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Scuola pubblica, cioè statale

(da A Rivista Anarchica n. 353 Maggio 2010)

Caro Direttore,
ho acquistato e letto con interesse, come faccio spesso, il numero 351 di A (marzo 2010), che conteneva articoli molto belli e accurati. Vi ho trovato però qualche pagina molto stridente con la coerenza ideale della quale gli anarchici sono sempre stati portatori. Si tratta di quelle dedicate a un tema con ogni evidenza molto pericoloso, che mi sembra stia entrando anche nel discorso comune di alcuni militanti – per questo Le scrivo – (ho visto un cartello del genere anche su una vetrina della Libreria Utopia, a Milano): quello della difesa ad oltranza della scuola pubblica. Certo, di fronte all’azione arrogante del settore privato dell’istruzione in Italia e in particolare in Lombardia, dove si cerca di finanziarla con fondi pubblici, ma che dipende in realtà sempre da concessioni, regolamenti e programmi statali, viene spontaneo contrapporvi qualcosa di apparentemente differente. Attenzione però: scuola pubblica significa nel discorso corrente anche statale. A parte l’incoerenza per gli anarchici di difendere istituzioni statali, non è affatto detto che statale sia pubblico (inteso come al servizio del pubblico, della gente comune). La scuola “pubblica” (statale) è di fatto sempre in mano a classi politiche, gruppi, corporazioni che servono sé stesse (soprattutto in Italia) e non il pubblico. Questi gruppi di egoisti organizzati, che se ne infischiano della qualità dell’istruzione, in quanto non sono sottoposti ad alcuna sanzione per la loro inefficienza e per l’enorme costo che rappresentano per i contribuenti, approfittano dell’equivoco e della confusione di statale con pubblico. Pubblica in realtà può esserlo benissimo una scuola non statale, gradita e fatta sopravvivere da coloro che la frequentano o magari l’hanno addirittura creata e l’apprezzano per il suo funzionamento e che soprattutto competa con altre per le sue caratteristiche. Scuole e Università sono ormai statali e proprietà delle classi politiche e niente affatto pubbliche. Sono piene di persone ficcate lì da gruppi organizzati che se ne servono. Fra l’altro le statistiche stanno dimostrando senza ombra di equivoco che le Università statali stanno tornando di classe (vi si iscrive sempre più solo chi ha possibilità economiche): bel risultato, con una tassazione al 60% di quello che si produce!… Sarebbe questo “l’aiuto ai meritevoli, ma privi di mezzi e la finalità sociale dell’istruzione statale”… Sarebbe questa la scuola pubblica? Del resto già in precedenza alle inefficienze (dilagare della burocrazia, assunzioni facili, incompetenza disastrosa) i figli dei ricchi rimediavano andando a studiare all’estero. E chi non poteva farlo si beccava l’ignoranza e il disastro statale No, credo che gli anarchici dovrebbero difendere piuttosto l’apertura totale alla concorrenza nel mercato scolastico e l’ingresso libero, de-statalizzato, di chiunque voglia creare una scuola. Sarà poi il pubblico, qui nel vero senso della parola – e non nel senso di Stato – a giudicarle. Del resto gli anarchici hanno una straordinaria e lunga tradizione di loro scuole indipendenti fatte chiudere dallo Stato e dalla Chiesa (sia in Italia che all’estero: un esempio per tutti, quello meraviglioso e immortale di Ferrer). Se la creazione di nuove scuole fosse veramente libera, non credo che in Italia prevarrebbero quelle clericali o reazionarie. E comunque, se gli si impedisse di imporre “barriere all’entrata” nella concorrenza, a fronteggiare le loro scuole se ne potrebbero vedere molte altre e totalmente diverse. In questo, mi scusi, ma mi sembrano molto più coerenti con le premesse di fondo dell’anarchismo i cosiddetti free market anarchists, gli anarchici “di libero mercato” che, a quanto mi risulta, hanno ora un movimento anche in Italia (www.movimentolibertario.it).
Sperando di averLe fatto cosa gradita segnalando una grave, a mio avviso, incoerenza, che gli anarchici non possono permettersi, Le auguro buon lavoro, assicurandoLe che continuerò a seguire la Rivista, come ho sempre fatto. Sempre che non si dia a difendere altri e ancor peggiori settori statali.

Antonio Craveri
(Milano)

  1. z3ruel
    maggio 16, 2010 alle 10:42 pm

    Facci sapere se pubblicheranno una risposta, perché è un tema davvero interessante sul quale potremmo convergere fra libertari di differente matrice.

  2. Domenico Letizia
    maggio 16, 2010 alle 11:56 pm

    ciao Z
    la risposta vi è già stata, non si parla però del movimento libertario, ed è molto semplice non approfondita:

    Bé, sì, la contraddizione c’è ed è grossa. La scuola pubblica in Italia è statale e statale è anche quella privata, nel senso che entrambe sono soggette, per legge, a regolamenti e programmi estremamente rigidi, che lasciano ai singoli istituti e ai docenti quanta minore libertà possibile. In questo senso, la distinzione è spesso sopravalutata e si potrebbe benissimo ipotizzare, come scrive il lettore, “una scuola non statale, gradita e fatta sopravvivere da coloro che la frequentano e magari l’hanno addirittura creata”. Resta il fatto che un progetto del genere, in Italia, oggi suonerebbe parecchio utopistico, richiedendo la mobilitazione di forze e risorse di cui, al momento, non si vede traccia da nessuna parte. La difesa della scuola pubblica, per quel poco che la si porta avanti in Italia, è un tipico esempio di difesa del meno peggio. D’altro canto, ci sono almeno due ordini di considerazioni di cui tener conto: le scuole statali, per puri motivi economici, sono indubbiamente più aperte alla frequenza di studenti di varia estrazione sociale, non predispongono quell’ambiente socialmente omogeneo da “scuola d’élite”, che rappresenta una delle peggiori iatture possibili sul piano pedagogico ed educativo. Saranno forse un po’ smandrappate e incasinate, ma sono più aperte. E al pluralismo sociale, nei casi più fortunati, può persino far riscontro un certo livello di pluralismo culturale, sia sul piano degli studenti sia su quello degli insegnanti. La scuola statale risparmia ai suoi utenti, se non altro, l’uniformità ideologica tipica degli istituti cattolici, che rappresentano la grandissima maggioranza di quelli privati, e permette un certo scambio di esperienze e punti di vista. Di questo valore, credo, non possiamo permetterci, oggi, di fare a meno. Poi, naturalmente, è vero che Comunione e Liberazione c’è dappertutto e che anche tra gli istituti pubblici si stabiliscono delle gerarchie di frequentazione di classe, ma nessuno pretende che la dialettica scuola pubblica/scuola privata esaurisca ogni opzione di lotta possibile.

    Carlo Oliva
    http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/index.htm

  3. Domenico Letizia
    maggio 17, 2010 alle 11:59 am

    Ciao Z
    Ritornardo all’articolo io ci vedo una svolta davvero interessante ed è stato davvero piacevole che leonardo abbia accettato di pubblicarlo anche sul sito del movimento libertario, questi piccoli passi ( l’articolo è decisamente favorevole all’apertura al mercato totale per quello che è la scuola) rappresentano quel dibattito culturale che da sempre faccio in modo che capiti tra le correnti libertarie, questa piccola ma forte dichirazione per me sta a confermare le parole che ho scritto nell’articolo: Alla sinitra libertaria!
    A rivista anarchica è una rivista bellissima, consiglio l’abbonamento a tutti, vi si trovano articoli che sono davvero ragguardevoli e ultimamente è molto centrata su proposte mutualiste e leggerle è davvero da crescita.

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