Il mito Americano in ottica libertaria

gennaio 29, 2011 4 commenti

Lo studio della cultura e della storia americana statunitense, soprattutto secondo un ottica libertaria, crea davvero innumerevoli sorprese agli occhi di un osservatore o ricercatore europeo. Sostanziali differenze storiche dividono l’America della frontiera nata libera e l’Europa dell’oscurità e delle monarchie assolute. Cosa aspettarsi d’altronde dal paese che è nato con una rivolta fiscale, padre di colui che è stato l’apologeta della Disobbedienza Civile: Henry David Thoreau e dei referendum per la legalizzazione della marijuana. Gli Stati Uniti vantano di una tradizione libertaria autoctona sconosciuta agli europei, avversa ad ogni ragionamento di matrice marxista, autori come Spooner, Stephen Andrews, lo stesso Thoreau, Benjamin Tucker, William Greene, Josiah Warren, John Henry Mackay, ecc .. La cultura libertaria americana è impregnata di principi radical-liberali dei padri fondatori quali Jefferson ( colui che disse: Il Governo migliore è il governo che governa meno) e questa è presente in tutta la tradizione anarchica e libertaria statunitense. Jefferson, non aveva fiducia in nessuno, né nei ricchi né nei poveri. Egli aveva imparato le lezioni insegnate da Machiavelli, che fondeva la teoria politica al potere. In altre parole Jefferson capì le difficoltà di conservare la libertà, visto che la classe dirigente sempre s’interessa di concentrare più potere nelle sue mani. La teoria jeffersoniana, in effetti, va sempre collegata a un’ispirazione politica individualista. Il padre dell’indipendenza americana propugnava una concezione della libertà che oggi viene detta negativa e che, difendendo lo scambio come luogo di incontro di libere volontà, cercava in primo luogo la minimizzazione della coercizione. Nota è la tesi secondo la quale ogni generazione ha il pieno diritto di darsi regole e autorità del tutto nuove. Poiché gli uomini nascono liberi, gli uomini di domani devono sempre poter disporre della facoltà di ricreare di nuovo quel patto che hanno sottoscritto al termine della loro lotta contro le armate di re Giorgio. L’anarchico americano Spooner nel formulare la sua teoria sulla Costituzione partì da basi jeffersoniane, perché secondo Jefferson ogni costituzione è sempre emendabile. Paul Goodman definisce l’anarchismo una forma di pensiero e azione essenza dell’idea “liberale”: «dopo l’ottocento, alcuni di noi liberali hanno cominciato a chiamarsi anarchici», lo stesso Noam Chomsky ( che ora celebra il despota Chávez come un eroe) riporta nella pubblicazione “Il governo del futuro”: “mi pare dunque, che una volta conosciuto il capitalismo industriale, il liberalismo classico non possa che condurre all’anarchica”. Una concezione “liberale” dunque dell’anarchismo completamente differente da quella europea condizionata dall’ideologia marxista ( con le dovute eccezione: Berneri, Luce Fabbri, ma anche un analisi attenta di Malatesta, Proudhon e Bakunin ). Dal punto di vista storico la tradizione libertaria americana si differenzia da quella europea proprio per cause storiche, perché gli Stati Uniti non hanno mai dovuto combattere una monarchia interna assolutista, di regime, come i paesi Europei. Mentre in Europa anarcoindividualisti attentavano alla vita di sovrani e governanti, in USA sperimentavano comunità libertarie, banche mutualiste, moneta alternativa, casse di mutuo soccorso e fiorivano una marea di giornali e periodici libertari. Lo stesso internazionalismo, mentre in Europa veniva teorizzato e si discuteva tra le varie correnti, in America era un fatto, una quotidianità, essenza stessa del mito americano della frontiera e della libertà di migrazione. Lo spettro politico americano è caratterizzato da una vasta area di “libertarians” di “destra”, di “sinistra”, anarconsindacalisti (es: IWW), minarchici, oggettivisti, volontarsiti, mutualisti e altre categorie. Spesso si è discusso degli “scontri” tra queste aree, ma è vivo anche un confronto e una collaborazione tra quasi tutte queste aree in nome dell’antistatalismo e del confronto culturale, soprattutto dopo la nascita dell’Alliance of left-libertarian che si batte contro il militarismo, lo statalismo, il sessismo e il monopolio economico. Il quadro libertario americano risulta essere complesso, frutto di una tradizione liberale che ha sempre posizionato al centro l’individuo, le libertà individuali, la secessione dallo stato, lo sperimentalismo e possibilismo in ambito economico. L’attuale cultura economica, sociale e politica degli Stati Uniti risulta essere opposta a quella che prefiguravano i padri fondatori e chi diede vita alla Costituzione Americana, ecco perché, da più voci, oggi si grida ad una nuova rivoluzione americana, un americanista convinto allo stato attuale non può essere che il più convinto antiamericano.

Domenico Letizia

Mensile Libertario Cenerentola, Gennaio 2011

Hoppe Hoppe, cavallino

gennaio 17, 2011 4 commenti

Carlo Romano

Hans-Hermann Hoppe è nato in Germania nel 1949, ha studiato con Jürgen Habermas, si è addottorato a Francoforte, ha insegnato in varie Università del suo paese, per qualche tempo è salito in cattedra pure a Bologna e vive da anni negli Stati Uniti dove, sotto la guida di Murray N. Rothbard, dal quale ha ereditato il posto alla University of Nevada, ha approfondito la conoscenza del pensiero libertario americano, finendo col diventarne un elemento di spicco. In Paleolibertarismo (Rubbettino, € 12) Piero Vernaglione ne ricostruisce l’originale vicenda intellettuale, che tale è soprattutto pensando alla scarsa considerazione in cui il nuovo maestro americano teneva le idee della sua formazione europea. Prima di morire nel 1995, Rothbard aveva peraltro impresso una svolta al proprio pensiero, insistendo fra l’altro sul ruolo della morale, in special modo la cattolica, come legge alternativa a quelle avanzate dai sistemi statali una volta che la libertà economica avesse portato ai suoi naturali esiti anarchici. Diversi pensatori libertari (free-market) condivisero la svolta. Persino chi, come Walter Block, aveva sostenuto di “difendere l’indifendibile” – spacciatori, falsari, ruffiani ecc. – intonava adesso il Mea culpa. Hoppe, in particolare, facendo in ogni caso sua la distinzione fra libertarismo e libertinismo, si applicò su taluni aspetti della svolta del maestro inerenti una nuova ipotesi “proprietaria” nei confronti dello stato.
Per i libertari “un governo è un monopolista territoriale della coercizione: un’agenzia che può impegnarsi in continue e istituzionalizzate violazioni dei diritti di proprietà”. Saltare da un’enunciazione così priva di sottintesi a sofisticate distinzioni fra sistemi di governo il cui apparato “sia posseduto privatamente o pubblicamente” parrebbe inutile, dal momento che in una frase ci si è espressi perfettamente. Se poi si ha la sensazione che venga spezzata una lancia in favore del governo “posseduto privatamente”, cioè della monarchia, l’inutile – dato il conclamato contesto libertario – sembra prendere il sapore della provocazione. E qualora di essa Hans-Hermann Hoppe possedesse il gusto, ancor più manifesto è nei suoi saggi lo scrupolo per il ragionare geometricamente ordinato e dunque con la provocazione – se lo è – c’è da attendersi pure l’ostinazione dei contenuti, come dimostra ampiamente Democrazia: il dio che è fallito, pubblicato in italiano, per la traduzione di Alberto Mingardi, da Liberilibri di Macerata (ama@liberilibri.it). Uno scrupolo e un’ostinazione, tuttavia, che non dissolvono ovvie perplessità, innanzitutto l’obiezione che viene spontanea è chiedersi cosa possa veramente cambiare nella vita dei “i sudditi” una volta che sia riconosciuto il diritto di proprietà sull’organismo statale.

Per cominciare, Hoppe sostiene all’incirca quel che sostengono i monarchici, vale a dire che “un proprietario privato del governo” avrà comunque l’interesse a limitare le proprie politiche di sfruttamento se vuole mantenere la fonte dei suoi godimenti e valorizzare il patrimonio dello stato. Tuttavia, aggiunge Hoppe, le restrizioni poste all’accesso nel gruppo dominante rafforza la solidarietà fra i sudditi come potenziali vittime delle aggressioni statali, per cui il rischio di perdere legittimazione è grande. Ma il punto è un altro. La monarchia è per Hoppe il paradigma di una regressione che è arrivata a compimento con la democrazia, quando il governo è una pubblica proprietà e chiunque, in linea di principio, ne può entrare a far parte, indebolendo attraverso questa illusione la resistenza al sopruso. La democrazia non è dunque per Hoppe “il peggior sistema di governo ad eccezione di tutti gli altri” come voleva Churchill, ma è proprio il peggiore, quello nel quale le violazioni della libertà si sono dimostrate ingenti come mai nella storia sotto forma di regolamentazione legislativa, espropriazioni, tasse e altro. Il liberale di oggi, afferma Hoppe, se vuole essere coerente coi liberali classici nel diritto di opporsi all’oppressione governativa, deve sospingere questo diritto fino alla “secessione illimitata”, vale a dire “all’illimitata proliferazione di territori liberi e indipendenti”. Anche in questo caso Hoppe non manca di servirsi di termini e concetti che senza dubbio vanno ad urtare la sensibilità delle anime belle, tanto da affermare che in una società nella quale i diritti di proprietà siano compiutamente riconosciuti dovrà necessariamente aumentare la discriminazione, ma è solo per dire (e fa l’esempio degli “stili di vita controculturali”) che chi non accetta le regole non può aspirare a esservi assimilato avendo la libertà di starne fuori. Questi pochi ragguagli non restituiscono in ogni caso la robustezza del libro, alla cui lettura si apre la mente, quand’anche una certa quantità di obiezioni l’affollasse, su riflessioni nient’affatto infruttuose. Questo non vuol dire che la sue tesi convincano.

http://digilander.libero.it/biblioego/HoppeMon.htm

Le pubblicazioni dell’Archivio Berneri – Chessa

di Carlo Romano

Gigi Di Lembo, storico dell’anarchismo” ha definito Aurelio Chessa “il capostipite degli archivisti anarchici”. Nato nel 1913 in Sardegna, a Putifigari, Chessa si trasferisce a Genova e nel 1939 è incarcerato per insubordinazione. Nel capoluogo ligure (dove nasce la figlia Fiamma) diviene una figura di spicco dell’anarchismo locale, soprattutto della tendenza “anti-organizzatrice”. Insieme alla per niente generica attività militante – era stato, fra l’altro, fra i promotori di una lacerante scissione dalla Federazione Anarchica Italiana – e al rapporto speciale intrattenuto coi famigliari di Camillo Berneri – lo scolaro di Salvemini e l’amico anarchico dei Rosselli e di Ernesto Rossi morto in Spagna nel 1937 per mano stalinista – Aurelio Chessa è da ricordare anche per l’intensa attività “tipografica” e di studioso col contributo dato alle edizioni R.L., alla collana Vallera, alle riviste “Volontà” e “L’Internazionale” e a diverse altre pubblicazioni.

L’archivio che porta anche il suo nome, aggiunto alla sua morte avvenuta nel 1996, prende vita nel dopoguerra, quando Chessa comincia a raccogliere materiale anarchico. Giovanna Caleffi (moglie di Berneri) si stabilisce a Genova-Nervi nel 1957 e Chessa le suggerisce di rendere fruibile tutto l’archivio della Famiglia Caleffi-Berneri consistente in libri, periodici, documenti, corrispondenza varia. Alla morte di Giovanna nel 1962 l’unica figlia, Giliana che vive a Parigi, decide di lasciarlo a Chessa. Con gli anni a questi fondi originari se ne aggiungono altri, e non solo schiettamente anarchici, come quello del socialista Giuseppe Faravelli, uno dei grandi animatori di “Critica Sociale”. Importante acquisizione è un grosso fondo proveniente dalla Biblioteca del Circolo anarchico Pietro Gori di Genova-Rivarolo Di particolare rilievo sono le acquisizioni che si devono a Fiamma Chessa, come il fondo relativo a Vernon Richards e i due fondi di Leda Rafanelli.

Dopo la lunga permanenza a Genova, l’archivio segue i trasferimenti del suo fondatore-curatore, che morirà a Rapallo nel 1996: dapprima a Pistoia, quindi a Iglesias, di nuovo a Genova -Bavari, ancora a Pistoia, Canosa di Puglia, Cecina. Dal 1999 l’archivio donato dalla figlia Fiamma al Comune di Reggio Emilia, è locato in una sede indipendente dalla Biblioteca Comunale Panizzi, nata trent’anni fa, per iniziativa dell’amministrazione comunale, dall’accorpamento di due precedenti biblioteche, la Municipale e la Popolare. Ovviamente, l’attività editoriale dell’archivio si confonde per un lungo periodo con quella pubblicistica dello stesso Chessa – su Berneri, anarchismo e futurismo, Clemente Duval, Leda Rafanelli, Sante Pollastro, guerra di Spagna. Corre tuttavia l’obbligo di ricordare, fra le pubblicazioni precedenti a questa provvidenziale sistemazione, l’ Epistolario inedito di Camillo Berneri, edito in 2 volumi a Pistoia. Col trasferimento in Emilia, e con la cura di Fiamma Chessa, le pubblicazioni dell’archivio assumono una maggiore continuità e una fisionomia più precisa, dovuta, va detto, al raffinato progetto grafico di Nicoletta Fontanesi. C’è, prima di tutto, un volume descrittivo dei fondi archivistici (Storie di anarchici e di anarchia. L’archivio Famiglia Berneri – Aurelio Chessa, 2000). Ce n’è uno di testimonianze su Chessa stesso (Aurelio Chessa. Il viandante dell’Utopia, 2007) e ci sono gli atti di una giornata di studio dedicata a Berneri (Camillo Berneri. Singolare/plurale, 2005). Fin qui, pur con le caratteristiche di pregio che ho detto, si rimane nel territorio consueto di questo genere di volumi. Altri due volumi rivestono invece a mio parere un carattere di eccezionalità.

Il primo, di formato differente, per un opportuno adeguamento ai contenuti, è una strabiliante raccolta di 150 fotografie di Vernon Richards (l’italo-britannico Vero Recchioni, 1915-2001, cui si deve un classico sulla Guerra di Spagna: Lessons of the Spanish Revolution/Insegnamenti della Rivoluzione Spagnola, Collana Vallera).
Vero, compagno di Maria Luisa Berneri (figlia di Camillo), ritrae fotograficamente, fra gli altri, George Orwell, il quale gli permette di immortalarlo nella sua quotidianità e intimità. Sono sue le foto più note dello scrittore. Con Freedom Press pubblica quattro libri fotografici che raccolgono, divisi per temi, molte delle sue fotografie. Alla sua morte, per suo volere, tutto questo patrimonio fotografico, consistente in circa 5000 scatti, è stato donato a Fiamma Chessa, che ha fatto la scelta di lasciarlo all’Archivio.

Il secondo raccoglie gli atti del convegno di studi dedicato a Leda Rafanelli.
Trattasi in effetti di due libri differenti, riuniti in un solo tomo, il secondo dei quali è un’eccellente quanto rara iconografia, con immagini che coprono più di ottant’anni della sua vita. Nata a Pistoia nel 1880 e morta a Genova nel 1971, si può considerare uno dei più singolari personaggi dell’anarchismo italiano. Convertitasi all’Islam, abbigliata in modo eclettico e “orientaleggiante”, ha nei primi anni del secolo, relazioni col futuro Duce e con Carlo Carrà, e a torto è spesso è ricordata soltanto per questo. Col marito, Luigi Polli, sposato nel 1902, comincia una precisa attività editoriale di stampo radicale. Si lega in seguito all’editore Giuseppe Monanni , con il quale creerà la Casa Editrice Sociale. Verranno editati numerosi classici dell’anarchismo e del radicalismo sociale, ma anche Unamuno, Le Bon, Darwin e London. Usciranno fra l’altro in queste edizioni le opere di Georges Palante, di Giuseppe Ferrari e di Friedrich Nietzsche, prima edizione italiana delle 10 opere, con autorizzazione e prefazione della sorella dell’autore. Contemporaneamente al lavoro editoriale e alle proprie pubblicazioni di protesta, la Rafanelli si dedica alla letteratura per ragazzi, ai romanzi, alle opere teatrali, alle prose ritmiche. Si tratta in pratica di lavori autobiografici. Presso l’Archivio sono conservate moltissime opere inedite. Dopo la fine del rapporto con Monanni, si trasferisce a Sanremo e dopo pochi anni definitivamente a Genova, dove si occuperà dell’educazione dei suoi quattro nipoti insieme alla loro madre (l’unico figlio di Leda muore nel 1944). Si dedicherà alla scrittura e alla chiromanzia. Morirà nel 1971 nella casa in via Gorizia, dove abita ancora il nipote.

“Fogli di Via”, Novembre 2010

Segnaliamo che mentre si compilava il testo, erano in preparazione i seguenti volumi: Un libertario in Europa. Camillo Berneri: fra totalitarismi e democrazia, a cura di Giampietro Berti e Giorgio Sacchetti e Giovanna Caleffi Berneri, Un seme sotto la neve. Carteggi scritti. Dall’antifascismo in esilio alla sinistra eretica del dopoguerra, 1937-1962. Si ringrazia Fiamma Chessa per la collaborazione.

da: http://digilander.libero.it/biblioego/BerneriChessa.htm

Organizzare l’autodifesa

gennaio 4, 2011 1 commento

(…Uno squatter di Barcellona è stato ritrovato perché aveva lasciato delle impronte digitali sui volantini che distribuiva. I metodi di schedatura vanno migliorandosi senza sosta, in particolare a causa della biometria. Se la carta di identità elettronica sarà introdotta, il nostro compito sarà sempre più difficile. La comune di Parigi aveva in parte risolto il problema della schedatura: bruciando il municipio, gli incendiari distrussero i registri dello stato civile. Sono da trovare dei metodi per distruggere una volta per tutte dei dati informatici…)

Un documento interessante, continua qui: http://www.anarchaos.org/wp-content/uploads/2010/08/linsurrezione-che-viene.pdf

Fame e Sazietà. Un mondo diviso

Sarò liberista, ma…

Carlo Romano

“Il liberismo è in crisi, ma non è morto” dice Roberto Petrini nella prefazione al pamphlet di Emilio Carnevali e Pierfranco Pellizzetti Liberista sarà lei!. Sarebbe il caso di dire, piuttosto, che non è mai esistito fuori dal puro esercizio concettuale, che le stesse esperienze qui citate come “liberiste”, per quanto ne possano aver sostenuto segmenti di ispirazione, è del tutto abusivo pensare che l’abbiano compiutamente incarnato. Nulla da eccepire, o quasi, su quel che Carnevali e Pellizzetti constatano di Reagan e della Tatcher, casomai andrebbe capito quel che non dicono dello “Stato sociale”, della cui crisi quelle esperienze sono state l’effetto più che la soluzione. Sull’ordine di questa crisi paiono d’altronde essere oggi “tutti” d’accordo, compresi i nostri due libellisti, e sono eventualmente gli spunti di riforma a dividere. Quel che rimane fuori discussione non è tanto “il sociale” quanto “lo Stato”.
Il liberalismo (il “liberismo” altro non è che questo) è una teoria sulla limitazione dell’ingerenza statale che, nelle sue conseguenze logiche, conduce all’anarchia. Carnevali e Pellizzetti se la prendono con Friedrich Von Hayek, il quale non era per la verità così radicale – concepiva perfino una qualche forma di pianificazione – e del tutto arbitrariamente lo contrappongono a Luigi Einaudi e Ernesto Rossi. Ne danno inoltre una lettura grottesca sul piano biografico, come quella di uno studioso frustrato dal successo di Keynes che ha punte caratteriali di tale ripugnanza da aver fatto di Bruno Leoni un utile e servile idiota della Mont Pelerin Society. Nozick non se la cava meglio. Del resto la preoccupazione maggiore dei due pamphlettisti sembra essere quella di stabilire ciò che è elegante e ciò che non lo è (resta inteso che le loro scelte lo sono).

Al liberalismo si è sempre rimproverato di aver pensato al mondo come se fosse nato con lui e le condizioni di partenza fossero le stesse per tutti. Le cose non stavano proprio così? “La mano invisibile” avrebbe provveduto affinché si aggiustassero spontaneamente. Per equilibrare le circostanze, i liberali pensarono che un’altra mano, quella della filantropia, potesse aggiungersi a quella “invisibile”, poiché si trova sempre qualcuno disposto per generosità o convenienza a interessarsi degli svantaggiati, mentre nessuno accetta tranquillamente di subire la solidarietà per legge attraverso il sistema coercitivo delle tasse (si vada, per esempio, al libro di Machan). Le critiche a simili principi fideistici sono in fin dei conti le stesse che si fanno alle utopie, solo che in quest’ultime le società sono descritte solitamente come un meccanismo che ha nelle inquadrate (per non dire militarizzate) posizioni dei gruppi e dei singoli i suoi ingranaggi, mentre il liberalismo si fonda sui rapporti volontari. Soffermandosi su questo aspetto, non mi sembra che si dia prova di disumanità, si dimostra viceversa di avere a cuore la libertà.

L’ha fatto recentemente anche Wolfgang Sofsky in un libriccino pubblicato da Einaudi. Sofsky insegna sociologia a Gottinga, ma come sociologo – se corresse l’obbligo di chiamarlo così – appartiene a quella tradizione, ben radicata in Germania, di un ammaestramento dove i dati quantitativi sono perfettamente dissolti nel quadro delle idee, ciò per cui la definizione di filosofo o antropologo avrebbe lo stesso effetto. A lui si deve, a mio parere, uno dei maggiori studi dedicati alla violenza (Saggio sulla Violenza, Einaudi, Torino 1998), quantomeno uno di quelli che ho letto con maggiore coinvolgimento. Non tutto quel che in seguito ho scorso fra ciò che è scaturito dalla sua penna mi ha coinvolto nella stessa misura o mi ha convinto (e per quanto possa aver letto tutto ciò in traduzione, mi è sembrato di notare uno iato stilistico fra l’uno e gli altri). Ciò nondimeno, l’accusa di “banalità” che ho visto rivolgere in certe recensioni a In difesa del Privato mi sono apparse a loro volta “banali”. È vero che la primissima parte (“tracce”) è scritta con un fin troppo evidente occhio di riguardo nei confronti di certo stereotipato “kafkismo”, ma rimane suggestiva e calzante – e chissà che non sia tale proprio in ragione del suo essere stereotipata. I capitoli successivi sono costruiti in modo meno “narrativo” ma sempre chiaro (perciò “banale”?). Non si divaga mai e si passa piuttosto di ragionamento in ragionamento (letteralmente) attraverso una concatenazione che non teme il luogo comune o l’affermazione apodittica. si evochino le flatulenze, il libero pensiero o la proprietà.

Della proprietà Sofsky attesta quel fattore di integrazione fra le persone rivendicato dal liberalismo, non quello che secondo una certa critica le estraneerebbe. Certo la definizione stessa di “proprietà” è soggetta a riflessioni non da poco, soprattutto se si pensa che il fattore di cui sopra è principalmente un rapporto giuridico, non la semplice constatazione di un possesso. In quanto rapporto di questo tipo essa ha dato vita a formule sempre più complesse che i liberali stessi hanno contestato (i monopoli) come interferenze a un corretto svolgersi degli scambi e delle acquisizioni. In qualche misura è lecito chiedersi se quello che chiamiamo “sistema capitalista” è davvero la cornice appropriata del liberalismo e del libero mercato.

L’idea che sovietismo, fascismo, roosveltismo e sistemi definiti più o meno “liberali” siano aspetti diversi di un unico sistema, “capitalistico” per l’appunto, appartiene comunque a certa dissidenza che per semplicità si può definire genericamente socialista (Bruno Rizzi) prima ancora che a Hayek, come vogliono far credere Carnevali e Pellizzetti per screditarlo come “antidemocratico” in forza della sua avversione al new deal. E la letteratura che genericamente viene definita “socialista” è meno compatta su certi temi di come si possa pensare rifacendosi alle versioni dominanti per interminabili decenni, tanto che la caduta dei regimi di osservanza moscovita le ha scalfite solo superficialmente. La ripresa lenta di studi su Marx, anche con libri che hanno ottenuto un certo successo popolare – si pensi a quelli di Wheen e di Attali, e adesso a quello del giovane Fusaro – suscita in fondo ancora sorpresa, come se ogni discorso in merito si fosse chiuso definitivamente nel 1989. Che nelle nuove riflessioni ci sia una evidente continuità con le passate dissidenze non è messo, mi pare, nel giusto rilievo. Si preferisce pensare a interpretazioni totalmente nuove o altrimenti spericolate e sensazionalistiche. Ripensare a certe tematiche proprie di Marx fuori da un canone consolidato prima dalla socialdemocrazia e poi dal comunismo sembra una inutile avventura più che la riscossa postuma di ostinate minoranze e di Marx stesso. Così, per fare un solo esempio, un pensatore che nulla ha mai concesso all’egualitarismo, si è ritrovato per un secolo prigioniero dell’unico testo manipolabile in tal senso. Ciò che a Critica al Programma di Gotha è accaduto col suddetto canone.

Libri:
Carnevali – Pellizzetti: LIBERISTA SARÀ LEI, Codice, Torino 2010
Wolfgang Sofsky: IN DIFESA DEL PRIVATO, Einaudi, Torino 2010
Tibor R. Machan: GENEROSITÀ. VIRTÙ CIVILE, Liberilibri, Macerata 2010 Diego Fusaro; BENTORNATO MARX!, Bompiani, Milano 2009

La Rivista “Una Città” su Repubblica

L’arte dell’intervista, maturata in un ventennio, è dunque questa: il minimalismo (solo da pochi numeri le interviste sono firmate, su pressante richiesta dei lettori, anche le foto non hanno didascalie), il tempo lungo che ammette pause e silenzi, la disponibilità all’ascolto senza condizioni, senza presunzioni, che fa scattare la complicità nell’interlocutore popolare, lo sforzo pedagogico in quello colto. «Non abbiamo mai una vera scaletta. Ci prepariamo il minimo, perché quando l’intervistatore ne sa troppo, l’intervista si congela. Le domande saccentine mettono in soggezione l’intervistato semplice e irritano quello colto», spiega Barbara Bertoncin, che fa parte della seconda più giovane generazione di Una città. «Il nostro ideale è il monologo, la nostra competenza è creare il setting giusto per liberare la narrazione dell’interlocutore: è un po’ il metodo della storiografia orale, solo che l’abbiamo capito dopo, a posteriori». Nelle scuole di giornalismo insegnano che l’intervista è un corpo-a-corpo, che l’intervistatore deve strappare all’intervistato ciò che non vorrebbe dire: «Ma per noi è l’esatto contrario». Accettano invece l’altro requisito fondamentale: si intervista solo chi ha qualcosa da dire. Ma “qualcosa”, a Una città, ha un’estensione vastissima. Hanno avuto qualcosa da dire sulle sue pagine filosofi, storici, scrittori di prestigio, ma anche il colono israeliano, la sopravvissuta della strage di Brescia, l’immigrato senegalese che rinuncia e ritorna a casa, il fascista, la maestra di strada di Secondigliano, il falegname comunista di Padova esasperato dal centralismo e dalla burocrazia che «ci ha fatto capire la forza di penetrazione delle idee della Lega», la casalinga col suo «manifesto di femminismo involontario»: persone senza personaggio, non emblemi ma storie, raggiunti uno per uno attraverso «reti basse», amicali, sotterranee, dirette…