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TOLKIEN, FRA EVOLA SPENGLER E LE ANARCHIE DEL NOVECENTO!

di Diego Gabutti

Accanto al Signore degli Anelli – minaccioso come un cattivo pensiero, di fronte bassa come un orchetto – c’è un romanzo secondo, e di gran lunga più fantasy del primo: la saga infinita delle interpretazioni tolkieniane che si sono accumulate via via, col tempo e le ristampe.
Anche per questo Tolkien è uno scrittore sorprendente: ha il dono bizzarro, anzi il tocco elfico, di chi racconta una favola diversa a ogni suo lettore, e non una favola qualsiasi, ma esattamente la favola che ciascuno vuole sentire, quella che più somiglia ai suoi appetiti. Tolkien, scrittore fantastico, evidente¬mente incita i suoi lettori a fantasticare. Sono tentazioni irresi¬stibili e infatti mai nessuno ha rinunciato a raccontare una favola o due sul conto del vecchio favoliere.
Negli anni sessanta, per cominciare, al tempo del Power Flower e dell’erbapipa da fumare nel chilum comprato per pochi spiccioli in qualche bazaar afghano o nepalese, Tolkien andò per esempio incontrò alla sua breve ma intensa stagione controculturale. Il Signore degli anelli figurava, all’epoca, nella sacca da viaggio d’ogni figlio dei fiori di sangue puro insieme a Sulla strada di Keruoac, all’Urlo di Ginsberg, al Giovane Holden, ai fumetti di Fritz il Gatto e dei Freaks Brothers, ai testi delle canzoni di Bob Dylan, John Lennon, Arlo Guthrie e a un romanzo di fantascienza scritto da Robert Anson Heinlein, Straniero in terra straniera, storia d’una specie di Gesù Cristo libertario allevato dai marziani, dalle cui pagine si dice (strana leggenda) avesse tratto ispirazione per le sue imprese Charles Manson, guru dei serial killer e gran satanista. C’era l’idea, in quegli anni, che il Professor Tolkien da Oxford fosse in realtà una specie di santone come Clark Kent è in realtà Superman. Si pensava che il suo libro non fosse uno dei maggiori romanzi del Novecento ma (più in grande, molto più in grande) una raccolta d’esercizi spirituali. Nelle pagine del Signore degli Anelli, agli occhi della controcultura anni sessanta, prendevano corpo gli avatar dell’ecologismo nascente, della sex revolution, del mouvement e del women’s lib. Il Signore degli anelli era un romanzo che lavorava sui materiali del mito e così ebbe poco da lamentarsi quando fu preso in parola: dovette caricarsi sulla schiena l’intero bagaglio mitologico del giovanilismo d’epoca, dal tifo per le droghe a quello l’autostop, dall’amore per le canzonette engagé a quello per la lotta di classe in maschera di carnevale. Gli fu messo in conto, con l’occasione, persino un mezzo desiderio d’Apocalisse, che è poi il Lato Oscuro di tutte le rivoluzioni. Sauron, in fondo, aveva un suo innegabile fascino nietzschiano e anche i suoi nemici, gli eroi senza macchia, gli Elfi e i Numenoreani, mulinavano di gusto le asce e gli spadoni, per di più commuovendosi e sospirando all’idea che la Terra di Mezzo, dopo la Guerra dell’Anello, sarebbe andata incontro al suo crepuscolo, come le civiltà (secondo Spengler) vanno incontro (una prece) al loro tramonto.
In Italia, poi, dove Il Signore degli Anelli era poco letto dai militanti studenteschi, che gli preferivano (sa il cielo perché) il Che fare? di Lenin e financo Storia e coscienza di classe di Lukacs, l’opera di Tolkien fu notata dai giovani di destra, che avevano pochi santi cuturali, allora e oggi, ai quali votarsi e che saltarono sul Signore degli anelli come attraverso un cerchio di fuoco. Fu da noi e da noi soltanto che prese forma la più stravagante, la più provinciale e volendo anche la più straordinaria delle interpretazioni tolkieniane: la lettura critica del Signore degli Anelli in chiave evoliana (da Julius Evola, ex pittore dadaista, filosofo con la faccia un po’ così, tradizionalista e fascistissimo). Si sosteneva, in soldoni, che la saga di Tolkien, lungi dall’essere una semplice per quanto signorile opera letteraria, era in realtà un inno d’amore alla Tradizione (parola da scrivere immancabilmente con la maiuscola) e un guanto di sfida picchiato sul muso della Modernità (parolone anche questo da scrivere in maiuscolo, però a denti stretti, con l’occhio che lampeggia d’indignazione e le mani nei capelli al pensiero di tutti quei tostapane, quelle lattine di Coca-Cola, quei telefoni cellulari). Tolkien, affermavano con sicurezza i suoi fan evoliani, da un lato detestava con tutte le sue forze il frigorifero, l’aereoplano, la carta igienica morbida e i jukebox, tutta roba modernista e profana, mentre dall’altro lato smaniava per una visione sacrale (sacrale?) del mondo, per la società gerarchica e per la Tripartizione di Georges Dumézil. Tolkien era un profeta del puro arianesimo, nonché un pagano fatto e finito, lui cattolicissimo. E per quanto fosse nato suddito della corona inglese, e immediatamente iscritto all’anagrafe della Perfida Albione, ai tempi della Battaglia d’Inghilterra doveva certo parteggiare (dentro di sé, nel segreto del suo cuore, là dove gli evoliani penetravano col loro terzo occhio) per le SS e per la guerra-lampo dei generalissimi hitleriani. Negli anni settanta, mentre la bella gioventù di sinistra s’entusiasiasmava per gli orchetti e i Balrog di Toni Negri col passamontagna calato pittorescamente sul viso, i giovani fascisti fedeli al verbo evoliano, una bizzarra tribù perdutasi sulle tracce del Grande Spirito, organizzavano i Campi Hobbit, che erano poi picnic evoliani dove il povero Tolkien non faceva solo da cavolo a merenda ma anche un po’ da guru, come Rajneesh con i Beatles, ai lettori delle opere complete di Mussolini Dux.
Questo Tolkien fascistissimo e persino un po’ Vate, come Gabriele D’Annunzio a Fiume, è diventato ormai un cliché delle terze pagine italiane, dove si stampano molte recensioni ma si leggono pochi libri, specie quelli lunghi più di 1.200 pagine, come Il Signore degli Anelli. Tolkien figura qui, tra un elzeviro e una novità in libreria, come una di quelle statuette voodoo che si sottraggono periodicamente alla naftalina, un idolo facile facile da infilzare. Prova ne siano scaramucce antiche e recenti: l’ultima, a inizio anno, sulle colonne del «Corriere della sera», dove la miccia è stata accesa da Tullio Kezich, che ha preso spunto dall’imminente uscita del film di Peter Jackson per una punzecchiatura con diritto di replica all’ideologo degli hobbit da campeggio, Marco Tarchi. C’è stato un botta e risposta di scarso interesse e solo molto vagamente attinente al soggetto.
Più di recente non è stata la destra ma la sinistra, anche questa nella sua variante più estrema e trullera, ad allungare le mani su Tolkien. Il signore degli anelli è diventato la «Torre di guardia» della più sconclusionata ciurma di venditori porta-a-porta d’utopie, l’esercito variopinto degli ecologisti e dei no global, quelli verdi e quelli bordò, i quali ripetono, alzando il pugno chiuso, la stessa cantilena dei loro predecessori, che onoravano Tolkien col saluto romano. Ma siamo sempre lì: Il signore degli anelli è daccapo la versione romanzata e orecchiabile di quella «rivolta contro il mondo moderno» che unisce Evola e il Club di Roma, i Campi Hobbit e i guerriglieri noglobalisti.
Tutto nasce da un fraintendimento un po’ banale, della serie «ai no spik inglisc». Che a Tolkien la «modernità» (emme minuscola, e tra virgolette) non piacesse molto, è un dato di fatto, ma il punto è che cosa lui intendesse per modernità. Forse i gas di scarico e le piadine geneticamente modificate, che probabilmente non gli andavano giù, come non vanno giù a nessuno, ma senza nessuna ragione recondita e ideologica, semplicemente perché alieni, lontani dalla tranquillizzante routine di quella Koenisberg che per Tolkien, il Kant della fantasy, era Oxford. Orchettistico e sauroniano, ai suoi occhi, come del resto anche agli occhi di Orwell e di qualsiasi altro scrittore del XX secolo con la testa sul collo, era l’ordine moderno, cioè quell’insieme di istituzioni che nasce con l’assolutismo, si perfeziona con la rivoluzione francese e raggiunge il suo sanguinoso apogeo in quel Signore degli anelli al contrario, con gli ochetti che vincono la partita e gli eroi invece tutti al muro, che è stato il Novecento. Sarà anche una tautologia, farà ridere dirlo, ma il fatto è che l’Unico Anello, l’Anello del Potere, è proprio quel che dice di essere: una metafora del Potere, che non è malvagio (come si dice) solo se viene usato per fare cose malvagie, ma è malvagio in sé, e causa eterna di sventure. Così è l’Anello, e per questo abbrutisce chiunque si fidanzi col Potere mettendoselo al dito. Perché si sa che, «se il potere corrompe, il potere assoluto corrompe assolutamente», come ha scritto un altro cattolico inglese, Lord Acton. Tolkien ha sbriciolato questa riflessione sulla natura del mondo (magari banale, però vera) in ogni riga del suo romanzo. Se Tolkien va interpretato, probabilmente è così che va interpretato, inquadrando lui e la sua opera nel loro tempo. Tolkien, con buona pace degli evoliani e dei no global, era uno di quegli intellettuali cattolici e whig che hanno scritto pagine libertarie nell’Inghilterra a cavallo fra i due secoli. Lord Acton, Hillaire Belloc, G.K. Chesterton: politicamente scorretti antemarcia, nonché scrittori coraggiosi se, come scrisse Chesterton, «la persona veramente coraggiosa è quella che sfida le tirannie giovani come il mattino e le superstizioni fresche come i fiori novelli». Tolkien, come Belloc, come Acton, come Chesterton, scrutava nel buio dell’ordine «moderno», l’ordine dei Gulag e delle SS, del disumanesimo, che ha per musa la violenza politica, anzi la politica in sé e per sé, il cui segreto è il disprezzo per ogni vita umana. «Se potessimo tornare ai nomi propri sarebbe molto meglio», scrisse Tolkien in una lettera a un amico. «Governo è un sostantivo astratto che indica l’arte e il modo di governare e sarebbe offensivo scriverlo con una G maiuscola. Se la gente avesse l’abitudine di riferirsi al Consiglio di Re George, Winston e la sua banda si farebbero dei grandi passi avanti e rallenterebbe questo pericoloso scivolare verso la Lorocrazia». Meglio il re, anzi il Re maiuscolo, come l’Erede d’Isildur nel Signore degli Anelli? Sì, dovendo proprio scegliere, ma con l’argomento paradossale sciorinato sempre dai liberali irriducibili: perché la monarchia assoluta, ai tempi suoi, prevedeva almeno un ultimo ricorso: l’«appello al cielo» di Locke, volgarmente detto tirannicidio. C’era, in quella legge scritta nelle stelle cui era devoto il Medioevo, una qualche clausola nascosta, un protocollo segreto che permetteva a un popolo oppresso di ribellarsi a un re oppressore. «Disobbedire ai tiranni è obbedire a dio», si diceva.
Adesso i tiranni non s’ammazzano più. È difficile, anzi è impossibile, persino liberarsene alle prossime elezioni. «Le mie opinioni», ha scritto ancora Tolkien, «inclinano sempre più verso l’anarchia (intesa filosoficamente come abolizione d’ogni controllo, non come uomini barbuti che lanciano bombe)». Anarchia. Niente anelli, nessun potere. Qualcosa, cioè, che supera la democrazia: il sistema che risparmia la vita ai tiranni e ce li appioppa all’infinito in tivù, come angeli scesi dal cielo.

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