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FOUCAULT, ANARCHISMO, LIBERALISMO

di Marco Baldino

Nel panorama editoriale di questi ultimi anni torna ad occupare un posto di rilievo Michel Foucault, un pensatore dal carattere imprendibile, il cui caratteristico modo di pensare appare oggi ben diversamente orientato e ben più articolato di come gli anni settanta vollero o poterono immaginare, tanto che si potrebbe quasi parlare di una seconda stagione foucaultiana.
A Foucault vengono riconosciuti l’onore e l’onere di aver operato una sorta di sfondamento del paradigma marxiano, tutto incentrato sul problema dei rapporti tra piano e comando, cioè tra economia-mondo e potere di stato e di aver aperto, con le sue analisi della gouvernamentalité, della socieà economica, del liberalismo e della “biopolitica”, una inaudita dimensione teorica. Vi è persino una certa attenzione per lo speciale “anarchismo” di Michel Foucault, senza però giungere a superare con ciò la considerazione classica dell’anarchismo come posizione intellettuale e politica contigua o criticamente interna al comunismo.
Secondo un’altra prospettiva l“anarchismo potrebbe infatti apparire come una piega interna alla grande corrente liberale. Così lo vide per esempio Oswald Spemgler il quale sostenne che se il liberalismo è il dominio della diseguaglianza, il trionfo del più forte, la sostanziale assenza di Stato, l“anarchismo in verità gli assomiglia molto, in quanto esso è la situazione in cui il potere non appartiene a nessuno e dove quindi non c’è nessun ordine, e se non c’è nessun ordine non vi è nemmeno nessuno Stato. L’uguaglianza di tutti predicata dall’anarchismo viene così a coincidere con il predominio dell’individuo predicato dal liberalismo.
La contiguità dell’anarchismo con il liberalismo è per altro variamente attestata, non ultimo dallo stesso Foucault, per il quale «Il liberalismo è attraversato dal principio: ”si governa sempre troppo”» – coì si spiegherebbe anche quella strana oscillazione, registrata da Descombes, tra un Foucault tutto impegnato a delineare possibili miglioramenti di funzionamento nelle società liberali e un Foucault tutto proteso a delineare i tratti della cosa più importante da pensare come un «rapport à soi», la cui politica, semmai ve ne fosse una, è piuttosto configurabile come un atteggiamento intensamente nietzschiano, che lo avvicina più all’anarca di Jünger che non all’anarchico di Cafiero. L’attuale ripresa di Foucault è tuttavia straordinariamente schiacciata sull’esigenza della cultura “progressista” di coprire i vuoti lasciati dall’eclissi dei “padri fondatori”. Una lettura di Foucault che volesse definirsi ancora a partire da Marx, o da Freud, comporterebbe tuttavia una dolorosa chirurgia. Non tanto e non solo perché vi si parlerebbe di marxismo, o di freudismo, quanto per il fatto che Foucault vi sarebbe letto in rapporto ad una visione del freudo-marxismo come koiné culturale. Il desiderio di farsene qualcosa di Foucault sarebbe per così dire vanificato proprio da questo suo riconnetterlo necroscopicamente ad un orizzonte che non è più quello dove lo si vorrebbe inserire.
È fatale quindi che venga trascurato tutto ciò che non si lascia ricondurre a quell’insieme teorico che, sempre da oltrepassare e sempre inoltrepassato, sembra costituire di volta in volta la koiné insuperabile del pensiero contemporaneo. Così è di volta in volta trascurata la ricezione americana di Foucault, il postmodernismo di Foucault, il testualismo di Foucault, il pragmatismo nietzschiano di Foucault, il filosofo della differenza, l’antisoggettivista, l’antiumanista, l’antiuniversalista. La lettura che di Foucault può essere fatta sulla base delle acquisizioni non solo dell’ermeneutica e del testualismo, ma anche, per esempio, del neoconservatorismo – che a parer nostro andrebbe assunto, ribaltando la posizione di Habermas (che era di semplice scomunica), almeno come ipotesi di lavoro – è invece la via che apre non solo ad una diversa comprensione del pensiero di Foucault, come di altri pensatori francesi, ma anche alla possibilità di una libera frequentazione di tradizioni di pensiero che, divise accidentali dall’appartenenza a differenti schieramenti politici, sono invece vicine quanto a certe idee-guida e a certi retaggi filosofici. Non si tratta affatto di tracciare una tavola delle somiglianze fra pensieri apparentemente opposti, bensì di sgomberare la tavola per una più libera circolazione delle letture.

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