qui ovviamente salta fuori la questione e la finalità politico-ideologica già in precedenza tratteggiata anche qua in alcuni miei post sul paleolibertarismo in questo sito).
    In conclusione mi pare che la questione di Nicosia mal si ponga in quanto tende a negare a priori le teorie liberarian americane a partire dalla proprietà dimenticando la dinamica di stratificazione storica e sociale delle proprietà dei beni e dei loro utilizzi.
    Di fatto un ragionamento marxiano quello da parte sua, invocando non troppo velatamente la distruzione della proprietà privata con tanto di esproprio proletario proprio come un comunista.
    Mi pare inoltre molto miope da parte sua voler criticare a partire da un ragionamento parziale e poco approfondito di Rothbard (e da Rothbard stesso e per certi versi pure da altri libertari tranne forse D. Friedman) sul diritto di passaggio, l’intero concetto di proprietà (a fondamento addirittura del pensiero originario e di partenza dello stesso Locke) a priori.
    Lo schema di Nicosia appare volutamente capzioso e tendente a definire l’assenza di interazione tra soggetto e oggetto e la negazione del diritto di scelta quale fondamento dell’azione umana.
    Non si comprende inoltre come secondo Nicosia si dovrebbe configurare la società senza proprietà, inoltre non si comprende come questa debba essere necessariamente meno violenta e ingiusta (viste poi le premesse di assenza di proprietà) da parte dei singoli individui.
    Mi pare che Nicosia insomma ricalchi l’utopismo della propaganda del socialismo reale come “mondo del Bengodi o Eden in terra” senza dichiarare obbiettivamente come tale situazione da lui implicitamente proposta di fatto sfoci necessariamente in un modello Statuale basato sulla violenza hobbesiana dei mezzi perseguiti e sottratti violentemente al prossimo.
    Coloro che sottraggono i beni teoricamente non solo pongono una aggressione sugli altri (e i loro diritti positivi all’uso) ma di fatto ne divengono proprietari e detentori violenti.
    Di fatto una logica molto simile a quella della sovietizzazione dei mezzi di produzione, che di fatto tendono ad essere di proprietà del fantomatico “tutti-Stato” retoricamente, ma concretamente dello Stato-Dittatore di turno.
    Quindi Nicosia cerca di girare attorno alla questione di Rothbard per arrivare di fatto a negare Locke (e il diritto di proprietà alla base anche del liberalismo classico) proponendo la sola trita visione comunista.
    Ciao da LucaF.

  4. giugno 28, 2010 alle 5:59 am

    Aggiungo solo a quanto già scritto, come lo sbaglio di Rothbard sia al massimo di formalizzazione comunicativa del proprio pensiero (vedi sopra riferimento al dato ultradifensivista e politico-ideologico privilegiato sempre come tattica divulgativa alla fine) anzichè di principio (proprietaristico).
    Non accorgersi di ciò (e neppure della chiara differenza e dicotomia tattica e strategica di finalità adottata) tra il pensiero libertarian mainstream e tout court di Rothbard e quello paleolibertario (o conservatore cultural-politico in senso stretto e pratico) su come far sviluppare/difendere il diritto di proprietà è cosa alquanto grave per uno come Nicosia.
    In particolare se le sue riflessioni non vogliono volutamente evitare di esaltare tali questioni (nel tentativo di voler demonizzare e mortificare il libertarianismo per questioni di preferenza ideologica soggettiva) agli occhi di chi mastica poco le idee libertarie (non mi rivolgo a te Domenico, ma in generale).
    Le opinioni di Nicosia sono una scelta culturale e soggettiva ovviamente legittimamente personale le quali però rientrerebbero indirettamente entro un riconscimento egotico-proprietaristico concettuale da parte del diritto naturale e degli altri libertari, seppur potenzialmente dannose per chi non la pensa come lui (in particolare se le sue idee fossero applicate/imposte a tutti gli altri).
    Ecco perchè i libertari anarcocapitalisti partendo dalla libertà possono riconoscere tranquillamente (pur entro i crismi di non aggressione alle cose e altrui persone) agli anarchici e anarcocomunisti (e financo ai socialisti non coercitivi) la possibilità di manifestare e realizzare tra di loro le loro forme speculative collettiviste.
    Il problema è che non avviene mai a senso inverso, ed evidentemente il motivo non è di tipo solamente epistemologico, ma semmai di effettivo scopo finale (oltre che di rapporto sociale tra individui) come ho già in parte accennato sopra….
    Ciao da LucaF.

  5. Domenico Letizia
    giugno 28, 2010 alle 9:02 am

    Ottima discussione, scopo dell’articolo è unico. accertato che il sistema mercato è il migliore e il più democratico ( concedetemi il termine) la questione sta nel creare le capacità per cui tutti possano accedere al mercato.

    “In un ambito anarcocapitalista la visione proprietaristica non necessariamente implica che l’intera comunità sia chiusa o decida collettivamente come pare talvolta sia Hoppe che Rothbard demandare.”

    ecco si tratta di analizzare pragmaticamente questo passaggio da luca riportato… perchè appunto la proprietà è anch’essa frutto dello scambio ( da quello di opinioni a quello diciamo economico, mercato).

    “Il problema è che non avviene mai a senso inverso, ed evidentemente il motivo non è di tipo solamente epistemologico, ma semmai di effettivo scopo finale (oltre che di rapporto sociale tra individui) come ho già in parte accennato sopra….”

    questa considerazione va analizzata, 1) perchè il mondo dell’anarchismo classico è influenzato ancora da certo fasciolibertarismo ( denunciato però: Renzo audisio, Luigi Corvaglia ecc…) perchè l’anarchismo punta ancora parecchio al marxismo nonostante la sua ala liberale ( Pietro Adamo, Berti ecc…) 2) quei anarchici che hanno capito che la libertà deve essere anche nella gestione del modello economico anche se provenienti dal filone classico finiscono per definirsi non più anarcocomunisti ( ma l’apertura ce lo stesso però) in quanto etichetta che non raprresenta più i propri valori integralmente, insomma come nel manifesto di questo blog: Semplicemente Libertari. Da qui nasce il confronto da questo anarchismo da me condiviso che ripulisce il pensiero dai dogmi e presupposti del marxismo per dar spazio davvero ad una scienza della libertà e in quanto tale sperimentale…

  6. d
    giugno 30, 2010 alle 9:23 am

    Non esiste, metafisicamente et ontologicamente ( due piani diversi , oltre ogni apparenza ) un solo proprietario sulla terra.
    Ora essendo noi tutti possessori siamo amministratori.

    Ciò per questioni terminologiche.

    Venendo al problema: Nicosia fà il comunista e fà male.

    Quel che dovrebbe esser chiaro è che SI la terra è di tutti ma solo in trmini usufruttuari ossia ognuno deve esigere IL RISPETTO.
    Dove lo si apllica il rispetto? Nel fare, utilizzare, trattare secondo Giustizia i propri possedimenti ( le proprie “proprietà” ).
    Gli ogm ad esempio sono una cazzata.
    Fidenato è , in tal condizione, un criminale se li usa per un fine alimentare.
    In fin dei conti è un servo.
    Se li usasse per fini industriali andrebbe bene ma il problema è che la stessa industria è intrinsecamente oppressiva (quindi come si muove è in torto).

    Il mondo è di tutti solo nella purezza dell’insieme ossia non bisogna violentarlo; ciò nel rispetto della saluta ergo delle “proprietà” ossia i possessi corporei di tutti.
    Il ché comporta l’integrità della Terra e quindi la completa valorizzazione.

    BASTA CHE LA MERDA E’ DA UNA PARTE CHE SI CREA SQUILIBRIO. Può riequilibrarsi come divampare…così nacque e si divulgò lo stato perché non fu distrutto.

    Una cosa Luca : La critica di Nicosia a Rothbard mi ricorda la tua ad Hoppe.

    O si prendono entrambe o si negano entrambe. tertium non datur…

    p.s. L’idea di Nicosia è insensata da due punti di vista:

    a) perché lasciare il passaggio se sono possessore di molte terre? sono mie…EPPURE NON LE CONTROLLO

    b) come cazzo pretendi di passare sulla mia terra. La guardo, ci sto, la lavoro. C’è la strada lì , non scassare…MA LA “PROPRIETA'” E’ ALQUANTO PICCOLA…

    forse nel mezzo…

  7. d
    luglio 1, 2010 alle 7:37 am

    interpretazione d Rothbard e Nicosia :

    a) frontiere chiuse significa frontiere aperte ma a discrezione di chi le possiede. Idema per quanto riguarda il passaggio su Terra.

    c) le privazioni agli altri vanno intese come danno non come privazioni

    d) il comunismo originario dei beni naturali ( i 4 elementi ) è DOVUTO perché essi sono vita per l’uomo.

    ERGO

    Proprio per il comunismo intrinseco non si può far del male a chi si caccia dalla propria proprietà come non si possono sfruttare nocivamente le proprie proprietà.
    Tutto fluisce anarcocapitalisticamente tenendo conto di tali cose che sono BASILARI affinché non si abbia crimine.

  8. Ingmar
    luglio 7, 2010 alle 2:04 pm

    Basta tacciare di comunismo tutti, non siamo Berlusca! Sia chiaro che libero mercato e capitalismo sono due cose diverse. Mettiamo che 400 enormi proprietari dettino le condizioni di lavoro a milioni di persone, a queste non viene dato accesso al mercato e i proprietari possono decidere di dargli il solo il tanto giusto per mantenerli in vita e operosi (e il liberalismo anarchico o meno si oppone giustamente a che uno stabilisca limiti arbitrari a quanto uno deve possedere ed al suo tenore di vita), e perchè possano comprare a basso costo nelle loro grandi distribuzioni. Questi avrebbero diritto a riprendersi la loro terra, diciamo che possono. Questo è uno dei motivi per cui senza stato questo sfruttamento e questa disparità dovrebbe essere molto ridotta. La proprietà non deve essere violata, ma è necessario che venga riconosciuta dalle persone intorno e che tutti abbiano accesso alle proprietà necessarie al proprio lavoro autonomo, di modo che in caso di lavoro dipendente non siano appesi alla volontà di una minoranza abbiente a cui devono rivolgersi. Questo era un mio contributo, ispirato dai vostri.

    • Domenico Letizia
      luglio 8, 2010 alle 1:56 pm

      ” Mettiamo che 400 enormi proprietari dettino le condizioni di lavoro a milioni di persone, a queste non viene dato accesso al mercato e i proprietari possono decidere di dargli il solo il tanto giusto per mantenerli in vita e operosi (e il liberalismo anarchico o meno si oppone giustamente a che uno stabilisca limiti arbitrari a quanto uno deve possedere ed al suo tenore di vita), e perchè possano comprare a basso costo nelle loro grandi distribuzioni. Questi avrebbero diritto a riprendersi la loro terra, diciamo che possono. Questo è uno dei motivi per cui senza stato questo sfruttamento e questa disparità dovrebbe essere molto ridotta. La proprietà non deve essere violata, ma è necessario che venga riconosciuta dalle persone intorno e che tutti abbiano accesso alle proprietà necessarie al proprio lavoro autonomo, di modo che in caso di lavoro dipendente non siano appesi alla volontà di una minoranza abbiente a cui devono rivolgersi. Questo era un mio contributo, ispirato dai vostri.”

      concordo. ben detto

  9. Ingmar
    agosto 18, 2010 alle 1:42 am

    Non passavo da un po’. Grazie per l’apprezzamento e per la mail. Guarderò il link.

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