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Albert J. Nock difensore delle origini americane

Roosevelt nelle elezioni presidenziali americane del 1932 e del 1936 ottiene un larghissimo consenso da una popolazione che guarda alle politiche del New Deal come la fine di un capitalismo che ha rovinato l’America. Ma un vasto gruppo di intellettuali non solo conservatori combatte energicamente il progetto progressista considerato Anti-americano, traditore della Dichiarazione di Indipendenza e del Bill of Rights, la fine dell’ideale individualista che da sempre aveva caratterizzato l’America della frontiera degli ideali jeffersoniani cari agli anarco-individualisti come Spooner, Tucker e Warren. Ad avversare il centralismo che velocemente stava caratterizzando la politica americana è Albert J. Nock, figura particolare, apprezzata, studiata e stimata anche dalla cultura attuale anarco-capitalista. La sua vita è caratterizzata da un velo di riservatezza e da un pensiero originale profondamente libertario e antistatalista. La sua formazione appartiene a quelle idee individualiste, anarco-individualiste, eredità della lotta contro lo ‘statalismo’ dalla madre patria inglese, la lotta per l’indipendenza delle colonie americane. Durante la maturità osservò una società dell’auto-responsabilità, una società che libera le forze spontanee dando corpo ai diritti individuali.
L’originalità di Nock consiste nell’aver fatto della sua filosofia il laissez-faire, un antistatalista convinto che guardava al libero scambio come unico strumento sincero e profondamente liberale, ma Nock metteva in guardia e presentava preoccupazione, per una società occidentale fondata completamente sull’ economicismo. Illustrò benissimo quelle che riteneva le storture che stava percorrendo la società americana e di conseguenza il tradimento di quei valori liberali e libertari proprio della tradizione americana, come ebbe a sostenere nell’opera Our Enemy the State: “è fuorviante affermare che il laissez-faire di fine secolo sia stato la causa delle storture…” quando ciò avvenne come nel caso delle ferrovie, fu dovuto al fatto che: “esse furono imprese speculative favorite dall’intervento dello stato, mediante la distribuzione di strumenti politici in forma di elargizioni di terre e sussidi…” . Nock denuncia quello che poi diverrà il capitalismo coorporativista che porterà alla fine del libero scambio e alla creazione dei monopoli, è stato anche colui che analizzando la società americana notò che lo stato aveva portato: “….la divisione della società nella classe dei proprietari e degli sfruttatori e nella classe subalterna dei non-proprietari, cioè per un fine criminale…”, queste sono dichiarazioni non di un socialista, Nock aborriva il socialismo ma riteneva fondamentale diffondere e rendere estesa la proprietà privata a tutti.
Cercò di analizzare lo statalismo non solo politicamente e filosoficamente ma anche psicologicamente o meglio analizzò come lo statalismo influiva sulle mentalità collettive, un convinto non sostenitore dell’entrata in guerra degli Stati Uniti riteneva che la guerra stimolava una sorta di eguaglianza, uno strumento di riscatto contro le disuguaglianze sociali che praticamente accresceva enormemente i poteri dello stato. La guerra forniva a tutti un chiaro e illusorio senso di finalità collettiva, che la pace non aveva mai dato. Non bisognava meravigliarsi di totalitarismi forti come la Russia, Italia e Germania perché è lo stato in se che porta inevitabilmente a queste conclusioni.
La lettura di Nock appare davvero gradevole non solo da un profilo storico, Nock è tra quei autori che scrive e denuncia dispotismo proprio nel periodo di passaggio, anche culturale, da una filosofia politica che dall’individualismo originario va allo statalismo più intrinseco. Lo studio di Nock può essere letto come continuità degli ideali anarchici autoctoni americani. L’eterno scontro tra l’individuo, la sovranità dell’individuo e lo stato.

Domenico Letizia

Rivista Enclave
n48, Luglio – Settembre 2010
Registrata presso il tribunale di Bergamo

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