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La Repubblica Partenopea del 1799

Delizio questo blog con un avvenimento storico poco conosciuto ma molto importante ed interessante.


”La bandiera della Repubblica Partenopea”

La Repubblica Partenopea del 1799 fu un governo repubblicano di orientamento patriottico-giacobino stabilitosi a Napoli nel 1799. Conquistata Napoli dalle truppe francesi dello Championnet (23 gennaio 1799), i patrioti che, impadronitisi di Castel Sant’Elmo, il 22 avevano proclamato la Repubblica Partenopea (mentre Ferdinando IV si rifugiava a Palermo) chiesero al generale francese di riconoscerla e di nominare un governo provvisorio. Ottenuta l’approvazione dello Championnet (23-24 gennaio), fu così creato un governo provvisorio di venti membri, poi allargato a venticinque (11 febbraio), tra cui erano C. Lauberg (che ne fu il primo presidente), I. Ciaia (divenuto presidente alla fine di febbraio), M. Delfico, M. Pagano. Il governo si articolò in sei “comitati” (centrale, militare, di legislazione, di polizia generale, di finanza, di amministrazione interna), che formavano l’Assemblea legislativa ed esercitavano il potere esecutivo in attesa dell’organizzazione definitiva del governo.
Gli inizi della Repubblica furono difficili, perché essa era sottoposta in pratica alla dittatura del comandante delle truppe francesi, anche se lo Championnet mantenne un atteggiamento benevolo nei confronti del governo provvisorio (fece allontanare il commissario del direttorio Faipoult, troppo severo). Il primo governo provvisorio poté varare una sola legge importante, quella che aboliva i fedecommessi e le primogeniture (29 gennaio 1799), mentre non poté andare per il momento in porto la legge per l’abolizione della feudalità. Il 14 aprile un nuovo commissario francese, A. J. Abrial (arrivato il 28 marzo in sostituzione del Faipoult), operò una riforma del governo della Repubblica: fu così istituita una commissione esecutiva di cinque membri, affiancata da una commissione legislativa di venticinque membri. Il secondo governo della Repubblica Partenopea approvò il 25 aprile la legge di eversione della feudalità, sulla base di criteri relativamente radicali, che non poté però avere neppure un principio di attuazione in conseguenza della piega presa dagli avvenimenti. Non si arrivò invece ad approvare il progetto di costituzione preparato dalla precedente commissione legislativa (e dovuto soprattutto a M. Pagano).
Mentre a Napoli si sviluppava questa vivace attività di governo, nelle province — dove pure la Repubblica era stata accolta favorevolmente da una parte del ceto medio — la situazione andava precipitando. Il cardinale Fabrizio Ruffo, sbarcato con l’assenso regio il 7 febbraio in Calabria con pochi compagni, facendo leva sull’odio delle masse contadine nei confronti dei proprietari, identificati sommariamente nei giacobini, era infatti riuscito a impadronirsi rapidamente della regione avanzando poi in Basilicata e nelle Puglie. Successivamente, nell’aprile, le notizie delle sconfitte subite dalle truppe francesi in Lombardia nella guerra contro gli Austriaci costringevano i Francesi a sgomberare le Puglie e poco dopo tutto il regno. I repubblicani dovettero quindi difendersi da soli contro le preponderanti forze del cardinale Ruffo avanzanti su Napoli, che fu investita il 13 giugno. Dopo una disperata resistenza al ponte della Maddalena e poi nei castelli della città, i patrioti scampati alle stragi operate dalle bande sanfediste e dai “lazzaroni” insorti ottennero una onorevole capitolazione (19-23 giugno), offerta dal Ruffo ma non accettata da H. Nelson (che aveva appoggiato con forze navali inglesi i Borboni) e dichiarata poi decaduta l’8 luglio dal re, appena giunto a Napoli. Ebbe così inizio l’esecuzione dei patrioti napoletani, giudicati dalle giunte di Stato nominate da Ferdinando IV; più di cento repubblicani furono impiccati o decapitati, e tra questi i più bei nomi dell’intellettualità napoletana (M. Pagano, E. Fonseca Pimentel, I. Ciaia, D. Cirillo, V. Russo) e l’ammiraglio F. Caracciolo contro cui Nelson nutriva particolare astio.

  1. Angelo
    settembre 24, 2010 alle 7:25 am

    l’uso del termine patrioti per indicare dei collaborazionisti con uno straniero invasore mi lasci alquanto perplesso. se essi sono patrioti i napoletani che difesero la propria patria che sono?

  2. Flavia
    settembre 10, 2011 alle 3:47 pm

    In effetti l’uso del termine patriota potrebbe sollevare, a ragion veduta, un dubbio come il tuo. Per chiarire meglio la situazione, però, mi sembra opportuno ricordare che i francesi non entrarono a Napoli come invasori, ma sollecitati e invocati dal governo della repubblica partenopea che si era instaurata in seguito alla fuga del re in sicilia il quale, purtroppo, aveva lasciato la città di Napoli sprovvista persino della sua flotta navale, il fiore all’occhiello delle forze armate napoletane. Infatti, il re, nel tentativo di mettersi al sicuro, aveva fatto bruciare molte delle navi della marina. Per rispondere alla tua domanda e non divagare aggiungo che, il patriottismo è un orientamento di carattere sentimentale ed anche etico volto a migliorare le condizioni di vita del proprio paese , anche a costo di sacrifici personali e della vita stessa. Non possiamo negare che i giacobini napoletani avessero quel sentimento e quegli intenti anche nel cercare di portare avanti riforme che abolissero vecchi privilegi di antico regime. Aggiungo, a maggior chiarezza che di patriottismo si può parlare quando l’adesione a progetti di miglioramento per la patria sia classificabile come un un atto di volontà che proviene da cittadini liberi ed eguali e non da sudditi. In questo senso dunque, i sanfedisti che si sentivano sudditi e che dovevano solo restituire la città al potere monarchico non erano propriamente patrioti. Inoltre, quale sentimento di amore per il proprio paese poteva spingere a mantere al potere un re che aveva abbandonato la propria città al suo destino, militarmente sguarnita dopo aver impoverito i banchi della città? In sostanza, i lazzaroni, si sentivano meno coscienza collettiva, meno popolo e dove non c’è un popolo non esiste una patria. Aggiungo, sempre per chiarire il mio pensiero, che molti dei patrioti scampati alla sanguinaria repressione di Ferdinando IV, dopo il 1799, hanno partecipato ai moti rivoluzionari che hanno portato all’unità d’Italia, la nostra patria.

  3. Frauragluctig
    febbraio 14, 2012 alle 6:57 pm

    Che scienza.

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