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Camillo Berneri

l’Anarchico dall’ethos liberale

di Domenico Letizia

Camillo Berneri, un anarchico sincero, di quelli che dovrebbe essere considerato culturalmente e politicamente alla pari di Gobetti e Gramsci. Invece la sua figura soprattutto agli studenti è sconosciuta. Ripercorriamone allora la storia e il pensiero.
Berneri era nato il 20 maggio 1897. Quindicenne era seguace del socialista reggiano Prampolini, e nel 1915 si trovò, ad una riunione antimilitarista, costernato davanti a due manifestanti morti.
Torquato Gobbi gli fu maestro, lungo la via Emilia, sotto questi portici convenne d’essere nato anarchico entusiasta.
Anche perciò si sposò minorenne, ad Arezzo, con un’allieva della madre. Arruolato nella Grande Guerra continuò a diffondere la propaganda libertaria, scoperto, venne spedito in prima linea e ferito. Quindi, a guerra finita, venne confinato dalla Regia Questura a Pianosa, insomma un anarchico schedato. A fianco di Malatesta e Fabbri, che l’amavano come un figlio, fu avversario della tirannia fascista. Ma Berneri era un anarchico troppo libertario perfino per gli anarchici. Amante della cultura e della politica si laureò con Gaetano Salvemini e divenne amico di Ernesto Rossi, Gobetti e Rosselli. Berneri intervenne nel dibattito sulla religione, la generalità degli anarchici si professava atea, lui riteneva il concetto di ateismo errato, una nuova teologia, si considerava agnostico, lui non pensava a Dio.
La maggior parte degli anarchici erano a favore di un economia comunista, collettivista e molte volte ricca di elementi marxisti, lui si considerava un anarchico liberista (questo termine, questo liberismo non va assolutamente confuso con il neo-liberismo e con il capitalismo nazionalista e assistenzialista del 900), Berneri voleva la concorrenza tra lavoro e commercio cooperativi e individuali e condannava ogni forma di collettivizzazione coatta e imposta, la sue idee erano libere da ogni pensiero staliniano (concedetemi il termine).
Profondamente anarchico negava l’autorità di ogni Stato centrale, però studiava e teorizzava forme di stato federale e con forte autonomia, senza mai ricredersi sul male dello stato e dello statalismo.
Non era simpatico ai comunisti, e nemmeno lui guardava con piacere a quelle idee, considerava questa ideologia bigotta, ottusa e profondamente dispotica, e sulla cultura proletaria diceva: «Non contenti della “anima proletaria”, hanno tirato fuori “la cultura proletaria”».
Un anarchico così, ovviamente, era profondamente antifascista e antitotalitarista e il fascismo gli negò la cattedra e iniziò a perseguitarlo.
Nel 1928, espulso in Belgio, elogiò l’attentato al principe Umberto di Savoia e, con gli evasi di Lipari di Giustizia e Libertà, fu implicato nel progetto d’attentato al ministro Rocco, finì altri mesi in prigione.
Prese parte alla guerra di Spagna, partecipò ai combattimenti come semplice miliziano. Mediò i contrasti tra gli anarchici e Giustizia e libertà; e avversò gli omicidi stalinisti; e quindi Togliatti, che Berneri riconobbe per il professorino pedante, di «perentorietà asinesca», che era.
Le gesta che gli costarono la vita.
Eppure in Italia abbondano le vie intitolate a quel “figlio di Stalin” Togliatti e agli altri complici dei suoi peccati. Non ce n’è un granché dedicate a Berneri.
La storia parla di Togliatti di Berneri no, ovviamente la storia ufficiale quella dei governanti. Berneri culturalmente non aveva nulla da invidiare ai grandi del liberalismo e del comunismo, e come ha indicato Nico Berti se le sue opere non sono così dettagliate come quelle di Gramsci è solo perché Berneri è stato sempre in prima linea a combattere contro tutti i fascismi.
L’invito che lancio è quella di creare una Fondazione a Camillo Berneri, penso che sia nostro dovere farlo.

(http://www.instoria.it/home/camillo_berneri.htm)

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