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Storia all’Italiana: Nobili,ma non di spirito. Chi la fa l’aspetti!


I rampolli Savoia vanno piagnucolando di richieste di risarcimenti per danni e maltrattamenti che dicono di avere subito. Vogliono anche la restituzione di beni che dicono siano stati loro sottratti. È un argomento – quello dell’incameramento delle proprietà di dinastie cessate – che pure dovrebbero conoscere piuttosto bene, visto che una fetta del patrimonio avuto l’hanno “ereditato” da famiglie reali cui avevano anche sfilato il trono. Il caso più noto è quello dei Borbone di Napoli. A loro Garibaldi – agendo in nome di Vittorio Emanuele di Savoia – aveva portato via proprio tutto quello che non stava nei loro bagagli di viaggio. Il 12 settembre 1860 un decreto dittatoriale dichiara “beni nazionali” tutte le proprietà di Casa reale e – per non sbagliare – anche dei cosiddetti Maggiorati Reali, cioè di tutti i parenti. Si tratta di un patrimonio inestimabile di immobili e mobili, cui si aggiungono depositi bancari privati per un ammontare calcolato in 11 milioni di ducati d’argento e 2 milioni di sterline oro. Con un successivo decreto del 23 ottobre, Garibaldi stabilisce di destinare parte di tale sostanza alle “vittime politiche” dal 15 maggio 1848 in poi.

Della confisca si occupa il ministro di polizia Raffaele Conforti, e inizia il sistematico saccheggio da parte di un’orda di postulanti, molti dei quali non avevano subito alcun torto ma che si ritenevano offesi nel loro amor patrio retrodatandone con generosità il fiorire. La confisca è palesemente illegale e i Borbone cercano a più riprese di tornare in possesso dei propri beni personali che non hanno nulla a che vedere con quelli dello Stato, pure anch’essi sottoposti a patriottico saccheggio. Alle istanze legali, il 26 maggio 1866, il Ministero delle finanze di Firenze risponde che: “qualora fra le sostanze incamerate in esecuzione dei decreti dittatoriali alcuna ve ne fosse di vera proprietà privata e personale della famiglia dei Borbone di Napoli, il governo del re potrebbe ammettere una ragione di rivendica purchè esercitata in modi legali”. È uno straordinario fioretto di ipocrisia coniugata in perfetto burocratese. E infatti non succede niente.

La cosa finisce per assumere dimensione internazionale. Nel trattato con cui riconosce il nuovo regno, la Spagna fa inserire un articolo con il quale l’Italia si impegna a restituire le proprietà private borboniche. Il parlamento italiano lo ratifica ma – anche questa volta – non se ne fa nulla.Con il trattato di pace di Vienna del 3 ottobre 1866 anche l’Austria riconosce il regno d’Italia e fa inserire una clausola che prevede la restituzione di tutti i beni privati degli Asburgo e di tutti i principi e principesse a essi imparentati per matrimonio. Due figlie di Ferdinando II di Napoli avevano sposato arciduchi austriaci. L’Italia dei Savoia (pure imparentati con i Borbone) tenta di svicolare prendendo tempo e chiedendo documenti su documenti. Interviene alla fine Francesco Giuseppe e i beni personali delle due principesse sono restituiti. Ma solo quelli. Agli altri otto figli di Ferdinando non viene ridato neppure un centesimo. Francesco II tenta infine la strada diplomatica e si rivolge agli imperatori di Austria, Russia e Germania riuniti a Berlino nell’agosto del 1872.

Tutti e tre dichiarano che il Borbone ha tutte le buone ragioni e mandano al governo italiano note ufficiali con la richiesta delle giuste restituzioni. L’Italia si trincera dietro i soliti cavilli giuridici e poi tira fuori il fatto che il patriottico Parlamento di Roma non avrebbe mai approvato una legge che stabilisse una cosa del genere. Si tratta di una stupidaggine giuridica dal momento che il Parlamento italiano non aveva mai votato il sequestro dei beni e che i decreti di Garibaldi non erano mai stati riconosciuti se non come norme transitorie e temporanee. Di fronte a tanta meschinità dei suoi cugini (sua madre era una Savoia), Francesco II da gran signore lascia perdere. Trattamento analogo è stato riservato alle altre case regnanti dell’Italia preunitaria, i cui palazzi sono stati saccheggiati non dal popolo insorto (che non è mai insorto) ma dai notabili del nuovo ordine e dai Savoia stessi. “É inutile fare un inventario” ordina perentorio il Farini all’agente tuttofare Curletti quando prende possesso del palazzo dei duchi di Modena. Gli dice di procurasi le chiavi di tutti i locali e di consegnarle a sua moglie.

Tutta l’argenteria viene fusa. Niente è mai stato versato al Tesoro italiano. Alla fiera dell’arredamento e dell’antiquariato a buon mercato partecipano numerosi patrioti, come Agostino Bertani, che, partito come giovane medico di buone speranze, se ne torna a casa uno degli uomini più ricchi di Lombardia. Di lui e dei suoi sodali più intimi si occupava una bella porzione dei documenti messi assieme da Ippolito Nievo e provvidenzialmente finiti in fondo al Tirreno. Anche la reggia di Napoli è spogliata di tutti gli oggetti più preziosi che vengono spediti a Torino. I mobili e gli arredi di quasi tutte le regge e dimore occupate spariscono e molti finiscono per arredare le case dei Savoia, sia quelle di nuova “acquisizione” che quelle vecchie. La repubblica italiana ha restituito nel 1946 il favore – verrebbe da dire “Chi la fa l’aspetti” – pur limitandosi alle proprietà riconducibili alle attività istituzionali e risparmiando quelle personali.Oggi i nipotini chiedono risarcimenti e restituzioni di beni che sarebbero stati loro sottratti. Che lo facciano a nome di tutti quelli cui loro lo hanno fatto prima?

(In quale paese un monarca di famiglia di dittatori chiede risarcimento per aver studiato nelle lussuosissime scuole svizzere??? Ovviamente in Italia.)

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