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Costruire la New Left

Domenico Letizia

La destra attuale come la sinistra ha il gran difetto di rincorrere ancora e ripetutamente un monoteismo ideologico, con sfumature differenti, ma pur sempre incentrato sullo statalismo e su una politica preconfezionata da applicare come un pacchetto monouso. Ma nel panorama politico vi è una ventata innovativa che proviene dal mondo libertarian e left-libertarian, idee politiche che vanno anche ad incidere a sinistra dello schieramento politico. Qui mi voglio soffermare, un buon lavoro filosofico, politico e partecipato potrebbe portare alla creazione di una New Left, una sinistra autenticamente libertaria che si faccia portavoce non solo delle sempre più compromesse libertà individuali ma che guardi positivamente anche al mercato, al libero mercato. L’innovazione che potrebbe nascere della New Left è uno sguardo finalmente costruttivo alla proprietà e al mercato, se partiamo dal presupposto che il mercato, lo scambio e la proprietà sono il sistema migliore, che non compromette la libertà e l’individuo, in cui vivere bisogna capire come il mercato e la proprietà possano diffondersi il più possibile tra gli individui in modo da incentivare lo stesso scambio e rispettare il principio di giustizia eguale caro alla sinistra dei diritti. La novità di una New Left consiste proprio nel proporre il possibilismo e lo sperimentalismo come fondanti del proprio modo di far politica, sviluppare e incrementare le libertà individuali, sviluppare le libertà economiche con la consapevolezza che per far funzionare e sviluppare tali libertà bisogna non solo cedere di un millimetro sulle libertà individuali che vanno a creare uno scudo naturale, non artificiale, al mercato e ai danni che invece attualmente provoca uno scambio controllato e sorvegliato dallo Stato, ma proporre modelli di partecipazione, di autogestione, di mercato libero e decentrato,trasformare il libero mercato dall’oligarchia attuale ad un mercato partecipato e democratico. Un progetto serio di New Left potrebbe far viaggiare contemporaneamente “liberismo” economico e “liberismo” sociale sviluppando e producendo sovranità e autodeterminazione individuale, conquiste e speculazioni che da sempre libertari di tutte le aree cercano di diffondere.

(http://digilander.libero.it/biblioego/Leftizia.htm)

  1. settembre 19, 2010 alle 8:44 am

    Ciao Domenico scusa se te lo dico ma mi pare che tu stia viaggiando troppo con la fantasia indietro nel tempo!.
    Anzitutto dato il panorama politico e partitico italiano di sinistra basato su lotte intestine e nostalgia dello statalismo pesante di marca obamiana, (come se da noi già non fosse presente), pone la sinistra italiana nella marginalità della peggior retorica staliniana.
    Inoltre mi pare che anche l’esempio New Left sia già pienamente superato dato che questo è miseramente fallito negli anni ’60 in opposizione alla guerra del Vietnam tra Rothbard e Chomsky (e non certo per colpa di Rothbard).
    Voler riproporre l’etichetta “New Left” magari associandolo a Konkin mi pare un altro errore di fondo, un errore che sembrerebbe svilupparsi anche negli Usa in funzione del no global, anarchici comuni e dei black block-centrisociali anticapitalistici i quali lo sono in primis nei confronti del concetto di libero mercato funzionalmente e non in funzione meramente di strutturalismo dell’attuale capitalismo corporativo.
    Dopo Konkin purtroppo in molti anche left libertarians si sono riconvertiti verso un fusionismo con tali istanze (per non parlare del dato cospirazionista e complottista) che di fatto li ha allontanati in una marginalità d’irrilevanza uguale e contraria a quella dei paleolib.
    Mi pare poi che chiamare “New Left” una visione tendente a privilegiare l’individuo sia un errore metodologico quando poi lo si vuole introdurre entro il consolidato schemino della politica politicante italiana, senza prima aver ben chiarito i punti fondamentali di distinzione e di visione.
    Anzitutto i left libertarians (agoristi e konkiniani stretti) sono parte dell’ambito libertarians e quindi di un ambito vasto e con varie tendenze.
    Dal punto di vista economico questi sono più a destra anche dei paleolib, e dei miniarchici.
    Quindi se uno è un coerente left libertarians non lo è solo sul dato dei diritti civili (cosa che caratterizza i libertarians anche neutrali come il LP) o sul dato libertino (cosa che semmai tenderebbe a ricalcare lo stucchevole pregiudizio dell’ultimo Rothbard paleolib) ma anzitutto il dato economico antistatalista.
    E la sinistra attuale politica e partitica mainstream non è antistatalista, (proprio per quelle ragioni di “truffone o schema a catena” da me già enunciato anche qua in relazione al fallimento del socialismo antistatalista e della visione anarcocomunista in termini misesiani di produzione e gestione della ricchezza di una comunità) ma necessariamente statalista dato che tende ad estendere il concetto di collettività e di uso e consumo delle risorse.
    La New left o New Right (che poi è la stessa cosa anche negli Usa in ambito economico, interno ed esteri😉 ), appaiono sempre e comunque basate sulla stereotipizzazione veltronianvendolian-finiana (per intenderci) di un vuoto culturale che comunque caratterizza la destra e la sinistra politicamente da sempre e in ogni luogo.
    Il bello del libertarianismo è che questo esce fuori dal senso di appartenenza di tali campi semantici e concentrici progressisti e conservatori, proponendo ricette che vanno al di là di qualsiasi senso di appartenenza voluto o cercato stuccevolmente.
    Le ricette libertarian sono razionalmente e oggettivamente adeguate all’azione umana individuale.
    Destra e sinistra si rifanno a schemi di appartenenza che finiscono sempre nel collettivo o nell’idealismo di ugual pasta.
    Nel libertarianismo no, dato che ha già al suo interno una componente left e right che a parte certe stucchevoli divisioni ormai superate (vedi Rockwell sul termine paleolib) sono in grado di integrare razionalmente (e non partigianamente salvo isolati casi) una capacità di spaziare su varie tematiche pur tenendo conto del dato economico e individuale assiomatico del libertarianismo rothbardiano.
    Certo non c’entra nulla nè con la New Left nè con la New Right.
    Paradossalmente la left libertarians è più a destra della right libertarians nel rapporto contro lo Stato, anche se ovviamente mi riferisco all’anarcocapitalismo agorista non certo ad altri movimenti civilisti o di rivendicazione sociale.
    Questo anche se le sue tattiche leftiste pur se coerenti si trovino molto spesso inserite in un contesto ideologico o di commistione postmoderna con altre ideologie o ispirazioni che le depotenziano e le indeboliscono sul piano culturale.
    I right libertarians prediligono la questione culturale al dato pratico e questo per ovvie ragioni di realismo e oggettività delle cifre del movimento libertario anche negli Usa.
    Certo molto spesso sono miniarchici piuttosto che politiche tali battaglie, però l’aspetto di candidati come Ron Paul in grado come right di promuovere e di apparire anche “left” sugli esteri, sulla FED e su altre questioni (vedi contrasto al WTO, FMI; NAFTA) dimostra quella capacità di duttilità che la left molto spesso non dimostra a parti invertite (ovviamente non dico anche negli obbiettivi!).
    Pensare che la sinistra nostrana o l’elettorato di tale sinistra italica aspiri a tale leftismo libertarians di matrice rothbardiano è un assurdo lapalissiano.
    I Radicali Italiani che sono la formazione più simile storicamente e per certi punti di vista ai left libertarian e alla tua agognata New Left anni ’60 in ambito ideale (non dico che la loro pratica politica recente o la teoria sia mai stata agorista anarcocapitalista anzi tuttaltro) non sono mai riusciti a guadagnar tangibili consensi negli ultimi decenni solo spostandosi verso forme di liberalismo sociale e liberalsocialismo, rispetto al comunismo e socialismo mainsteam italiano.
    A seguito di ciò è avvenuta una costante involuzione alla ricerca proprio di quell’elettorato cattocomunista statico e chiuso mentalmente nel passato.
    Inoltre penso che al di là delle polemiche americane tra “left” e “right” libertarians, penso che dentro ai “right” si siano compiuti passi avanti anche in termini di maturità e consapevolezza che certe questioni non possono essere rifiutata aprioristicamente (vedi questione marijuana) e come certi approcci tendenti ad ingraziarsi i conservatives non paghino anche presso l’elettorato libertarians (al di là della questione di partecipazione elettorale o del miniarchismo).
    Le questioni di economia antistatalista di libero mercato restano fondamentali e la base sul quale hayekianamente costruire anche i diritti civili, senza per questo finire nella stereotipia del libertinaggio di massa (non dico la scelta individuale che rispetto ma come sua esternazione monodimensionale) o del suo contrario confessionale.
    Proprio per via della tendenza post-konkiniana dei “left” di cedere alle lusinghe e alle tentazioni fusioniste e di subordinanza con la sinistra liberal-progressista ritengo che i left libertarians senza il supporto o l’appoggio right (non necessariamente politico) rischiano di non autoprodurre nulla.
    I left rischiano di gettare una condizione “sine qua non” troppo in là da venire anche in chiave tattica, priva di realismo con l’attuale condizione attuale in cui viviamo.
    Senza una battaglia culturale e di informazione i left agoristi sono privi di mordente tra la gente, e la battaglia culturale la fanno i right libertarians.
    Quindi voler separare o richiamarsi entro categorie o contenitore quali New Left o New Right prevedendo separazioni partitiche o ideologiche massimali di identità rischia solo di essere un danno per gli stessi left, proprio per gli scarsi mezzi e per la difficoltà di coerenza e chiarezza ideologica che molto spesso li caratterizza in chiave “sperimentale”.
    Certamente la “right” è già “left” (in quanto neutrale in termini mainstream) laddove non mischia i diritti di scelta individuali con assiomatiche posizioni di fede (vedi caso paleolib che comunque è “right wing” e non mera “right”) anche se capisco che i left possano avere dubbi o un complesso d’inferiorità a fronte della storia o del richiamo dei “right” presso la Old Right o in parte di essa (ricordo però come la Old right fosse jeffersoniana e in alcuni casi pure jacksoniana quindi già left in termini anche di derivazione politica bipartitica nel XIX secolo).
    La right sa valorizzare il messaggio fondamentale del libero mercato ed economico evitando di cadere nel tranello della promozione dei diritti positivi (anche se ripeto in alcuni casi tende a diventare paranoicamente contro qualsiasi diritto anche naturale, vedi appunto paleolib).
    Penso poi che il nucleo anarcocapitalista (comprendente anche gli agoristi) sia necessariamente già basato su volontarietà e libero mercato e questo implica intrisecamente un dato sociale senza doverlo menzionare, cosa che invece in ambito sinistro socialista tende sempre invece ad estroflettersi molto spesso in termini coercitivi proprio per nascondere il risvolto politico demiurgico finalizzato al potere e alla sua gestione, una costante di chi guarda il mondo pensando che questo vada indirizzato anzichè laissez-faire.
    Ciao da LucaF.
    Ciao da LucaF.

  2. Domenico Letizia
    settembre 19, 2010 alle 6:59 pm

    bellissimo il tuo intervento luca, molto completo e ricco di informazioni.
    l’azione che possiamo svolgere su certe sinistra sensibile alle tematiche libertarie è quella culturale e penso che non vi sia nulla perdere.

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