ABOLIRE L’INPS, UN PROGETTO LIBERTARIO

luglio 12, 2011 6 commenti

Tutto ciò che è coercizione è nato e vive come ammortizzatore sociale, assistenzialismo per tenere calmi gli individui e assecondare con l’imposizione, servizi gestiti pessimamente e oligarchicamente. Tra questi vi è la storia e il lavoro dell’INPS che è un castello di carta che prima o poi verrà giù, una baraccone che sta dimostrando il proprio fallimento. Una questione di libertà di scelta, qualsiasi individuo deve essere libero di decidere dove e come versare i contributi, non deve essere lo Stato ad imporre tale scelta. Perché lo Stato non consente di detrarre i soldi che s’ investono a fini previdenziali? I soldi dei contribuenti fanno gola a gente che non sa cosa sia il lavoro ne conosce nulla sulla storia individuale del lavoratore che li versa, semplicemente ha ricevuto il diritto dallo Stato di gestirli al posto dell’individuo attraverso un regime di monopolio.
Un primo passo da sostenere e diffondere è la riforma dei contributi silenti proposta dai Radicali Italiani e dall’ANCOT ( Associazione Nazionale Consulenti Tributari) . I Contributi silenti sono quei contributi previdenziali che una persona versa durante la propria carriera lavorativa, ma che non sono sufficienti a maturare una pensione, per cui vengono completamente persi: vanno a pagare le pensioni di altri o a mantenere carrozzoni parassiti proprio come l’INPS ma non danno diritto ad una pensione per sé. Milioni di persone (precari, parasubordinati, liberi professionisti non iscritti ad ordini, giovani lavoratori di oggi) si ritroveranno nei prossimi anni con pensioni da fame, o addirittura senza una pensione: una vera e propria emergenza sociale, economica e politica su cui lo Stato tace, mentre i vertici nazionali dell’INPS non esprimono opinione. Come ha espresso Davide Leonardi, un attivista libertario, che ha partecipato all’iniziativa dei contributi silenti con i Radicali, l’Inps deve chiudere per fallimento, con la restituzione di tutti i contributi “quelli silenti e quelli parlanti”. La chiusura dell’Inps è un progetto libertario, di libera scelta, di sovranità dell’individuo, la vera svolta starà nel desacralizzare questa istituzione, un progetto politico che merita appoggio da parte di tutti gli autentici liberali e libertari, ricordandoci che parliamo di svariati fior fiori di milioni di euro.

Domenico Letizia, Associazione “Diritto e Mercato”

http://www.pensalibero.it/Dettaglio.asp?IDNotizia=6675

Agora Valley

Che cosa avviene all’interno di Agora Valley? Nulla di più semplice, è la mecca del libero mercato degli anarchici di mercato. Vi saranno i venditori di ogni genere e forma, varie forniture di beni e prodotti commerciati e venduti su base volontaria.
La ristorazione sarà espressa dalla valutazione soggettiva di ogni individuo. Quest’anno, ci sono tre percorsi invece di uno e ogni passaggio pedonale sarà venduto al miglior offerente. Il trasporto e la consegna dei prodotti sarà disponibile attraverso vari carrelli da golf. Insomma, immaginate una società senza Stato, un mercato dove il business si sviluppa spontaneamente tra cliente e venditore, il tintinnio dello scambio con monete anche d’argento, i gentili ringraziamenti, e il cibo delizioso consumato.

Quale gamma di prodotti e servizi saranno disponibili? Abbiamo un elenco completo: profumi, custodie in pelle e cinture, libri, matrimoni apolidi, saponi, articoli per fumatori, gioielli, arte, magliette, fumetti, assicurazioni per attivisti, assistenza medica volontaria, massaggi, frullati (anche frullati di latte crudo), riso e curry, cibi in scatola, sigarette, corsi di ballo, piste da ballo, e varie sale per intrattenimento.

Per info e comunicazioni: http://porcfest.com/

I MERITI DEL LIBERTARISMO CHE LA SINISTRA DOVREBBE CAPIRE

aprile 4, 2011 2 commenti

Quando si parla di libertarismo (a volte viene utilizzato anche il termine anarcocapitalismo che rappresenta una delle tendenze del libertarismo) si pensa subito e giustamente a una società completamente privatizzata e libera dalla presenza dello stato. Questo modello sociale provoca terrore nelle logiche mentali di chi analizza e studia gli effetti disastrosi del capitalismo attuale. Ma la teoria e la pratica anarco-capitalista non possono essere visionate così superficialmente, soprattutto se scrutiamo questo modello, come ho fatto, partendo da “sinistra”. Tutti i libertarian seri sanno e riconoscono che l’attuale neoliberismo non è quello profetizzato, dimostrando scientificamente come l’attuale distorsione del capitalismo, che è all’opposto del libero mercato, sia frutto delle interferenze e dei monopoli dello stato nell’economia e nelle scelte politiche. Chiunque analizzi il modello libertarian o anarco-capitalista e si riscontri con studiosi, sconosciuti ai più, come Bruno Leoni si ritrova a contatto con elaborazioni teoriche come l’individualismo metodologico. Tutta la scuola austriaca basa i propri modelli su tale individualismo che auspica una visione sperimentale della società e della politica, o meglio, come scrisse uno degli austriaci più conosciuti, F. A. Hayek, «solo laddove sia possibile sperimentare un gran numero di modi diversi di fare le cose si otterrà una varietà di esperienze, di conoscenze e di capacità individuali tali da consentire, attraverso la selezione ininterrotta delle più efficaci fra queste, un miglioramento costante», la sperimentazione di tanti modelli sociali, politici ed economici, qualunque essi siano, l’importante che vengano scelti volontariamente e che non aggrediscano corpo e proprietà altrui. Una società privatizzata ma soprattutto liberalizzata che da forza alle capacità individuali, diffondendo sovranità e consapevolezza delle proprie scelte, non-violenta e che lascia sperimentare e far applicare tutti i modelli sociali alternativi, antiautoritari e democratici che l’attuale monopolio statale non fa fiorire e distrugge. Alla “sinistra” attuale la libertà fa paura, ma per chi è di sinistra (se per sinistra intendiamo i principi della giustizia e della libertà) il libertarismo antistatalista diviene il modello ideale in cui confrontarsi applicando e rispettando un principio di tolleranza. A conferma di ciò basti pensare che certe formulazione teoriche della New Left come le teorie volontariste, neomutualiste (Kevin Carson) e per l’autogestione hanno conforto e presupposti proprio nell’economia austriaca, che è alla base del modello anarcocapitalista e libertarian. Insomma, il libertarismo come sinistra estrema liberale? Superare certe paure dovute a termini ed etichette è il presupposto iniziale, anche perché molto va modificato e rivisto dell’attuale libertarismo. La parola cane non morde, questo attuale autoritarismo statalista, sì.

(Domenico Letizia)

http://www.lucidamente.com/default.asp?page=fullonair

Per l’inventario e la contabilizzazione in bilancio di tutti i beni comunali

Petizione che potete presentare in tutti i Comuni, chi vuole partire con questa petizione mi faccia sapere.
Domenico Letizia

All’Amministrazione di ….,
Al Comune di…..,

Per l’inventario e la contabilizzazione in bilancio di tutti i beni comunali di ……
Già nel 1896, Antonio Labriola scriveva che, con l’evoluzione storica, lo Stato “è dovuto divenire una potenza economica”, in particolare “nella diretta proprietà del demanio”, oltre che “nella razzia, nella preda, nell’imposizione bellica”. Oggi questo demanio è sterminato: strade e autostrade, porti e aeroporti, impianti energetici, beni storici e artistici, coste, acque territoriali, fiumi, laghi, risorse naturali degli enti locali, miniere, cave e, per accessione, rete elettrica e cavi telefonici (almeno potenzialmente) presenti in tutti i comuni italiani. L’art. 2424 c.c. impone che i cespiti immobiliari siano iscritti in bilancio all’attivo, ma i Comuni, come gli altri enti territoriali, non applicano a sé il codice civile e quindi non iscrivono quei beni, perché non li trattano da ricchezze quali sono, ma solo da oneri. Con la seguente petizione chiediamo all’amministrazione di …….. di stilare un inventario di tutti i beni di proprietà comunale stabilendo per ognuno il valore di mercato di estimo, con conseguente iscrizione in bilancio di questo valore in modo da rendere finalmente pubblico, trasparente, reale e senza ipocrisie la ricchezza comunale della Città di ………. .

Contatti:
Domenico Letizia: anarhkydom@hotmail.it

L’anarchia fai da te – Il Pubblico dominio anarchico contro la Proprietà intellettuale

(di Altipiani Azionati)

L’autore di questo testo rinuncia volontariamente ai diritti d’autore donando la propria opera al pubblico dominio come azione anti-copyright contro la proprietà intellettuale.

È troppo tempo ormai che sento indegnamente associare la parola o il concetto di anarchia al fenomeno dell’Open Source, l’Open Content , Copyleft o al cosiddetto permesso d’autore. Ciò deve essere avvenuto probabilmente in seguito alla pubblicazione in rete dell’articolo di Eben Moglen Il Trionfo dell’Anarchia: il Software Libero e la Morte del Diritto d’Autore apparso per la prima volta in First Monday, peer-reviewed journal on the internet vol. 4, n. 8 il 2-agosto-1999 (titolo originale: Anarchism Triumphant: Free Software and the Death of Copyright http://emoglen.law.columbia.edu/… e tradotto da Francesco Paparella
(l’articolo si può consultare in italiano al link http://ftp.unina.it/pub/…).

Devo ammettere che, tutto sommato, il pezzo è stato scritto egregiamente, come tra l’altro si conviene ad ogni buon giurista o avvocato che si rispetti (e Eben Moglen è uno di questi), purtroppo il trionfo anarchico preannunciato dal titolo non si vede per niente. Semmai è proprio il contrario: una strenua difesa della proprietà intellettuale che ormai costretta a rinunciare al monopolio del full-copyright ha bisogno di darsi una veste nuova, più moderna e tollerante, al passo con la new economy. L’articolo esordisce con una analisi alquanto approfondita e veritiera sulla contraddittorietà e inapplicabilità del copyright per i prodotti informatici, chiarendo che la validità legale del copyright sulle opere informatiche, essendo esse non altro se non una comune sequenza numerica, si fonda su fumosi cavilli legali ed in caso di controversia è a totale discrezionalità dei giudici. Alla fine, l’articolo non si risolve nella preannunciata morte del diritto d’autore, bensì in una idea di liberismo all’americana semplicemente avendo spostato il meccanismo economico-commerciale dal monopolio del copyright (all right riserved) ad una forma allargata di copyright, il copyleft, che manterrebbe tuttavia intatta la sua principale funzione commerciale ma con in più la pretesa di salvaguardare i principi di libertà (!?…)

Dice testualmente Eben Moglen:

«Quando si parla di software libero (free software), ci si riferisce alla libertà, non al prezzo. Le nostre Licenze (la GPL e la LGPL) sono progettate per assicurarsi che ciascuno abbia la libertà di distribuire copie del software libero (e farsi pagare per questo, se vuole), che ciascuno riceva il codice sorgente o che lo possa ottenere se lo desidera, che ciascuno possa modificare il programma o usarne delle parti in nuovi programmi liberi e che ciascuno sappia di potere fare queste cose.»

Quindi la libertà principale sarebbe quella di rendere accessibile dice Moglen gratuitamente ma anche in cambio di un compenso, il software libero agli utenti che lo vorranno e che a loro volta sono tenuti a rispettare tale condizione con eventuali altri interessati, per evitare che qualcuno possa espropriare il diritto alla libera divulgazione, apponendo il suo full-copyright su eventuali modifiche apportate al software.

In particolare aggiunge Moglen:

«Per proteggere i diritti dell’utente, abbiamo bisogno di creare delle restrizioni che vietino a chiunque di negare questi diritti o di chiedere di rinunciarvi. Queste restrizioni si traducono in certe responsabilità per chi distribuisce copie del software e per chi lo modifica. Per esempio, chi distribuisce copie di un programma coperto da GPL, sia gratis sia in cambio di un compenso, deve concedere ai destinatari tutti i diritti che ha ricevuto. Deve anche assicurarsi che i destinatari ricevano o possano ottenere il codice sorgente. E deve mostrar loro queste condizioni di licenza, in modo che essi conoscano i propri diritti. [...] La GPL è differente dalle altre espressioni di questi valori in un aspetto cruciale, formalizzato nel paragrafo 2 della licenza: È lecito modificare la propria copia o copie del Programma, o parte di esso, creando perciò un’opera basata sul Programma, e copiare o distribuire tali modifiche o tale opera secondo i termini del precedente comma 1, a patto che siano soddisfatte tutte le condizioni che seguono:
[...] b) Bisogna fare in modo che ogni opera distribuita o pubblicata, che in parte o nella sua totalità derivi dal Programma o da parti di esso, sia concessa in licenza gratuita nella sua interezza ad ogni terza parte, secondo i termini di questa Licenza.»

Si capisce intanto che queste necessarie restrizioni che ci consentirebbero di raggiungere la libertà di poter accedere alle modifiche del lavoro svolto, sono strettamente legate al software libero, un prodotto commerciale legato al mondo dell’informatica in generale e che oggi ha molto mercato. Non è quindi un discorso che possiamo estendere a un concetto più ampio di prodotto culturale come potrebbe essere un libro o un’opera concettuale.

È più che altro riferito ad una applicazione e il poter accedere liberamente alle eventuali modifiche di un software non è per se stesso un atto meritorio o di libertà: possono esistere software (come i videogiochi) che esaltano anche principi illiberali ed il cui sviluppo potrebbe a qualcuno non interessare affatto. In ogni caso avere apportato delle modifiche ad un software non significa per questo averlo necessariamente migliorato: potrebbe voler dire anche il contrario. Tutto dipende dal tipo di software, dal contesto commerciale e dalle sue eventuali applicazioni. Inoltre anche da un punto di vista culturale potrebbe significare una restrizione, un condizionamento, perché si tende a modificare o migliorare una cosa che hanno impostato altri prima di me e di cui io sono solo un mero operatore.

Fortunatamente la “cultura” è una cosa più generale e non è confinata all’informatica, anzi…
Il più delle volte le idee, quando non trovano una diretta applicazione nel mondo delle reali opportunità, rimangono concetti mentali, sono il prodotto, per lo più di singoli individui e non sono necessariamente suscettibili di modifiche e/o miglioramenti. Per dirla in breve c’è una sorta di prodotto culturale che non risponde alla solita funzione commerciale alla quale siamo stati da sempre abituati dal sistema capitalistico secondo cui ogni cosa, per funzionare bene, deve essere condivisa e fruibile da più persone possibili, giusto perché bisogna salvaguardarne l’aspetto utilitaristico, commerciale. La cultura non è popolare o impopolare: la cultura è quanto di più ci sia e basta.

Ma a chiarire meglio le cose che dico è Lawrence Lessig, un altro giurista statunitense famoso per essere il padre della Creative Commons e che nella prefazione a pag. 11 del suo libro Cultura libera. Un equilibrio fra anarchia e controllo, contro l’estremismo della proprietà intellettuale, Apogeo, 2005, afferma senza mezzi termini:

«Analogamente alle posizioni di Stallmann sul software libero, la tesi a sostegno sulla cultura libera inciampa su un malinteso difficile da evitare e ancora più difficile da comprendere. Una cultura libera non è priva di proprietà; non è una cultura in cui gli artisti non vengono ricompensati. Una cultura senza proprietà, in cui i creatori non ricevono un compenso, è anarchia, non libertà. E io non intendo promuovere l’anarchia. Al contrario la cultura libera che difendo in questo libro è in equilibrio tra anarchia e controllo. La cultura libera, al pari del libero mercato, è colma di proprietà. Trabocca di norme sulla proprietà e di contratti che vengono applicati dallo Stato. Ma proprio come il libero mercato si corrompe se la proprietà diventa feudale, anche una cultura libera può essere danneggiata dall’estremismo nei diritti di proprietà che la definiscono. Questo è ciò che oggi temo per la nostra cultura. È per oppormi a tale estremismo che ho scritto questo libro.»

Ora, sorvolando sulle inevitabili obiezioni circa l’improbabile uso del termine corrente di anarchia in quanto disordine, che potrebbe aver fatto Lessig in questa sua dichiarazione, un qualunque anarchico (forse non anglossassone) come lo potrei essere io, comprende facilmente che una proprietà intellettuale, così come viene concepita da Lessig e così come tutelato dal diritto giuridico Statale, non può e non deve esistere. Mi spiego meglio. La cosiddetta cultura libera che professa Lessig e come lui tutti gli altri sostenitori del permesso d’autore, sarebbe quindi possibile, come sostiene egli stesso, solo in un contesto di tutela della proprietà, perché lo scopo ultimo non è tanto quello della divulgazione, ma è quello di salvaguardare il diritto economico esclusivo che ne deriva da esso, anche se apparentemente non sembrerebbe, visto il diritto di accesso gratuito che propugnerebbero.

Questi signori, quando parlano di cultura libera confondono due diversi ambiti, quello informatico della realtà virtuale, con quello della editoria della carta stampata, facendone un tutt’uno, quando di fatto sanno bene che una è in funzione dell’altra. È vero che combattendo il full-copyright si evita il monopolio di pochi proprio come è vero che i vari permessi d’autore fungono da volano per la carta stampata in quanto prodotto commerciale, e a garanzia di tutto ciò vi è la inviolabile legge sul copyright.
Un siffatto sistema di libera cultura è sostanzialmente finalizzato a rilanciare il solito mercato dell’editoria, che in alcuni casi, seppur rinnovato (editoria indipendente), continuerà ad applicare i principi di popolarità del testo imposti dalle leggi del mercato, non favorendo per nulla i non abbienti (per intenderci quelli che non possono accedere ai mezzi informatici) e non corrispondendo ai principi di libera cultura, libera anche dai meccanismi commerciali.

Moglen, Stalmann, Lessig e tutti gli altri, così come anche per lo Stato, in riferimento al diritto d’autore, considerano il concetto di proprietà di un’opera come inscindibile da quello di paternità. Queste due cose per loro sono la stessa cosa, solo perché, in questo modo, si potrà vantare il diritto economico all’utilizzazione dell’opera stessa, sia direttamente quando l’autore è in vita, che dopo la sua morte come “rendita”.

Ma la proprietà per fortuna è cosa diversa dalla paternità e questo ogni buon anarchico lo sa: la reale necessità di abitare in una casa dignitosa, ad esempio, è cosa diversa dal sostenere che io ho il diritto di vendere tale casa o affittarla per ricavarne un utile, una rendita, così come cedere al pubblico dominio una propria opera frutto dell’ingegno, rinunciando ai diritti d’autore, non significa aver rinunciato alla paternità dell’opera, giacché comparirà sempre il mio nome su quest’opera, e non vuol dire neanche essermi spossessato di qualcosa che poteva appartenermi in maniera esclusiva, ma significa semplicemente aver condiviso con gli altri l’utilizzazione e gli eventuali benefici dell’opera rinunciando a ogni eventuale ricavo economico proprio per averne conservata la paternità, ma rifiutata la proprietà intellettuale. Quello che avviene poi in futuro delle opere derivate ed eventuali traduzioni a full-copyright non ci riguarda personalmente. In pratica relativamente alla proprietà intellettuale la domanda da porsi da anarchici è quanto sia lecito ai fini di una libera cultura continuare a vincolare in qualche modo la divulgazione delle (proprie) idee ad un costo, un prezzo da pagare, qualunque esso sia. La mia risposta è: per nulla!
A mio avviso la proprietà intellettuale e il mestiere di intellettuale devono essere banditi dagli anarchici: non generano affatto una libera cultura e la prova evidente di quello che sostengo è sotto gli occhi di tutti.

p.s.: il 26/10/2009 avevo invitato con una e-mail circolare diverse organizzazioni anarchiche ad aprire un dibattito sulla mia proposta di PUBBLICO DOMINIO ANARCHICO (Antiscadenza) ed in particolare a: [undisclosed recipients]

Ho ricevuto solo la risposta da Pino Bertelli che ho il piacere di pubblicare e che approfitto per ringraziare:

«Carissimi/o di Altipiani Azionanti… non so quale sia la posizione degli anarchici rispetto alle licenze di pubblicazione delle opere d’ingegno… e nemmeno mi interessa… ciascuno è principe di sé e della propria mediocrità o bellezza… per quanto mi riguarda posso dire quale è la mia visione dei diritti d’autore… ogni mio lavoro può essere rubato, dètournato, plagiato.. senza l’obbligo di citare la fonte… tuttavia sarebbe una cosa graziosa da parte del malfattore che si appropria della cosa scippata, ricordare da qualche parte l’origine del saccheggio… un abbraccio fraterno, Pino Bertelli.»

Peccato però che ai propositi non corrispondono i fatti e sul suo sito compare il simbolo © Copyright 2004-2009 (come per dire in fondo siamo uomini!). A tutti gli altri la questione sembra non sfiorarli nemmeno, pur sfornando di continuo testi, recensioni e opere varie. Per me è un triste risultato…

Tratto da: http://www.amnesiavivace.it/sommario/rivista/brani/pezzo.asp?id=478

Una teoria Libertaria del diritto

di Domenico Letizia

Una teoria libertaria parte dal presupposto antiautoritario che l’imposizione e la coercizione sono danno per l’individuo, da queste considerazioni ogni “legge” è ritenuta non legittima perché imposta da una maggioranza su una minoranza, non condivisa e non adatta ad ogni situazione “localistica” ma programmata, pianificata, centralizzata e istituzionalizzata. Il libertarismo è contro la legge, ma non contro le regole, anzi ciò che il movimento anarchico ha insegnato all’umanità è proprio la condivisione e la partecipazione alla creazione e alla sperimentazione di regole, capacità di autorganizzazione e regole di convivenza comune, una sorta di diritto etico, non monopolizzato e in continuo cambiamento in rapporto alle situazioni e alle condizioni. Per i libertari legge e diritto non sono e non rappresentano la stessa cosa. Il diritto risulta essere il frutto dell’esperienza di vita, il risultato di un percorso razionale di conoscenza e sperimentazione. La tradizione anarchica ha ben illustralo ciò che rappresenta diritto e ciò che rappresenta imposizione. Proudhon ha tenuto distinte le nozioni di legge e di diritto dove la prima è manifestazione dell’esercizio della forza monopolizzata dallo stato, mentre il secondo comprende tutte le forme di regolazione, di mediazione e di amministrazione dei rapporti, degli interessi e dei conflitti che occupano le vicende umane, una concezione libertaria del diritto che definisco basata su rapporti antigerarchici e consensualisti. Una teoria del diritto libertaria che superi l’eterna contraddizione tra utilitarismo e giusnaturalismo e dia approccio ad una condizione giuridica di consenso e di accettazione, di “tolleranza giuridica”. L’esperto di diritto Fabio Massimo Nicosia ha cercato di strutturare tal teoria su concezioni consensualiste e di “mercato” ( inteso come frutto dell’accordo e del libero scambio). Secondo quest’ottica consensualista il “mercato”, infatti, è un meccanismo regolatore ed autoregolato delle azioni umane che funziona anzitutto come ordine politico e giuridico. Le stesse norme di comportamento o le lingue in uso presso i vari gruppi umani sono il prodotto di questo meccanismo acefalo ed autopoietico. Tutto secondo tal concezione teorica risulta essere il frutto del confronto; tutto viene, cioè, da attive e dinamiche transazioni che si possono definire, in senso lato, “di mercato”; pertanto, la stessa proprietà nasce dal mercato, non dal diritto naturale, ma quale utile, temporanea convenzione. Ma, se una convenzione è tale, non ha nulla di sacro e di definito, “perenne” e, in mutate condizioni, il “mercato” ( inteso come sintema dinamico di confronto, indipendentemente dal fatto che si tratti di merci, di idee o usi, costumi, linguaggi, ecc. ) può rivedere le proprie “decisioni” che sono sempre frutto del consenso, dell’accordo e del confronto. Tali riflessioni senza cadere in speculazioni troppo filosofiche e teoriche risultano interessanti proprio a confermare di come la legge sia frutto di un imposizione coercitiva e di come stesso le Costituzioni possono essere create, cambiate e discusse su base volontaristiche e di confronto. L’anarco-individualista americano Lysander Spooner descriveva di una costituzione senza autorità, Spooner muoveva la critica alla Costituzione Americana da un presupposto “realistico”: secondo lui un contratto, per essere valido, deve essere stipulato da persone fisiche in rapporto tra loro, messo per iscritto, firmato dalle parti. Senza questa procedura un contratto non ha alcuna autorità e non produce alcun obbligo, insomma non è frutto del confronto e della tolleranza. Interessante, insomma, sarebbe avviare un dibattito tra libertari sul diritto e sulla sua applicazione libertaria.

A Rivista Anarchica, Marzo 2011

Organizzare l’Interesse civile globale per la democratizzazione e smilitarizzazione di tutti i Paesi

Coalizione dell’interesse civile globale comune unito
per la democratizzazione e la libertà individuale in ogni Paese e per la smilitarizzazione universale:
per la pace, lo sviluppo, la prosperità e la libertà
unire la società civile contro gli interessi distruttivi (non civili): militari, tirannici e terroristici

Il tutto da leggere qui: http://www.radicali.it/20110203/organizzare-linteresse-civile-globale-democratizzazione-smilitarizzazione-di-tutti-paesi

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