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La Rivista “Una Città” su Repubblica

L’arte dell’intervista, maturata in un ventennio, è dunque questa: il minimalismo (solo da pochi numeri le interviste sono firmate, su pressante richiesta dei lettori, anche le foto non hanno didascalie), il tempo lungo che ammette pause e silenzi, la disponibilità all’ascolto senza condizioni, senza presunzioni, che fa scattare la complicità nell’interlocutore popolare, lo sforzo pedagogico in quello colto. «Non abbiamo mai una vera scaletta. Ci prepariamo il minimo, perché quando l’intervistatore ne sa troppo, l’intervista si congela. Le domande saccentine mettono in soggezione l’intervistato semplice e irritano quello colto», spiega Barbara Bertoncin, che fa parte della seconda più giovane generazione di Una città. «Il nostro ideale è il monologo, la nostra competenza è creare il setting giusto per liberare la narrazione dell’interlocutore: è un po’ il metodo della storiografia orale, solo che l’abbiamo capito dopo, a posteriori». Nelle scuole di giornalismo insegnano che l’intervista è un corpo-a-corpo, che l’intervistatore deve strappare all’intervistato ciò che non vorrebbe dire: «Ma per noi è l’esatto contrario». Accettano invece l’altro requisito fondamentale: si intervista solo chi ha qualcosa da dire. Ma “qualcosa”, a Una città, ha un’estensione vastissima. Hanno avuto qualcosa da dire sulle sue pagine filosofi, storici, scrittori di prestigio, ma anche il colono israeliano, la sopravvissuta della strage di Brescia, l’immigrato senegalese che rinuncia e ritorna a casa, il fascista, la maestra di strada di Secondigliano, il falegname comunista di Padova esasperato dal centralismo e dalla burocrazia che «ci ha fatto capire la forza di penetrazione delle idee della Lega», la casalinga col suo «manifesto di femminismo involontario»: persone senza personaggio, non emblemi ma storie, raggiunti uno per uno attraverso «reti basse», amicali, sotterranee, dirette…

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