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La testimonianza di un residente a Bil’in

( da “A” Rivista Anarchica)

Suliman Yassin, 69 anni, un residente di Bil’in, descrive a B’Tselem, organo di difesa dei diritti umani, il cambiamento drammatico della sua vita a seguito della costruzione della barriera.
“25 anni fa, ho comprato trenta dunams di terra al limite del mio villaggio… La nostra casa, che è situata al centro del villaggio, è troppo piccola per noi, e noi speriamo di costruire delle case per i nostri figli. Ho lavorato, ho scavato un pozzo, ho accomodato tonnellate di terreno roccioso per piantare e seminare. C’erano 26 ulivi quando l’ho comprata. Ho piantato più di cinquanta ulivi, circa cinquanta alberi di fico, mandorli, e circa 20 vigne. Su una altra parte della terra, un settore di circa 10 dunams, ho piantato dei semi e su 7 dunams ho piantato dei legumi. Quando ho comprato la terra, ho costruito una casa di 5 stanze e una sala da bagno perché ho 12 figli, il più grande ha 43 anni e il più giovane ha 22 anni. Tutti i miei figli sono sposati, e ho circa 30 nipoti. Noi ci sostentiamo con la terra e dividiamo il raccolto… Inoltre, ho acquistato più di cento teste di montoni e di capre che forniscono i prodotti del latte e la carne per la famiglia intera.
Con le entrate, ho comprato un altro pezzo di terreno situato a fianco dei miei campi…
Un anno fa, l’esercito israeliano ha espropriato la maggior parte dei miei campi per costruire la barriera di separazione. Nel febbraio 2004, ho ricevuto un ordine che espropriava 25 dunams.
L’ordine fu una grande sorpresa. Dieci dunams di alberi si ritrovarono nel versante ovest della barriera e non ho avuto più accesso. Tutto ciò che avevo investito è andato perduto…

Né capre né pomodori

Benché mi abbiano preso meno terra rispetto ad altri, ero il solo a perdere la sua principale fonte di sostegno. Non mi restano che 5 dunum sui quali viviamo: la casa di 120 metri quadrati, tre stanze per il bestiame e il pozzo… Ho provato a ripiantare gli ulivi sradicati sulla terra che mi resta, ma sono riuscito solamente a piantarne 15. Ora la barriera è alle ultime tappe di costruzione. Numerose manifestazioni hanno avuto luogo vicino alla mia casa che si trova a circa 20 metri dalla barriera. Un buon numero di gas lacrimogeni e di granate assordanti sono stati lanciati nella mia casa, e i proiettili veri o di gomma-acciaio hanno colpito i muri e le finestre della mia casa. Le pietre gettate dai manifestanti sono anch’esse finite all’interno della nostra casa.
Due mesi e mezzo fa, mio figlio Muhammad, che ha trent’anni, è stato ferito alla testa dall’involucro metallico dei gas lacrimogeni. Anche il mio bestiame è stato colpito dagli spari dell’esercito. Da marzo scorso, 30 delle mie capre sono morte. Nel novembre 2004, ho piantato dei pomodori, ma non ne ho raccolto nemmeno uno perché i soldati hanno danneggiato tutto il raccolto marciandoci sopra. Hanno inoltre distrutto più di 200 teste di cavolfiori, un quarto di dunam di aglio, la metà di un dunam di cipolle e un dunam e mezzo di fagioli. Io e i miei figli non abbiamo più un futuro da quando hanno preso la mia terra. Sono diventato povero perché non ho che 30 fra montoni e capre e ho iniziato a vendere anche il bestiame. Prima, il bestiame aveva a disposizione grandi spazi di terra, ma ora è confinato e io devo acquistare del foraggio. Sento il bestiame gemere e comprendo la loro frustrazione, così come capisco quella di una persona imprigionata e che non può uscire. Sono totalmente abbattuto per questa situazione. Alcuni dei miei figli che vivevano con me sono partiti. Altri erano già andati via prima che il Muro fosse costruito, perché non potevano costruire delle case sulla nostra terra che è nel settore C.

Quelle telecamere che ci spiano in casa

Altri come Marzuq, che viveva con me, ha abbandonato la casa in ragione delle continue manifestazioni in prossimità della nostra abitazione e dell’assillo dei soldati. Nel passato, la mia famiglia si ritrovava nella mia casa per mangiare insieme e per passare il tempo e i bambini giocavano. Ora ci siamo persi. Solo, mio figlio Taysir e la sua sposa e due miei nipoti che si sposeranno presto, restano in casa. Nel passato, in questo periodo, fertilizzavo la terra, poi, due mesi dopo, seminavo grano e orzo e facevo pascolare il bestiame. Quest’anno non ho potuto fare niente di tutto ciò. Non solamente la barriera ha deteriorato la nostra vita, ma ha ugualmente distrutto la nostra intimità. L’esercito ha installato delle telecamere per sorvegliare la barriera. Queste camere riprendono tutto ciò che succede, ogni singolo movimento, mio e della mia famiglia.
Se la notte devo andare al bagno – che è esterno all’abitazione – una pattuglia dell’esercito viene a verificare ciò che succede. Circa un mese fa, ho dimenticato un sacchetto di grano accanto alla barriera. Le jeep dell’esercito hanno fatto irruzione in casa mia alle 20h30 e i soldati mi hanno obbligato a uscire di casa per andare a verificare cosa fosse contenuto in quel sacco. La nostra vita è diventata un inferno. Mi sento umiliato e impotente”.

Suliman Yassin

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